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Bali - terza puntata

Racconti e Articoli di Viaggio

Un nuovo paragrafo del capitolo su Bali, in origine compreso nel testo di "Australiando", di Claudio Montalti - Inviato il 20 gennaio 2012 da Claudio Montalti.

Bali - terza puntata

Sito o fonte Web: www.claudiomontalti.net Mi sono svegliato rintronato dalla differenza di fuso orario. L’ora di Sydney mi avrebbe perseguitato per tutta la settimana, destandomi ogni mattina alle quattro. Ho stivato l’indispensabile nello zaino piccolo, ho abbandonato nell’ostello quello grande e mi sono gettato sulla strada animato da una gran voglia d’evasione. Sembrava essere già passato un secolo dalla mia partenza dall’Australia mentre imparavo ad orientarmi per Bali.

Tenendo contemporaneamente sotto controllo la cartina stradale ben piantata sul manubrio, i caotici guidatori d’auto e moto, le mefitiche esalazioni tossiche che fuoriuscivano dai mezzi pesanti, la guida a sinistra e le indicazioni in due lingue di cartelli spesso latitanti, assorbivo tutto con la stessa intensa attenzione che si concede a qualcosa d’ascetico, di molto spirituale. Avvertivo molte vibrazioni nell'aria.

Alte canne di bambù spuntavano come funghi ai lati delle strade. Elegantemente intagliate e decorate con morbidi intrecci per tutta la loro lunghezza, terminavano invariabilmente con grandi coccarde dai lunghi piumini candidi che, appese alla maniera di aggraziate lanterne, le facevano incurvare sulla strada. Ogni singola famiglia di Bali avrebbe costruito i suoi, e centinaia di migliaia di beneauguranti penjor sarebbero stati eretti, e avrebbero decorato ogni strada dell’isola, prima che la festa terminasse.

Era una tradizione che si ripeteva a ogni festa di ringraziamento a una divinità, tanto numerose che, relativamente all'Occidente, l'anno balinese è una lunga celebrazione intervallata da ben pochi giorni lavorativi. Il tunnel sempre più fitto di penjor ondeggiava come un serpente sornione nella tiepida brezza che increspava appena le risaie.

Osservavo tutto con curiosità. Lungo le strade, le donne camminavano con grandi vassoi di foglie intrecciate in bilico sulla testa. Presso ogni torrente e ogni canale di irrigazione delle risaie, avevano luogo rituali di purificazione e di preparazione alla festa. Intere famiglie composte da giovani e meno giovani, uomini e donne, alcune anche con bimbi appena nati, si spogliavano di tutto e, utilizzando mestoli, ciotole e perfino secchi di plastica, si lavavano reciprocamente a lungo salmodiando nenie. I vestiti quotidiani, lavati e stesi ad asciugare sull'erba o sui sassi, risaltavano come tavolozze colorate sui verdi dei greti.

Tutti i balinesi avevano un’espressione intensamente felice mentre decoravano, offrivano, bruciavano incensi, abbellivano vie e templi o si lavavano. Quando mi vedevano, un saluto e un sorriso non mancavano mai di interrompere qualsiasi cosa stessero facendo, rendendomi partecipe di quello stato di grazia. Se fino ad anni recenti l’intolleranza musulmana l’aveva periodicamente devastata - Bali è infatti un’isola induista circondata da spesse mura di islamismo, diffuso ovunque in Indonesia - tutto pareva dimenticato, annegato nel carattere solare e gioioso dei balinesi. Mi metteva in serio imbarazzo appena mi fermavo per chiedere un’informazione o vedere qualche pezzo d’artigianato. I bambini e gli adulti mi circondavano, mi toccavano per curiosità o richiamare la mia attenzione su qualche mercanzia o usanza, ma se indugiavo appena diventava poi un’impresa disincagliarsi.

Per fortuna bastava un colpo di gas. La moto regalava libertà estreme e mi consentiva di frugare, curiosare e ficcare il naso in ogni piccolo angolo di Bali. Sembravano non avere una fine: non facevo in tempo a scoprirne uno, dietro a una curva o in fondo a un breve sentiero asfaltato, ormai semisommerso dall’esplosiva vegetazione, che subito ne saltavano fuori altri dieci. Sembravano racchiusi uno dentro l’altro come scatole cinesi.

Non sarebbe bastato un anno per conoscere tutte le particolarità di Bali.

A Celine, tra edifici in stile balinese, ho cominciato a vedere la mescolanza tra sacro e profano che a Bali permea ogni angolo e gesto. Circondati com’erano da mura merlettate, caratterizzati da portali d’accesso riccamente decorati, negozi e abitazioni si differenziavano dai pura, i templi a tre terrazze, solo per gli spigoli più acuti ed i colori più vivaci.

