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In Mongolia tra nomadi e cavalli

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In Mongolia tra nomadi e cavalli, Reportage di Luca Ferri per www.ilreporter.com

In Mongolia tra nomadi e cavalli

Sito o fonte Web: www.ilreporter.com Persone dure e segnate dal vento come la pietra ma con un animo curioso, interessato e un po’ poetico. La vita dei nomadi è faticosa, scandita dal ritmo delle loro bestie, l’unica cosa importante e per cui sacrificano la vita rincorsi dall’alternare delle stagioni.

Vivono di natura e tradizioni, lasciando che siano le lunghe ore di cammino nel nulla ad alimentare la mente dei ragazzi come non potrebbe fare nessuna altra scuola ed è impossibile non rimanerne affascinato quando con un sorriso ti si avvicinano, ti abbracciano e cercano di chiederti da dove vieni, cosa fai, mentre con una mano ti offrono quel poco che hanno.

Perché l’ospitalità viene prima di tutto e in luoghi come qui in Mongolia, dove puoi incontrare una sola famiglia ogni sei o sette ore di macchina, avere dei visitatori nella propria tenda diventa una piccola festa in cui si condivide tutto ciò che la vita mette a disposizione per festeggiare: vodka e latte acido di cavalla.

Sono gente forte i nomadi. A volte sembrano fatti della stessa pasta del paesaggio che hanno intorno, di cui sono i padroni incontrastati e piegati solamente dal tempo. È una vita che mi affascina perché è quella che più si avvicina alla vita selvaggia, quasi primitiva, quando l’uomo uccideva per freddo o per fame e cercava un posto nel mondo equilibrato dove potersi insidiare.

In Mongolia, dove ancora la metà della popolazione vive di spostamenti, la vita nomade è diventata un’arte ed oggi non è difficile veder spuntare un pannello solare ed un antenna satellitare da queste piccole yurta fatte di lana. Avanza il progresso e qualche comodità ovviamente raggiunge anche il deserto del Gobi.

Intorno a queste piccole abitazioni il paesaggio è di quelli difficili da raccontare a parole. Chi da sempre ha vissuto in città a stento può immaginare la sensazione che ti sorprende quando l’occhio guarda l’orizzonte senza vederne mai la fine. A volte sembra che lo sguardo possa intravedere la curvatura della terra e ci si rallegra constatando che ancora nel pianeta esista uno spazio così infinito.

Al tramonto poi svanisce ogni dubbio. Il cielo gradualmente assorbe ogni sfumatura di colore sia possibile dal celeste al rosso fuoco e per oltre quaranta minuti si può ammirare uno spettacolo che non ha pari con nessun cinema o televisione.

L’altra metà della Mongolia vive ad Ulan Bator, la capitale, che da poco ha festeggiato il milionesimo abitante e dove si respira il profumo pacchiano della speculazione. Attorno alle tristi e cupe architetture, regalo del passato sovietico, sorgono nuove strutture splendenti che purtoppo proseguono il piano urbanistico poco chiaro con il quale la città si è fino ad oggi sviluppata.

Lo sfruttamento coatto delle miniere ha creato una nuova ricchezza in Mongolia ed una certa arroganza inizia a farsi strada tra queste nuove classi. La percezione che un po’ di denaro renda tutto lecito ha eccitato i portafogli di alcuni ed oggi si costruisce senza progetto, senza che uno studio adeguato permetta di valorizzare una città che in molti altri paesi del mondo non sarebbe più grande di un piccolo villaggio.

Di fronte alla piazza del parlamento di Ulan Bator oggi stanno costruendo quelli che probabilmente saranno i due palazzi più moderni ed avveniristici della Mongolia. Sembra che uno dei due, quello a forma di vela, sia stato progettato per ospitare il primo albergo Sheraton del paese, se non fosse che quando i rappresentanti della compagnia sono venuti a controllare i lavori immediatamente hanno riconsegnato le chiavi ai costruttori con tanti saluti: alcuni piani avevano il soffitto troppo basso per poter rientrare negli standard di un albergo di lusso.

Viene da chiedersi se la Mongolia non sarebbe il paese giusto per sperimentare un sistema di vita alternativo. Un paese in cui gli spazi abbondano, il sole risplende per 300 giorni l’anno e in cui anche il vento sarebbe facile da trasformare in energia, probabilmente potrebbe offrire alle poche persone che vi abitano un orgoglio diverso, lontano dai tempi di Gengis Khan ma pur sempre nello spirito della conquista. (Pubblicato il 08 gennaio 2010) - Letture Totali 193 volte - Torna indietro



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