Lupo... ululà

Racconti e Articoli di Viaggio

Racconto di un viaggio in Messico, nello Yucatan, di Giorgio Lucchini - Inviato il 10 gennaio 2004 da Giorgio Lucchini.

Lupo... ululà

Sito o fonte Web: giorgiolucchini.altervista.org Il sole picchiava duro, a qualche chilometro da Tulum. Avevo appena bevuto un cocco a un prezzo da turista e acquistato un pareo fatto in India in quel che rimaneva di una antica città Maya e stavo aspettando che passasse un combi. Era un sole duro, diverso da quello brasiliano che ben conoscevo quello che illuminava il giorno del mio 45esimo compleanno. Per l'occasione mi ero fatto fare una foto da un turista americano. Mi aveva pure ringraziato...

Il sole picchiava duro a sud di Tulum, e io ero lì. Come? Quando? Dove? Perché?

Mi stavo facendo domande cui, naturalmente, non ero in grado di rispondere mentre cercavo di spiegare a un finto stregone Maya che tentava di vendermi qualcosa che Verona è un poco più a nord di Napoli e che no, non è in Sicilia. Mi venne in mente che i soldati spagnoli chiedevano ai nativi "Dove siamo?" e quelli rispondevano sempre alla stessa maniera, cioè “Yucatan” che voleva dire, credo, “Non lo so”. Succedeva tanto tempo fa, quando noi eravamo ancora delle idee.



Il sole picchiava duro, a sud di Tulum, e decisi di invocare un combi. Ne arrivò uno, pieno di americani e un paio di mexicani. Non sono razzista, per cui salgo e mi siedo. Tra qualche frammento di slang e la strada che si dipanava in un panorama variegato di bottegucce locali e monumenti, tutti verdi, finalmente arrivo al capolinea a Playa del Carmen, ridente paesino nello stato di Quintana Roo, Mexico.

Ero arrivato dopo un viaggio ai limiti della sopportazione, tra lo sciopero del personale aeroportuale e lo smarrimento del bagaglio, il tutto a seguito di una offerta conveniente e di una rapidissima documentazione durata ben due giorni.

Il viaggio era cominciato all'ultimo giro di chiave nella serratura, in un giorno di freddo polare. Da buon Lupo solitario, trascinai il mio bagaglio al check in quando ancora non si sapeva se saremmo riusciti a partire. Vedevo facce preoccupate. Tutto sembrava risolversi per il meglio quando sento un ”Ciao!” e vedo dei conoscenti. Vanno nello stesso posto dove vado io. Ricambio il saluto per pura cortesia, poi cerco di travestirmi da bagaglio a mano. Ho appena ripreso la mia forma umana, felice dello scampato pericolo, quando un colpetto sulla spalla mi fa trasalire. “Cerruti!”

E' una persona che conosco da molto tempo, una brava persona, ma non avevo nessuna intenzione di passare le ferie rivangando i bei tempi andati. A volte penso che da qualche parte esista un surrogato di Angelo Custode, chiamiamolo Destino, e così succede che il mio ascolta la mia invocazione e subito aprono un nuovo sportello. "Casualmente", mi butto nell' altra fila. Per rimediare alla mancata partenza da Verona, ci scarrozzano fino a Malpensa con un paio di pullman recuperati all'ultimo momento e al controllo di sicurezza mi ritrovo ancora il Cerruti di fianco. Mi presenta la famiglia e, mentre tento di convincere la poliziotta di servizio che è un pericoloso terrorista, riesco a seminarlo facendo finta di entrare nell'unico bar aperto. Passa il tempo e ancora non ci imbarcano. Chiamo un'amica e le racconto gli ultimi avvenimenti, Cerruti compreso. Quando ha finito di ridere chiamano il volo. Ci salutiamo e raggiungo il mio posto, vicino a un camionista di Brescia che va a Cuba. Un volo come tanti altri. Scambio qualche chiacchiera e non vedo l' ora di arrivare.



Dopo i controlli di rito, vedo la tipa col cartello Hotelplan. Mi informo e dirigo verso l'autobus accendendo la prima sigaretta dopo 20 ore. Mentre gusto la mistura velenosa, comincio a guardarmi attorno e mi accorgo di essere circondato da una moltitudine di uomini bassi con i baffi che mi ricordano un amico di origini siciliane: allora sono proprio in Mexico! Di Cancun non vedo nulla, del resto è sera. Arrivo a Playa del Carmen verso le 21. Rapida doccia e voglia pazza di bere una birra. In Hotel mi indirizzano verso la zona turistica. Naturalmente, vado dalla parte opposta.

Mi fermo al primo posto dove vedo gente seduta. “Ten Cerveza?” domando e loro mi mandano in un altro posto, poi in un altro, poi in un altro e così via finché non decido di tornare indietro. Non pensavo fosse così difficile trovare una cerveza. Devo avere proprio un bell'aspetto: pallido dopo una notte in bianco, coi capelli che non stanno da nessuna parte alla ricerca di una birra, il classico gringo. Alla fine, vado quasi a sbattere su una tenda gialla con su scritto: “Cerveza”. Entro, mi siedo e finalmente mi rilasso. Guardo dove sono, la gente che passa, annuso gli odori, ascolto le voci delle persone e i rumori. Comincio a rendermi conto di essere in un paese straniero che non ho mai visto. “Uma mais” domando per abitudine. Il portoghese mi è rimasto nel cuore, ma comunque capiscono e mi portano un'altra birra, per festeggiare. Prima di dimenticare la strada del ritorno mi alzo e esco. Prendo possesso della mia stanza al Golondrinas: Playa del Carmen, Quintana Roo, Mexico.

Quando mi sveglio (grazie a “Fischietto”) sono le sette. Praticamente faccio colazione in coma e conosco i miei compagni di charter, e anche Luca, un impiegato della Hotelplan che coglie la palla al balzo e mi convince ad acquistare una escursione a Chichen-Itzà per il giorno dopo. C'è la guida in lingua italiana e dice che vale la pena. "Ok..." decido.

Dopo aver acquistato una crema solare a protezione totale scendo in spiaggia in una giornata nuvolosa, tanto per tastare il terreno. E' sabato... Temporeggio, vado in giro alla ricerca di un posto dove vendano il cocco. Lo trovo, ma non facilmente: in Brasile lo vendono dappertutto, come la birra. Mentre sono seduto a una cabana col cocco davanti, guardo i gabbiani volare e penso: “Vecchio Luc anche questa volta sei riuscito a fare quello che volevi, quasi...” Non è nulla, ma è qualcosa. continua "Lupo... ululà" (Pubblicato il 10 gennaio 2004) - Letture Totali 211 volte - Torna indietro



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