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Una strana messa

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Racconto di viaggio in Tibet, di Camillo Vittici - Inviato il 14 gennaio 2004 da Camillo Vittici.

Una strana messa

Sito o fonte Web: digilander.iol.it/globertrotter Eppure sembra lì a portata di mano; alzi gli occhi e pensi d’arrivarci in pochi minuti. Gli arti son duri e pesanti, l’acido lattico è come ruggine che ti blocca i muscoli e le articolazioni sembrano ingrippate.

Allora raccogli nuovamente le forze e ti rimetti in cammino. Sarebbe facile camminare se questa salita fosse in tutt’altro luogo. Mancano soltanto trecento metri alla cima di questa dannata montagna e pare vi sia un muro invisibile che t’impedisca d’avvicinarti e che la difenda, quasi proteggesse la purezza del verde che cangia a tratti col bianco diamantato della neve o vietasse che passi forestieri calpestino i piccoli fiori rosa che occhieggiano a tratti sul pendio. Di nuovo il respiro si fa profondo e frequente, il cuore batte in petto come un maglio che sfonda il torace, le vene del capo pulsano in una danza ritmica e sfrenata, le gambe si fanno ancor più dure. Dieci passi e ti ricurvi su te stesso in un arco assurdo e la mani si posano sulle ginocchia per sostenere il corpo sempre più greve. Solo una decina di passi che sembrano miglia.



Lo zaino pare pieno di piombo, gli scarponi incollati al terreno. Rimpiango di non aver frequentato palestre o corsi d’allenamento prima di salire quassù. Il pensiero corre a Lacedelli, a Compagnoni nella corsa al K2, a Mesner coi suoi otto ottomila. Mi sono prefissato soltanto i cinquemilacinquecento, ma capisco di non aver la stoffa dell’arrampicatore. Eppure non mi arrendo. La concentrazione di ossigeno, a questa altezza, è del cinquanta per cento rispetto al piano. Dopo un’ora, tuttavia, mi trovo sulla cima.

Mi siedo, tolgo il peso che mi opprime le spalle e prendo fiato. Ho lasciato Sante cento metri sotto che si sta riposando e intuisco che non voglia proseguire. La giornata non è eccessivamente fredda e, a dire il vero, la giacca a vento accentua il caldo del corpo sudato. Vedo sotto di me il passo da cui abbiamo intrapreso la salita e, dietro la colata del ghiacciaio, la "gip" (poco più d’un trabiccolo) che ci ha condotto fin quassù. E’ stato un interminabile ballo di San Vito che ci ha sballottati per chilometri su strade sterrate e a malapena tracciate e vistosamente solcate dai pneumatici consunti e logori dei convogli dell’Esercito cinese.

Mulattiere d’infiniti tornanti a strapiombo sulla stretta vallata dove le buche profonde sembravano fatte apposta per catapultarti dal veicolo e i massi rotolati dalle alture circostanti ci bloccavano con frequenza ossessionante. L’incrocio con i pochi (per fortuna!) camions militari obbligava a manovre da far rizzare i capelli. Poi, finalmente, si giungeva al passo.



Era come liberarsi da un incubo, come svegliarsi da un sogno in cui la Signora della falce ti stesse tragicamente inseguendo, come il primo giorno di benessere dopo un’acuta malattia che presagisca la prognosi più severa. Il passo, come ogni passo in Tibet, è un tripudio di colori: una miriade di fazzoletti d’ogni tinta e d’ogni foggia sventolano all’aria frizzante appesi a lunghi fili saldati a legni picchettati nell’erba. Son preghiere che trasportate dal vento giungeranno al cielo, qui più vicino che mai.

Qua e là cumuli di pietre, strane piramidi innalzate da mani devote ad esaltare il Buddha. Negli anfratti artificiali bruciano erbe dal profumo acre e il fumo grigio verrà portato dalla brezza , incensando il Dio.

E’ un luogo di sosta per i pochi che portano i loro faticosi passi su queste strade alte e remote. Da questa cima lo sguardo può spaziare a trecentosessanta gradi. Provo una stupenda e totale sensazione di libertà: è come se il mondo che è sotto di me ormai non m’appartenga più, quasi che il mio corpo si fosse scisso dalla realtà che ho troppe volte e a lungo vissuto, come se il fardello delle membra fosse rimasto nelle vallate lontane, come se l’aria pulita e incontaminata mi penetrasse e mi purificasse, come si mi svestissi della carcassa logorata e mi addentrassi nudo e bambino nel mondo vergine di una metafisica sublime e incorrotta.

Il rumore del silenzio gioca con l’aria fredda che accarezza il volto e nella solitudine dorata mi ritrovo con le mille sfaccettature del mio essere, del vivere passato, delle emozioni troppe volte represse e troppo a lungo incatenate, delle sensazioni azzime che qui colgono il sapore d’una vita finalmente appagata, dei mille sogni interrotti da repentini risvegli alla luce d’un giorno nuovo e già vissuto, del desiderio di volare, novello Icaro, che, finalmente, volge le ali verso il cielo più alto e diafano per non planare mai.

Pare, perfino, di riuscire a penetrare e leggere l’inconscio celato sinora dalla dura scorza delle emozioni e dei fisiologici vincoli con il mondo dei giorni passati in un’artificiosa atmosfera di benessere. Poi volgo lo sguardo verso l’alto e miro una visione mozzafiato. La catena delle vette più alte dell’Himalaia si snoda in un fantastico ventaglio e pare m’abbracci.

I giganti di ghiaccio e le cime che avevo conosciuto solo nei racconti degli eroi delle scalate sono qui davanti a me, fra i miei occhi e i loro ghiacciai dal sapore di eternità esiste soltanto un pezzo di cielo terso. Le vette si stagliano a circa tremila metri dalla mia postazione e questa vicinanza le rende quasi mie, solo mie. S’ammantano di nebbie e di nubi, quasi volessero celare e rivestire di mistero i loro ghiacci estremi, quasi volessero proteggere l’inviolabilità da pochi profanata e troppe volte vendicata.

Mi sento totalmente bloccato, estremamente avvinto dalla maestosità degli elementi che s’impongono violenti e possenti in questo pezzo di mondo che si confonde al cielo e si confronta con l’immenso. Ora il respiro s’è fatto più quieto e le vene hanno assopito la danza forsennata dell’ascesa.

Un venticello freddo sospinge sulle falde del monte una nebbiolina fastidiosa che mi sfiora come una carezza gelida per poi riversarsi sulla costa opposta per poi lambire il passo. sia pure a malincuore, riprendo la via del ritorno. I passi sono più leggeri, le ginocchia, tuttavia, sono indebolite e avverto che le articolazioni sembrano cedere ad ogni movimento.

A poco a poco la sequenza delle vette si nasconde oltre la cima; pare che un sipario verde si alzi lentamente e nasconda, come accade al termine d’ogni spettacolo, la scena alla quale mi ero fantasticamente avvezzo. Il tenue fischio del venticello ora scompare e risento ritmico e insistente il "tum tum" del cuore. continua "Tibet: una strana messa" (Pubblicato il 14 gennaio 2004) - Letture Totali 205 volte - Torna indietro



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