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1600 km to the Polar Ice

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“Naturaid Northern Adventure”, 1600 km to the Polar Ice: intervista a Maurizio Doro (maur.doro@gmail.com) - Inviato il 05 marzo 2010 da Maurizio Doro.

1600 km to the Polar Ice

Sito o fonte Web: www.mauriziodoro.it Sto per continuare ancora una volta il “MIO VIAGGIO” cominciato chissà quando e chissà dove.

Ogni terrestre ha un suo obiettivo “inconscio” e lo segue, o ne è attratto. Ognuno è unico e irripetibile. Conosco la tristezza della solitudine più avvolgente, il piacere e la gioia di scivolare nel silenzio assoluto su piste ghiacciate e conosco anche la fatica, il dolore e l’angoscia di organizzare bivacchi estremi nelle bufere più terribili o sotto la dolce danza dell’aurora boreale.

Momenti di perfezione assoluta in una natura non comune.

Da diversi mesi sento un disperato bisogno di questa solitudine.

Lo scopo della mia spedizione non è essere il primo o il più veloce. La sfida sta nell’andare da solo, nel rendermi completamente vulnerabile e nel lasciarmi trasformare dall’ambiente.

Ho bisogno di confermare che la mia vita ha un significato?

D. Chi te lo fa fare ?
R. Questa risposta oramai la conosco: “IO”.
Ci sono arrivato con fatica e angoscia, ed è stata una liberazione.
Ma subito dopo se né presentata un’altra, come passare da un chek point all’altro per raggiungere la meta.

D. Perché fai questo?
R. Da anni dopo aver dato fine alla prima domanda mi ritrovo a dover dare una nuova risposta. Sono alla continua ricerca di una risposta semplice. Sono passati molti anni ed ancora io stesso non so rispondere, se lo sapessi e se capissi anch’io veramente qual è il motivo del perché lo faccio, probabilmente non avrebbe più senso farlo, non lo farei e non avrei mai fatto quello che ho fatto. Sarebbe come affacciarsi alla solita finestra e sapere di vedere sempre le medesime cose nella stessa posizione. Nessuna emozione.

D. Quanto conta la sfida con te stesso, la prestazione fisica?
R. Sicuramente la condizione psicologica e l’esperienza è fondamentale e conta moltissimo, ma è importante anche la preparazione fisica. Con un fisico allenato si alza il livello di sicurezza. In una situazione di pericolo ci si salva solo se il fisico è integro ed ha energia. La mente ha l’importante compito di guidare il fisico e portarlo al massimo livello senza danneggiarlo. Qui stà il trucco per limitare i danni in una situazione estrema.

D. Fai mai dei viaggi “normali”, delle vacanze “tradizionali”?
R. Qualche vacanza (non molte) ricordo di averle fatte da giovane con amici, in Spagna, in Francia, a Rimini. L’ultima quest’estate con Lisa, e i miei figli Andrea di 4 anni e Greta di 2. Siamo stati in Austria ed abbiamo pedalato portandoci dietro il carrettino e i bagagli sulle ciclabili per 300 km. E’ stata una piccola vacanza avventurosa.

D. A volte sei stato costretto a rinunciare, cosa significa per te abbandonare un obiettivo?
R. Ho dovuto rinunciare per la prima volta nella mia vita nel 2001 nella gara in Alaska quando mi sono ritirato dopo 1200 km no stop. Mancavano ancora 600 km alla conclusione. Il vero motivo è stato il dover tornare al lavoro. Ero là da oltre un mese e la fine delle ferie hanno reso il mio ritorno obbligato e doloroso. Ho vissuto questo momento proprio come una "sconfitta" totale della mia esistenza. Fino ad allora mi sentivo un “Superman”, un uomo libero. Ho dovuto far passare molti mesi di dolore prima di elaborare questa nuova esperienza. Ed alla fine ho capito che solamente i pazzi sono veramente liberi. Noi tutti abbiamo dei compiti e dei doveri da quando nasciamo, se vogliamo vivere con chi ci sta affianco nella società. Per cui in quel momento anch’io mi sono dovuto adeguare ai miei doveri e sono rientrato.
Aver capito questo è stata poi una grande liberazione.
Ho vissuto poi un’altra rinuncia in Argentina nel 2008 per le condizioni climatiche diventate troppo avverse e pericolose (ero li per una salita di un 7000m).
Oggi, dopo le mie personali esperienze, considero la rinuncia come una conquista, un insegnamento. E’ un passo in più verso l’obiettivo finale.
Un esempio: Reinhold Messner (io parlo dello sportivo) è l’alpinista che ha fallito più di tutti per raggiungere i suoi obiettivi, proprio lui lo dice, ne parla non serenità e non lo nasconde. Ma è il numero 1 in assoluto.

D. Hai mai temuto veramente per la tua vita o per la tua incolumità’?
R. È da circa 20 anni che faccio avventure. Quando sono in spedizione l’attenzione è ai massimi livelli, ci si sente pronti e preparati. Ho arricchito la mia esperienza negli anni e lo so fare bene. Sicuramente penso alla mia incolumità come un qualsiasi altro individuo che fa una qualsiasi cosa.
Certo ho paura altrimenti sarei un’incosciente ed ogni mia scelta è curata e ponderata. Sono conscio che l’imprevisto è in agguato.

D. E’ impossibile raccontare tutti i tuoi viaggi.. ma sono viaggi? Tu come li definiresti?
R. E’ un percorso molto personale, i miei amici che mi conoscono e che mi hanno sempre seguito negli anni leggendo i miei racconti si sono avvicinati e hanno capito quella mia personale filosofia che io chiamo Naturaid.

D. Viaggiare in questo modo per te è ormai un’abitudine o c’e’ ancora qualche novità’?
R. Durante i miei viaggi cerco sempre un nuovo contatto con la mia Madre Natura e ogni volta mi emoziono tanto e piango. Spero di non separarmi mai da lei.

Buona NuovaAvventura, Mauri...

Seguitelo in diretta sul sito! (Pubblicato il 05 marzo 2010) - Letture Totali 135 volte - Torna indietro



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