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Mohamed Alì, un targui a Cuneo...

Racconti e Articoli di Viaggio

Ritratti sahariani, di Robo Gabr'Aoun - Inviato il 04 dicembre 2008 da Robo GabrAoun.

Mohamed Alì, un targui a Cuneo...

La prima volta che lo vidi fu nel '98, a Germa, nel Oued Ajial, Libia del Sud Ovest. Arrivò nei pressi del nostro campo una Peugeot scalcagnata, con la classica imbottitura di pelo sintetico sul cruscotto.

Quattro uomini, tutti di pelle scura,scesero a salutarmi. Al volante c’era un giovane con il viso imbronciato ed i capelli molto ondulati, neri. Non aveva un’espressione allegra né socievole, la tipica faccia che, quando la vedi, ti fa passare per la testa frasi che suonano come "se lo incontro per strada di notte gli lascio il portafoglio senza aspettare che me lo chieda…"

Uno dei quattro chiese il mio nome. "Roberto" risposi. Ancora non ero RoboGabr’Aoun. Il ragazzo al volante, in perfetto inglese, chiese invece informazioni sul mio referente di Milano, un libico con cui avevo organizzato il viaggio in Fezzan. Un vero interrogatorio: cognome, via dell’ufficio, nome della società… Tagliai corto ed esposi il documento in lingua Araba preventivamente preparato che chiariva gli accordi presi per il servizio di guida sulla tratta più oientale della Gadamesh-Awaynat, servizio di cui avevamo già usufruito. Si chiarì con questo che quegli uomini erano i referenti locali dell’Agenzia Milanese (libica) che semplicemente stavano verificando di non aver fornito un servizio a perfetti sconosciuti ma alle persone giuste… Venuti a capo della cosa i quattro signori sparirono.

Nel ’99 ritrovai il ragazzo dalla faccia imbronciata a Ras El Jedir, in frontiera. Era stato mandato ad accoglierci dal mio amico Mabrouk, di Ubari. Non indossava più il cheche bianco e l’ampia tunica di cotone ricamato in filo di seta bianca che portava a Germa l’anno prima, ma un abito spezzato color caffelatte che letteralmente stava per scoppiare tanto era teso sulla rotonda figura dell’uomo.Completavano l’abbigliamento una cravatta chiara, che sembrava più uno strumento di tortura tanto stringeva il collo, ed una valigetta in cuoio consumatissima,di disegno chiaramente antiquato.

Questa volta si presentò, con lo stesso fluente inglese che già mi aveva stupito l'anno prima: "Hi Robo.How are you? Fine? My name is Mohamed Alì."
Ricordo che quel mattino corsi come un pazzo per tutta l’area doganale della frontiera libica, per tentare di aiutare Mohamed a velocizzare un poco la burocrazia degli uffici frontalieri. Non ne azzeccava una e tutti i gruppi in arrivo riuscivano a passargli davanti ai vari sportelli. All’ufficio emissione assicurazioni presi io gli incartamenti e lo mandai a ritirare i carnet alla palazzina apposita. C’era un sole caldissimo e il povero Mohamed si stava letteralmente sciogliendo dentro il suo spezzato di taglio occidentale. Ci lasciammo dopo circa due ore di trafile burocratiche: lui doveva ritornare ad Ubari, via Tripoli, mentre noi saremmo scesi verso Brak direttamente per poi compiere la traversata della Ramla Zellaf sino a Germa. Non mi dava più l’impressione di essere un mezzo assassino come l’anno precedente…piuttosto mi sembrava un ragazzone semplice a cui era stato imposto, per motivi di lavoro, di travesrtirsi come raffinato elegantone occidentale, cosa che gli veniva ovviamente tutt’altro che naturale (per fortuna).

