Georgia

Racconti e Articoli di Viaggio

Impressioni e riflessioni di un viaggio consapevole in Georgia, di Francesco Trecci - Inviato il 14 gennaio 2004 da Francesco Trecci.

Georgia

Arriviamo a Tbilisi a notte fonda. Ad attenderci, all’aeroporto, troviamo l’amico Zurab Zurashvili, una giovane promessa della società georgiana. Ci porta all’albergo e ci diamo appuntamento per l’indomani alle cinque del pomeriggio. La mattina appena alzati non stiamo nella pelle per la curiosità di vedere la città, in quattro e quattr’otto montiamo su un taxi scalcinato e ci immergiamo nel bailamme. Tbilisi, la più orientale delle capitali cristiane e la più bella città del Caucaso, prende il suo nome dall’acqua (in georgiano tbilisi significa letteralmente "sorgente termale"). La sua posizione è ottimale: si schiude lentamente, srotolandosi a forma di esse lungo il fiume Mtkvari, accucciata tra la catena montuosa del Sololaki a sud, il monte Makhata a est e le spoglie colline di Trialeti a ovest.



Sono le due del pomeriggio quando attraversiamo la direttrice principale. Ai lati delle strade è tutto un mercato. Dai gelati alle focacce calde, dai semini ai cocomeri, tutti vendono tutto: sembra un grande bazar a cielo aperto. I tiblisedi hanno fatto del commercio l’anima della città. La gente guida da pazzi: superarsi e bucare i semafori è la norma. Le vie più grandi pullulano di gente ben vestita, di negozi, caffè moderni e ristoranti, ma è sufficiente gettare uno sguardo sulle stradine laterali che la scenografia cambia: povertà, miseria, catapecchie che stanno in piedi per miracolo e bambini che scorrazzano scalzi. Passato il Mtkvari ci troviamo catapultati nel mezzo della vecchia Tbilisi. Quel che si domina dall’alto della fortezza di Narikala è di una bellezza struggente. Il cuore pulsante della città è un grumo immenso di casette di due-tre piani dai colori variopinti con i balconi intarsiati in legno e immancabili pergole di vite in quanto il vino è il simbolo e l’identità profonda del Paese. Si respira l’aria del Sudamerica. Sembra di essere a L’Avana.

Attaccata alla parte più vecchia si stende la città ottocentesca e novecentesca, con splendidi palazzi color avorio e una serie interminabile di chiese, statue, colonne e ornamenti ora arabeggianti, ora baroccheggianti. Ci infiliamo in un bar di Via Rustaveli, la strada principale di Tbilisi che ospita uno dopo l’altro musei antichi e di arte moderna, il Parlamento, i teatri dell’opera e alcuni cinema. Per inciso, Rustaveli è stato il più grande poeta georgiano di tutti i tempi e contribuì all’unificazione linguistica del paese, una sorta di Dante caucasico insomma. Il bar non ha nome. Una decina di tavolini di plastica occupano il marciapiede, e sul bancone sono messe in bella vista le specialità culinarie georgiane dalla famosa focaccia con il formaggio a panini piccantissimi con la carne. Non faccio in tempo ad alzarmi per andare a prendere da mangiare per me e la mia compagna di viaggio, che sono assalito bonariamente da un giovane georgiano. “Ti posso aiutare?”



Parla un ottimo inglese, mi chiede da dove vengo e cosa voglio ordinare, mi paga tutto lui, ci offre due birre e quando vede che ho finito le sigarette mi regala un pacchetto nuovo fiammante. Rimango sbalordito. Quando sa che siamo italiani gli si illumina il viso. Ha ventun’anni, si chiama David Sdneladze, come David il Costruttore, il grande re georgiano che nel dodicesimo secolo riunificò il Paese, “Italiani?! Qui siamo tutti pazzi per voi, ho visto decine di volte Il Padrino, tutti i film sulla mafia, e quelli di Adriano Celentano. La mafia italiana è bella. Anche qui abbiamo la nostra mafia e tutti i georgiani la amano.”

E' l'inizio di una allegra chiacchierata che prosegue, tra alti e bassi, per tutto il pomeriggio. Quando gli spiego che la mafia italiana è una realtà tragica che opprime tutto il nostro Mezzogiorno, una realtà di terrore e di migliaia di innocenti massacrati, David rimane un po’ scosso. Ammette che la mafia italiana è troppo violenta e non ha nulla a che fare con il folklore. Gli chiedo che lavoro faccia e mi spiega che insieme ad un'altra persona, un omone seduto in un altro tavolo che saluto con la mano, deve controllare questo bar e il locale accanto. Non capisco bene se sia un mafiosotto che s’intasca il pizzo in via Rustaveli, un mezzo poliziotto o solamente un giovanotto che per passare il sabato pomeriggio racconta delle storielle ad un occidentale. Ci offre ancora da mangiare, ci porta nelle cantine ad assaggiare i vini più pregiati e s’indigna con l’amico Zurab che ci ha lasciato soli per mezza giornata.



Alle cinque Zurab ci aspetta davanti al Parlamento. David si aggrega e saliamo tutti insieme su un taxi antidiluviano direzione città vecchia. La parte antica è circondata da splendide mura. Sembra un mondo a sé. Le casine sono tutte basse, con i balconi colorati e panni stesi dovunque. Non ci sono auto in giro. La mia compagna di viaggio la descrive come la Macondo in “Cent’anni di solitudine” di Marquez, cui io aggiungo immediatamente un che di Napoli. Un paio di stradine hanno le case completamente ristrutturate. E' il polo di tutti gli artisti della città, una specie di Village newyorkese nel Caucaso, ci spiegano. Il resto del quartiere è un pò decadente. Dai portoni più poveri spuntano facce da favelas e vecchine tutte vestite di nero. Sono gli armeni, scappati da una delle tante guerre che hanno insanguinato questa parte di mondo, questo crocevia così complesso popolato da decine di etnie diverse. Arrancando arriviamo alla Fortezza di Narikali, un complesso di mura e torri abbarbicato sul colle più alto della città. Anche da qui si domina tutto dall'alto. A sud-est spunta una fila interminabile di luoghi religiosi. In poche centinaia di metri si allineano le cupole morbide del bagno turco e della moschea islamica, i profili severi della sinagoga e di quattro cattedrali - l’ortodossa georgiana, l’ortodossa russa, la cattolica romana e l’armena - a rivelare l’abitudine millenaria alla convivenza di popolazioni diverse, stanziali o di passo.

Sul far della sera riscendiamo nella città bassa, al tramonto ci mettiamo su una rupe a ridosso del Mtkvari. Circondati da pini e cipressi, avvolti nel canto dei grilli, sembra quasi di essere in una pineta della Maremma. Sulla collina di fronte troneggia un’enorme statua di donna: è la Madre Georgia. Questa donnona, quasi felliniana, che tiene con una mano una coppa di vino e con l’altra la spada è il simbolo della Nazione. “Per noi la donna ha un valore speciale, è al centro della vita", si accalora David. "Siamo un popolo di guerrieri, come i nostri fratelli ceceni. Combattiamo da secoli, ma solo per la nostra libertà. Mai, nemmeno un giorno, abbiamo combattuto per conquistare terre non georgiane. Il vino è per gli amici - per noi l’ospitalità è sacra - e la spada è per i nemici.” Per rimarcare meglio le sue teorie, David tira fuori un coltello a serramanico. “Siamo un popolo di montanari che mai si è fatto sottomettere.” continua "Georgia" (Pubblicato il 14 gennaio 2004) - Letture Totali 67 volte - Torna indietro



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