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L'Indocina ritrovata

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Racconto di viaggio in Laos, attraverso Ventiane e Luang Prabang, di Adriano Socchi - Inviato il 13 gennaio 2004 da Adriano Socchi.

L'Indocina ritrovata

Sito o fonte Web: www.adrimavi.com Il Laos è uno di quei paesi che hanno sempre attirato il mio interesse. L’anima di viaggiatore che è in me, infatti, predilige Paesi poveri ed arretrati, ancora poco conosciuti al turismo. Il Laos è uno di questi. Soprannominato "Paese di un milione di insignificanti", metafora ad hoc dato che anticamente era chiamato Lan Xang, ossia "Paese di un milione di elefanti", il Laos è il più arretrato dei paesi della penisola indocinese e solo nel 1989 ha aperto le porte agli stranieri, ma consentendone l’ingresso soltanto per motivi di lavoro.

Solo nel 1998 ottenere il visto per il Laos è diventata una procedura semplice e sbrigativa a seguito della storica decisione del governo laotiano di affrancarsi, finalmente, dalla politica isolazionista che lo ha sempre contraddistinto. Una vera rivoluzione epocale, cui è seguito la diffusione del turismo come industria con tutti i mezzi. Era venuto anche per me il momento di visitarlo.



Le frontiere aperte, tuttavia, non significano, necessariamente, mass-media e turismo. La propaganda è ancora mal organizzata e il Paese continua a restare in larga parte indifferente all’osservatore occidentale, motivo per cui visitare il Laos è come entrare in un mondo fermatosi nel passato, ancora incontaminato dal forestiero, una destinazione sconosciuta, una frontiera dimenticata. Vientiane, centro amministrativo, è la tipica capitale indocinese, ma a differenza delle più famose Saigon e Phnom Penh conserva un’atmosfera tipicamente asiatica, provinciale. Entriamo nel Laos dalla Thailandia, precisamente da Nong Khai, dopo avere fatto sul posto i necessari visti d'ingresso.

Attraversiamo il celebre "Ponte dell’Amicizia" (oggi detto anche "ponte dell’Aids" per motivi ben comprensibili) che dal 1994 testimonia la pace - finalmente raggiunta - tra thailandesi e laotiani su un pulmino che effuettua regolare servizio tra i posti di frontiera, e percorriamo i rimanenti 20 chilometri per a Vientiane in taxi.



Basta tanto, ossia poco, per accorgersi quanto si è lontani dallo sviluppo e dalla modernità che caratterizzano la sponda opposta: la Thailandia: sembra di essere sbarcati da una macchina del tempo. Ventiane è davvero a misura d’uomo. Non esiste traffico e neppure una particolare efficienza organizzativa. Non esiste confusione (neanche nei mercati) e tanto meno frenesia. Non c’è niente di moderno, capitalista ed occidentalizzato, e tutto appare tranquillo ed esotico.

Il mezzo migliore per visitare Ventiane è senz’altro la bicicletta, oppure il tuk-tuk, l’ape a tre ruote. Pernottiamo nel centro della città, in una via parallela alla strada principale, eppure ci sembra di essere in piena campagna. Nell’atrio della reception, un grande altare tutto addobbato delle ghirlande di petali di fiori, delle candele profumate ed incensi delle offerte sottolinea la senzazione. Sistemiamo i bagagli e cominciamo la visita della città. Ormai è pomeriggio e il caldo umido è insopportabile.



Raggiunta la via principale, fermiamo un tuk-tuk e scopriamo una delle tante difficoltà che s’incontrano a viaggiare in un paese da pochissimo apertosi al turismo: la comunicazione. Gli autisti, tanto i giovani quanto gli anziani, non capiscono una parola di inglese, e neppure aiutandoci con una cartina geografica della città riusciamo a farci comprendere. Diventa complicato farsi portare al Wat Si Saket, il tempio più famoso di Vientiane, figuriamoci gli altri... Ci arriveremo indicando via dopo via il percorso al giovane conducente del tuk-tuk.

Il Wat Si Saket ha un’atmosfera sospesa tra serenità e sacralità che si rivelerà caratteristica di tutti i wat laotiani. Sono le mura interne del porticato, un susseguirsi di nicchie che contengono più di 2000 immagini del Buddha, d’argento e di ceramica, ad attirare la nostra attenzione. Una visita veloce all’Haw Kham, al Palazzo Presidenziale, poi girovaghiamo senza una meta precisa. Con l'eccezione del Wat Hai Sok, che merita quanto meno un’occhiata per via dell’incredibile tetto a cinque piani che lo contraddistingue da tutti gli altri, non visitiamo nessuno dei numerosi Wat incontrati. A Luang Prabang ne troveremo di più caratteristici. Giunti allo Stupa Nero (That Dam) siamo colpiti da un alce che pascola indisturbata sul prato antistante.



Il lungo Mekong è un susseguirsi di vecchi e decadenti edifici coloniali. Concludiamo la giuornata cenando in una specie di pub-ristorante rinomato per la sua originalità. Sulle pareti del locale sono infatti appesi reperti bellici, mimetiche, bombe a mano e, addirittura, bombe aeree. Sono quasi le undici quando il proprietario c’invita a tornare in albergo, spiegandoci quella sorta di coprifuoco, non ufficiale, che vige a Vientiane. Se trovati in strada dopo mezzanotte da qualche pattuglia di poliziotti si viene riaccompagnati all’hotel. Questa precauzione è stata decisa dal governo soltanto ed esclusivamente per motivi di sicurezza, a tutela del turista. continua "L'Indocina ritrovata" (Pubblicato il 13 gennaio 2004) - Letture Totali 164 volte - Torna indietro



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