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Inaspetattamente Mali. Viaggio nell'Africa della gente

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Il racconto, la sorpresa e l'itinerario classico del Mali per un viaggio nell'Africa della gente, di Marcella Vinciguerra - Inviato il 24 febbraio 2004 da Marcella Vinciguerra.

Inaspetattamente Mali. Viaggio nell'Africa della gente

"Cosa ci vai a fare in Mali?"
"E’ uno dei paesi più poveri del Mondo" dico un po’ stupita.
"Ma dov’è ?"
"In Africa, -rispondo- vicino alla Mauritania, alla Costa d’Avorio, al Burkina Faso, all’Algeria, al Senegal,...".
"Ahhhh [stupore]. E cosa c’è da vederle lì?"
"I Dogon"

Tutto iniziò a Berlino, dove, a un corso intensivo di tedesco, conobbi Hawa, una stupenda ragazza di Bamako, la capitale del Mali. "Prometti che mi verrai a trovare in Mali, Marcellà". "Certo". Le dico convinta. "Dicono tutti così, poi non viene mai nessuno".



Ed eccomi qua. Bamako, 22 Dicembre 2000, in tempo per il Natale cristiano, per la fine del Ramadan musulmano e per il Capodanno africano. Arrivo nella capitale maliana tra mille difficoltà, fra visto, biglietti introvabili o a prezzi vertiginosi, aerei che non-sai-se-partono, vaccinazioni varie che mi circolano nel sangue, stordimento per lo shock termico. Fa un caldo da capogiro.E dei miei bagagli neanche l’ombra. Coda interminabile per dichiararne la scomparsa, in un ufficietto con l’aria condizionata a palla, un monitor di Pc scarcassato, un telefono dell’anteguerra, un ragazzo di colore altissimo, un sorriso che mette in evidenza tutti i 32 denti bianchissimi, una flemma nel riempire i moduli che farebbe impallidire un qualsiasi nostro impiegato delle poste. Hawa e le sue sorelle, tranquillissime nonostante il ritardo di tre ore, mi esortano ad andare con loro. "Veniamo domani, non preoccuparti, arriveranno". Speriamo. Lascio da parte stress, pensieri negativi, stanchezza e mi lancio in questa nuova avventura, completamente ignara del domani.

La famiglia di Hawa, cinque sorelle, due fratelli, due genitori –qui è il caso di precisarlo, visto che sono musulmani-, mi accolgono in tutta la loro sfavillante gaiezza, allargando le braccia e mostrandomi i sorrisi più sinceri del mondo. Mi guardano incuriositi, mi fanno un sacco di domande. Ridono. Per il mio accento italiano, per la mia pelle terribilmente cadaverica, per il mio abbigliamento invernale, per come mi muovo. Sono stupendi. Coloratissimi. Nenè, una delle sorelle, la più vivace, mi mostra il suo guardaroba: posso servirmene finchè non arrivano i miei bagagli e poi, dandomi un’asciugamano e una brocca d’acqua calda mi conduce al bagno nel retro della casa-quattro mura e un cielo per soffitto- dove posso lavarmi e cambiarmi. Questo non me lo aspettavo. Ma è fantastico: in Italia piove e fa freddo ed io sono qui coi sandali e coi cinque sensi al massimo della loro ricezione: voglio vedere, sapere, imparare,vivere!



La cena è servita: io e Hawa al tavolo con piatti, forchette e bicchieri di vetro (non è così scontato, ve lo assicuro) , la madre e le sorelle per terra attorno alla ciotolona di riso e pollo, nessuna posata e una brocca unica per bere (visto?), i fratelli nel garage, con la loro ciotolona. Il padre ha già mangiato: subito dopo il tramonto, quando ha finito il digiuno giornaliero, viene servito dalla moglie e, in silenzio, ripensa alla sua giornata. Chiacchieriamo in veranda, sorseggiando lo zuccheratissimo the alla menta, ci guardiamo, ricordiamo i tempi della Germania, ci continuamo a dire "Ce n’est pas possible, ce n’est pas possible....". Ho un’amica fantastica e una nuova famiglia africana.

Una settimana a Bamako, sei mesi di vita vissuta. Tutto è così , tremandamente, nuovo, per me. Ho sentito parlare molto dell’Africa, ho letto libri, articoli, ho visto film e reportage. Non basta. L’atmosfera, la quiete, questo ciondolare di gente tra le vie sterrate, lo smog di auto scarcassate, il sole sempre presente e la luna , così diversa. Sembra una culla. E questa sensazione di estraneità, di lontananza, di ignoranza per una cultura fuori dal Mondo. Come si fa a descrivere tutto ciò? Mi batte il cuore, mi sento una bambina dagli occhi grandi, curiosi, avidi di sapere. E tante cose capisco, ora che son qui, in mezzo a loro, una rara bianca in una comunità nera. E capisco gli abbinamenti di abiti sgargianti delle africane nelle nostre città, e capisco i piedi nudi sui treni e il vociare alto; e capisco il loro modo di mangiare infilandosi quasi tutta la mano nella grande bocca, e ancora quel loro modo di guardarti e toccarti mentre parli. Come devo apparire strana , io a loro, o forse non così tanto visto che fino a poco tempo fa qui c’erano i francesi, che oltre alle baguette hanno lasciato ville e stridenti strade asfaltate. Hawa e le sue sorelle mi trattano come un’ospite d’onore ed io faccio di tutto per per adeguarmi ai loro ritmi , alla loro cultura. Ma non è facile. E mi duole ammetterlo. continua " Inaspetattamente Mali. Viaggio nell'Africa della gente"

(Pubblicato il 24 febbraio 2004) - Letture Totali 193 volte - Torna indietro



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