Lo rividi ancora, nel corso di quel viaggio, la notte di Capodanno, nell’Erg Tannezouft, a qualche chilometro dalla città di Ghat. Verso le 22, in piena notte, vedemmo in lontananza dei fari d’automobile falciare il buio come impazziti, in una sorta di balletto rocambolesco. I fari venivano dalla parte dell’erg, dalle dune, e puntavano ora verso il cielo e ora verso il basso, poi sparivano per poi riapparire di nuovo orientati verso le stelle. Era chiaro che qualcuno stava andando per dune in piena notte. Cominciammo a segnalare con una torcia alla volta dell’auto, a circa quattro chilometri di distanza. Ci videro ed i fari, alla fine della danza, puntarono verso il nostro campo, nella spianata sabbiosa tra due cordoni.

Un vecchissimo Toyota Fj 55 nei tipici colori azzurro e bianco si fermò accanto al cerchio delle nostre auto… e ne scese il mio amico Mabrouk. Grandi abbracci, pacche e sorrisi… Vidi che c’era anche Mohamed Alì. Tornavano verso Ghat dopo essere andati a fare visita ad un gruppo di turisti accampati nell’erg più ad ovest, verso El Barkat.. Offrimmo loro il tè e cantammo insieme alla luce di Nar, il fuoco…

Passò un altro anno e rividi Mohamed Alì nuovamente in frontiera, per i soliti movimenti di formalità di ingresso e, di sfuggita, lo intravidi a Germa diversi giorni dopo, la sera prima di lanciarci nella traversata diretta della conca di Awbari da Ubari a Gadamesh. Scambiammo due chiacchiere e ci salutammo da amici. Ci sentimmo spesso al telefono dopo quel viaggio: forniva (e lo fa tuttora) validissime informazioni e supporti logistici alle varie persone che si rivolgevano (e si rivolgono) a me per organizzare un viaggio in Libia. Poi, una sera di Maggio, Mohamed mi telefonò, e la sua voce mi sembrò giungermi più nitida del solito e priva del tipico delay delle chiamate intercontinentali. Infatti, era a Milano!

Lo invitai a casa mia, a Cuneo, ma lui rifiutò perché era in partenza per Parigi, dove doveva recarsi per contatti di lavoro con agenzie turistiche francesi. Passò qualche giorno e sulla segreteria di casa mia trovai la sua voce: stava per tornare da Parigi e, se l’invito era ancora valido, avrebbe fatto una deviazione (viaggiava in treno) fino a Cuneo per salutarmi. Cavolo!!! Non sapendo come contattarlo, telefonai ad Ubari, in Libia, per avere informazioni da Mabrouk su come reperirlo a Parigi. Non era cosa facile, visto che nessuno sapeva dove alloggiava, ma tutti gli amici di Ubari si mobilitarono finchè lo trovai in un ostello e ci accordammo sull’appuntamento alla stazione ferroviaria di Cuneo.

Ricordo che mi preoccupai del fatto se sarei stato in grado di riconoscerlo. In un anno il ricordo dei lineamenti può annebbiarsi. Lui non ebbe questo problema: il mio Nissan aveva sulle fiancate due giganteschi adesivi con il logo in caratteri arabi della Agenzia di Mabrouk, la Tenerè. Non poteva non riconoscermi...

Alla stazione stavo vagando come una mina inesplosa sulla piazza, alla ricerca di un viso noto tra le decine di volti con la pelle scura che affollavano il luogo quando sentii un fischio. Non ci feci caso. Lo sentii di nuovo, più deciso, allora mi voltai e lo vidi là, in un angolo del piazzale con il suo solito spezzato caffelatte, la sua valigetta in cuoio, un grosso valigione trattenuto da una cinghia elastica ed... un sorriso che mi aprì il cuore. Ci abbracciammo e lo portai nella mia casa, in campagna. Lo feci accomodare e gli dissi di comportarsi come se fosse a casa propria. E lo fece. Si chiuse nel bagno per circa un’ora. I miei sei gatti stavano tutti in fila davanti alla porta curiosi come non  mai, presissimi a fiutare questa nuova creatura che calpestava il loro territorio… E quando uscì, inondando la casa di un profumo intenso di bagnoschiuma al pino silvestre (mi svuotò l’intera bottiglia) era davvero Mohamed Alì, targui di Ubari.

