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A passage to India

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Racconto di viaggio in India, di Chiara Lambertucci - Inviato il 10 gennaio 2004 da Chiara Lambertucci.

A passage to India

Ho sempre sentito l’attrazione per l’India, ma non avevo mai deciso di prendere e partire per visitarla senza una minima organizzazione. Ero già stata a Goa in passato, perché il padre adottivo di un mio amico tedesco è indiano, ed ero andata al suo secondo matrimonio. Nel 2001 sono maturate le condizioni per farlo. Mio padre ha conosciuto per caso un signore indiano, capitano di navi da crociera. Una volta informato della mia attrazione, si è offerto di ospitarmi a Gurgaon, nello stato di Haryana, a pochi km da Delhi. Colta la palla e uno scassato aereo dell’Aeroflot al balzo, via Mosca sono atterrata a arrivata Delhi con Barbara, compagna di studi universitari. Ci sono venute a prendere in quattro: la moglie dell’uomo conosciuto da mio padre, le sue figlie, e un amico di famiglia.

Fuori dell'aeroporto, la sensazione non è stata delle più scioccanti perché ero già atterrata a Bombay anni prima, e sapevo a che cosa andavo incontro. Impossibile non notare subito la differenza tra i nostri ciceroni, appartenenti ad una casta molto alta, e la povera gente. Lo confermavano la casa, in uno dei quartieri residenziali attorno a Delhi, gli studi delle figlie in un college inglese e il loro girare il “mondo”, soprattutto dietro al padre.



Parlando del più e del meno, ho subito notato anche il loro legame con la religione, vista come una parte del loro essere e non come una scelta. Lo stesso è la casta di appartenenza, come la figlia maggiore ha involontariamente confermato rispondendo alla mia domanda se avesse il ragazzo. Quello che le piace, al college, è di un'altra casta.

Anche se le caste sono state dichiarati illegali nella Costituzione, oggi le caste esistono ancora tant'è che spesso i partiti politici fanno leva sugli interessi di casta per ottenere consensi. Si appartiene ad una casta per nascita e gli appartenenti ad una casta cercano di mantenere la loro purezza evitando di essere contaminati dagli altri. Generalmente le caste sono legate ad attività o a professioni anche se non sempre è possibile identificarle in base ad un puro criterio economico. All'origine le caste erano suddivise in quattro gruppi: i sacerdoti (bramini), i guerrieri, i commercianti ed i contadini. Nel tempo si sono sviluppate altre centinaia di suddivisioni creando una piramide alla cui base stanno i cosidetti "intoccabili" o "paria", tra l'altro addetti alle mansioni più umili ed impure.

Che tristezza, ho pensato, mentre lei sembrava non dare molto peso alla cosa. Ciò che rende felice un hindu, ha detto, non è l'amore e nemmeno i soldi, ma raggiungere e mantenere l'equilibrio interiore. Pensavo fosse una risposta di circostanza, favorita anche dal fatto che apparteneva ad una casta più alta, ma proseguendo nel viaggio, e conoscendo gente di ogni estrazioni sociali, avrei appurato che è una regola comune a tutti.



La prima giornata si è svolta nei dintorni di Gurgaon. Non si trattava di “vera India”, ovviamente, ma la sera siamo andate a rendere omaggio a Shiva, la divinità preferita delle ragazze di famiglia. L'induismo non ha un fondatore o un profeta. E' un modo di vivere, una filosofia alla cui base si trovano i concetti di karma e dharma.

Karma è il susseguirsi delle azioni in vita che, se saranno buone, incarnazione dopo incarnazione condurranno al congiungimento con l'Essere Supremo. Dharma è dovere, virtù, la legge che regola i rapporti tra individui e caste. L'aspetto più evidente della religione induista, quello delle divinità, è così ricco e vario che è impossibile darne una breve descrizione. Inoltre, convivono con l'induista molte altre religioni, ad esempio l'Islam, con cui ho avuto ache fare nel Rajastan. Da Gurgaon, dove abitavano i nostri amici, siamo partite per Jaipur. Nessun autobus si fermava alla piattaforma adibita a fermata dell’autobus. Tutti ci guardavano, soprattutto la mia amica coi capelli rossi corti, così dopo tre ore di inutile attesa ci è venuta la pazza idea di fare l’autostop.

Un sikh, che andava per business a Jaipur, ci ha caricate sulla sua jeep nuova di zecca. Non ci è parso vero “scroccare” questo passaggio, ma anche se non ci siamo riuscite è certo che volevamo dividere almeno i soldi della benzina. Gurgaon è collegata a Jaipur da una lunga superstrada dritta, molto ben tenuta relativamente alle condizioni generali delle strade indiane. Impaurisce l’assoluta assenza di regole: mucche, cammelli, camion modello pakistano con un sacco di addobbi e l’immancabile segnale sul posteriore del mezzo “Horn please”.. l’unica regola osservata dai guidatori indiani sembra infatti quella di suonare costantemente e insistentemente.



Oltre all'atmosfera da mille e una notte, mi hanno colpita la massiccia presenza di militari dovuta alla vicinanza col Pakistan e di un sacco di “furboni” che volevano fregare me e la mia amica, nonché infastidirci. Ho potuto notare che non è il comportamento tipico dell’Indiano mussulmano, ma dell’Indiano in generale, l'indiano uomo intendo.

Non è un “dar noia” malefico, ma un “fastidio bonario” sì, ben sopportabile se paragonato alle mille conoscenze di cultura e abitudini tanto diverse, spesso opposte. Appaga i sensi, dà gioia come tal volta basti uno sguardo per capirsi anche senza parlare. Sensazioni stupende… Abbiamo girato tra le viuzze, visto il famoso Palazzo dei Venti (interessante solo la facciata), contemplato il panorama dall’Amber Fort, da cui si gode una vista bellissima dell'intera lunga muraglia che scorre attorno alle montagne desertiche, simile a quella cinese, anche se in dimensioni molto ridotte.

La successiva successiva, Varanasi, è stata raggiunta viaggiando in treno, in terza classe, per ben 27 ore. Il treno indiano è un’esperienza indimenticabile, un vero spaccato di vita di vera India.

E’ sul treno che si colgono gli sguardi della gente, si conosce il loro quotidiano, ed è sul treno che si effettua quello che Forster chiamava “A Passage to India”. In terza classe, ci siamo trovate a dividere quasi tutto con i compagni di viaggio, dalla frutta secca, alla musica incessante di musicisti vaganti nei corridoi, al contatto notturno con la polizia che fa controlli anti-terrorismo dovuti alla questione del Kashmir.



Durante le fermate, si tocchiamo con mano le indegne condizioni di viaggio alle quali siamo costrette insieme a tutti i passeggeri della terza classe. Visti da fuori, questi vagoni sembrano carri bestiame. Avvicinandoli, l'aria si fa irrespirabile. I finestrini hanno sbarre di ferro al posto dei vetri e la confusione e il chiasso al loro interno si possono solo immaginare. La pioggia, l'elevato tasso d'umidità e il caldo soffocante fanno il resto. Non credo di esagerare se affermo che mi è sembrato di vedere un documentario sui deportati della seconda guerra mondiale. Manca pure il coraggio di guardare le tristi facce delle donne e dei bambini dirimpettai, accalcati l'uno sull'altro... continua "A passage to India" (Pubblicato il 10 gennaio 2004) - Letture Totali 122 volte - Torna indietro



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