Poco oltre ho attraversato la regione delle risaie di Mas, punteggiata di botteghe di artigiani che intagliavano il legno ed esponevano i loro lavori direttamente sulla strada. Assecondando l’amalgama tra sacro e profano, in apparenza blasfemo, soprammobili, letti, armadi e oggetti di quotidiana utilità erano mischiati a numerose copie piccole e grandi di divinità e del leggendario uccello cavalcato dal dio Vishnù, il Garuda. Molti manufatti sembravano essere scolpiti nell’avorio, tanto erano levigati, duri e pesanti nelle mani, invece erano incisi in una pregiata varietà di tek del delicato colore della sabbia dorata, un legno così compatto che gli artigiani si servivano di strumenti precisi ed affilati, e di movimenti che gonfiavano allo spasimo i loro muscoli, per lavorarlo.

Strette limitazioni di decenza condizionavano l’accesso alla Cava dell'Elefante, Goah Lavah, e ho dovuto indossare un sarong color porpora sui pantaloni corti. Calma e silenzio avvolgevano ogni angolo del tempio vecchio mille anni che si apriva nel fianco della montagna, sormontato da una testa d’elefante rozzamente scolpita nella pietra, ancora riconoscibile dopo dieci secoli d’umidità e d’intemperie. Decine di vasche, fontane e condotte di pietra imprigionavano l’acqua che in origine usciva dalla grotta.

La dolcezza e la sacralità del luogo si perpetuava su gocciolii e sciabordii. Solo un monito apparentemente sovrannaturale, lo stesso che sembrava arrestare la foresta pluviale appena di là delle pietre del tempio, mi ha impedito di immergermi in una delle grandi vasche affollate di balinesi. Dopo tutto il caos del traffico e l’opprimente umidità che avevo subito, la freschezza dell’acqua era un richiamo assai forte, ma non potevo essere abbastanza puro, io che ero sempre in cerca di qualcosa, oppure semplicemente curioso, per immergermi in quelle acque. Quasi avesse intuito i miei pensieri, qualcuno mi ha fissato serio, anche se mai con la severità che mi sarei aspetto all’interno del più antico dei templi di Bali.

Quei cuori semplici sembravano comprendere e perdonare il mio naturale desiderio di freschezza. In realtà non rientra nella concezione dell’induismo la figura cristiana del peccatore, giudicato e punito per le sue colpe in un’unica occasione, o del sacrilegio. Karma è una parola indiana che faceva parte del quotidiano di Bali. Karma è il destino di un individuo in questa vita, un destino immutabile già scritto dalle azioni da lui compiute in una vita precedente.

I peccati, come noi li intendiamo, incidono nell’esistenza futura, per cui ognuno è artefice in prima persona delle proprie fortune o sfortune, in grado di orientare la propria vita con determinate scelte.
Successivamente, sono giunto ad un villaggio di pescatori. Non ho incontrato anima viva transitando tra decine di piccole e semplici capanne in canne di bambù e costruzioni di mattoni appena più alte. Seguendo rumori di frenetiche attività, ho trovato tutti gli abitanti radunati sulla spiaggia, affaccendati nell'allestimento di bancarelle e strutture per la festa. Ho domandato a una vecchia dove potessi mangiare del pesce fresco, cotto alla brace.

Una chiostra di denti stranamente regolari e candidi è esplosa come un fuoco d'artificio sul volto solcato da una fitta ragnatela di rughe. Un ampio gesto, a comprendere gli uomini al lavoro e tutte le esili piroghe da pesca del villaggio, parcheggiate ordinatamente in fila ben lontane dalle onde dell’Oceano, è stato eloquente. I colori vivaci delle imbarcazioni decoravano lo sfondo nero della spiaggia lavica come una collana di perle colorate. Quel giorno, nessuno era uscito per pescare, né lo avrebbe fatto fino alla fine della festa.

Il solito nasi goreng e una bottiglia di birra calda hanno sostituito il piatto di pesce appena pescato e cotto sui carboni di legna per cui avevo sopportato i morsi della fame fino a quel momento, ma sotto il povero pergolato di bambù, davanti alla spiaggia nera e al mare azzurro che creavano un contrasto davvero singolari, le note vivaci del gamelong nelle orecchie, ho trovato il cibo ugualmente delizioso. (Pubblicato il 20 gennaio 2012) - Letture Totali 150 volte - Torna indietro



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