Un bubu azzurro elegantissimo lo copriva fino ai piedi, e le babbucce di jamal erano raffinate. Girò per tutta la mia modesta casa, osservando con attenzione tutti i pezzetti di Africa che ne ricoprono ogni angolo. Toccò ogni cosa e di ogni cosa mi chiese la provenienza. Aprì tutte le miriadi di boccette di sabbia, sfiorò le varie tonalità di granelli con le dita, soppesò ogni pietra, ciottolo, fossile. Analizzò ognuno dei molti tappeti berberi che ricoprono i miei pavimenti, poi arrivò alle fotografie e fece una cosa che mi stupì: estrasse una fotocamera dalla valigetta e fotografò ognuna delle nostre foto. Fotografò anche il pugnale Dawada del nonno di Mahamed di Gabraoun Jedid, inquadrato in una teca, dono dell’uomo a cui devo il nome che porto oggi… E poi, per finire in bellezza, fotografò anche me! Giuro: sono assolutamente certo che i miei gatti risero, e nemmeno troppo sotto i baffi, quando il flash della macchina fotografica mi accecò illuminandosi con un lampo folgorante di magnesio a circa mezzo metro dai miei occhi. Arrivò Anto, mia moglie, ed il flash distrusse anche la sua vista, ma stavolta i gatti non risero: hanno perfettamente chiaro chi detiene lo scettro del comando nella mia casa. Va be’, diciamola come va detta: risero (ed anch’io), ma non si fecero notare...

Dopo cena chiacchierammo fino a tarda notte. Mohamed raccontò delle sue origini di Ghat, quelle di suo nonno che combattè in Niger, sull’Air, per la libertà del popolo Twaregh, raccontò del festival che i Twaregh di Ghat celebrano ogni anno, delle loro corse in dromedario, dei canti delle loro donne. Era incredibile: c’era un Targui nella mia casa…UN TARGUI... Mohamed aspirava boccate profonde dalla sua sigaretta e continuò a raccontare di sé per tutta la sera. Parlammo di Tchin Tabarraden, del vicino Kaouar, del Tassili degli An’ Jier. Parlammo molto delle croci, discutemmo sul loro significato. Fu una serata incredibile. Mancava solo il fuoco del campo…
Quella notte Mohamed non dormì, credo, molto bene .

Non me lo avrebbe mai confessayto, ma lo so: i miei gattacci lo esplorarono centimetro per centimetro, giocarono con il suo valigione per ore ed ore, e per altrettante ore lo osservarono a distanza ravvicinata appollaiati tutti in fila lungo la testiera del letto che lo ospitava, ma il giorno successivo mi ringraziò almeno mille volte dell'ospitalità. Facemmo un piccolo giro in città, a far vidimare i suoi biglietti per Tripoli. Ricordo che fu impressionato dalle fontane, come se non fosse credibile che esistesse davvero un posto con tutta quell’acqua da sprecare. E dal verde delle piante, dalle grandi montagne ancora spolverate di neve su in alto, verso le cime, irsute di miliardi di abeti, larici, pini, querce e castagni. Su una panchina parlammo del suo viaggio a Parigi, delle sue visite ai grandi monumenti di quella splendida città e del suo desiderio di tornare comunque alla sua casa, dai suoi figli, da sua moglie, dalla sua terra arida e sabbiosa ma amata. Ci salutammo con un abbraccio e con un arrivederci. Lo accompagnai fino al treno, e lo guardai partire, un Tuaregh a Cuneo, chissà, forse il primo Twaregh ad aver camminato per le vie di questa città... (Pubblicato il 04 dicembre 2008) - Letture Totali 215 volte - Torna indietro



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