Taraffal

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Racconto e impressioni di un soggiorno a Taraffal, isola di Santiago, Capoverde, di Stefano Politi - Inviato il 12 febbraio 2004 da Stefano Politi.

Taraffal

Sito o fonte Web: www.backpacker.it Un tramonto sul mare può anche far dono di una inattesa amicizia. Succede la prima sera a Tarrafal, sulla sabbia di un lido senza troppe pretese ma rinvigorito di esotismo tropicale da una selva di palme alle mie spalle. Lo sguardo contemplativo rivolto ad occidente e gli occhi ipnotizzati da tre semplici ingredienti naturali su cui poggiano e si amplificano pensieri ed emozioni: il fragore delle onde che vanno a morire a riva, il cielo solcato da pennellate di cirri arrossati e una palla di fuoco pronta a coricarsi all’orizzonte e a salutare un’altra giornata da togliere al calendario.



La brezza porta attenuato lo schiamazzo lontano di asciutti ragazzini capoverdiani festosi e il brusio di pescatori appena rientrati. Le voci di Oumar e Serigne sono un improvviso ma piacevole risveglio da questo piccolo incantesimo. Sono due ragazzi senegalesi con il sorriso e la dolcezza stampati in volto che si presentano in un buon francese e ci invitano, dopo cena, a un ritrovo nel più animato dei bar di questo paesino assieme a due nuovi amici, anch’essi italiani.

Oumar e Serigne diventano subito il nostro punto di riferimento in questo soggiorno all’insegna di tanto ozio e mare. Ogni mattino, all’ombra di una palma, espongono sulla stuoia il meglio del semplice artigianato del loro paese: maschere di legno, collanine, braccialetti, indumenti e batik che fanno così tanto etnico da noi e che per loro rappresentano il mezzo per guadagnarsi il pane e il solo filo conduttore per sperare in un futuro diverso e lontano da qui. E’ Oumar a fornirci le previsioni del tempo per la giornata ascoltate alla televisione al nostro arrivo in spiaggia ed è Serigne a invitarmi sotto la palma per sorseggiare un tè caldo appena preparato. I loro amici senegalesi diventano subito nostri amici e i loro gesti e sorrisi aperti bastano a dissolvere rapidamente qualsiasi celata nostra ingiusta diffidenza.



Oumar, naso schiacciato, occhi svelti, è desideroso di conoscere turisti, carpire le realtà dei loro paesi, conversare con il suo fare così estroverso, simpatico e marpione. Serigne, nero, nerissimo come il suo amico, capelli rasta, sguardo più dolce, due occhi che sono un faro di dolcezza, introverso, con il fardello della rassegnazione che gli pesa addosso ad inseguire un visto per un paese europeo che gli dia il diritto a gioire di un lavoro e di un futuro. Oumar intento nel suo ruolo di public relations con i turisti che ci presenta una sera tre simpatiche turiste spagnole di Barcellona che ritroveremo più in avanti a Mindelo e intercalatosi nell’improvvisato ruolo di nostra guida verso una lontana caletta seminascosta e riparata da un impetuoso promontorio roccioso dove approdano le tartarughe.

Siamo noi ad aver adottato questi due ragazzi africani offrendo loro da bere alla sera, la solita aranciata a Serigne e la solita birra analcolica a Oumar, acquistandogli pane al cocco e latte senza che nessuno dei due ci chiedesse nulla oppure sono loro ad averlo fatto aprendoci gli occhi ed introducendoci in un piccolo ritaglio senegalese fatto di buon umore, battute e tanta conversazione, la ricetta in pratica per suggellare un’amicizia improvvisata e sincera?



Oumar e Serigne, inconsapevolmente e a scapito delle loro difficoltà a sbarcare il lunario, ci hanno omaggiato di quegli ideali di amicizia e fratellanza che spesso noi trascuriamo per inseguire ben altri futili valori. Ne Oumar ne Serigne sono ancora in grado di dire cosa faranno da grandi ed entrambi non vedono alcuna delle prospettive che noi siamo soliti a prendere quali diritti acquisiti e garantiti. Oumar ci scherza su dall’alto della sua innata ironia da buon marpione e pensa a conoscere ragazze straniere ma Serigne, più responsabile, ha perso quel suo iniziale sorriso accattivante di uno che sembra essersi sparato un cannone.

La nostra ultima sera a Tarrafal, fuori dal famoso baretto, ci getta in faccia tutto il suo sfogo evitando di guardarci dritti negli occhi per celata timidezza e rasenta la disperazione quando si da del fallito per non avere i soldi per continuare gli studi ne un visto per il nostro mondo dove potersi finalmente guardare allo specchio per vedere finalmente un futuro. I suoi genitori in Senegal non lo sentono da tre settimane e allora ecco spuntare la nostra scheda telefonica, solo in parte usata, per rassicurarli. Una telefonata fatta poco prima e che ci riassume con gli occhi persi nel vuoto confessandoci di aver detto alla mamma di stare meglio da quando ha conosciuto due persone simpatiche e buone che gli sono stati vicini con la loro amicizia e i loro consigli e questo gli ha dato la forza e il sostegno di poter credere e sperare un po’ di più adesso.



Bastano queste poche parole a rigirare, ancora una volta, il coltello nella piaga di una società diseguale e ingiusta e a farmi venire un umido nodo in gola in questa ultima serata a Tarrafal che ci separerà da Oumar e Serigne, due splendidi ragazzi senegalesi. (Pubblicato il 12 febbraio 2004) - Letture Totali 186 volte - Torna indietro



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