Bali

Racconti e Articoli di Viaggio

Bali fa parte di un libretto di viaggio di Claudio Montalti, pubblicato a puntate e in esclusiva su Viaggiatorionline.com - Inviato il 12 agosto 2011 da Claudio Montalti.

Bali

Sito o fonte Web: www.claudiomontalti.net Contro ogni mio convincimento, la pesante miscela di odori e di afrori di quell'Oriente che non rientrava nei miei piani, ma che infine mi aveva attirato irresistibilmente, mi ha avvolto non appena ho messo il naso fuori dall'aereo, subito liquefatta da una violenta vampata di caldo umido. Ai piedi della scaletta, sull’asfalto dell’aeroporto di Denpasar, dopo sei ore di volo e tre da togliere sull’ora di Sidney, ho scoperto che l’umidità opprimente del Top End australiano poteva toccare punte ancora più estreme a cavallo dell’equatore. L’emicrania, che aveva cercato e trovato una difficile simbiosi analgesica con il rombo sordo dei motori dell’aereo, è esplosa violentemente e fuori dell’aeroporto non sapevo più cosa fare e dove andare.

Il vuoto sembrava riempirmi il cervello mentre pencolavo lungo il marciapiede con la vivacità di un burattino dai fili recisi. Ho cercato compassione, sperato che una persona si curasse di me, mi prendesse per mano e portasse in un luogo fresco dove potevo di nuovo cominciare a pensare, invece m’imbattevo solo in balinesi tanto vocianti e tempestivi nel contattarmi quanto frettolosi nell’abbandonarmi un attimo dopo avere capito che non valeva proprio la pena accampare qualche pretesa sul mio portafogli.

La voce si è diffusa in fretta e attorno a me si è formato un vuoto di disinteresse. Si stava rivelando sbagliata l’idea d’approfittare dello scalo a Bali per ritardare qualche giorno il mio ritorno a casa, partorita in un attimo d’istintiva follia nel penultimo giorno di permanenza a Sydney, nel momento in cui prenotavo gli aerei del ritorno.

Sarebbe stato un peccato non approfittarne. Il rimpianto mi avrebbe seguito per anni, per sempre se poi non avessi trovato il modo di visitare l’isola i cui intensi colori verdi e rossi avevano piacevolmente interrotto il mio limbo ipnotico durante il viaggio d’andata. In ogni caso, sentirmi nel giusto non mi affrancava dal peso dello zaino e da quello di piccoli granelli di fatica che continuavano ad aggiungersi ai tanti che il mio corpo già sopportava. Ad ogni passo mi sembrava di affondare sempre più nel catrame rovente della strada. In quei momenti, il mio viaggio si era ridotto - o l'avevo ridotto? - a una missione eroica più che a una gioia da centellinare e assaporare.

Nonostante la fatica e i colpi violenti che minacciavano di farmi esplodere la testa, ho perseverato a vagare tra le nebbie e i vapori del caldo opprimente fino a racimolare un po’ di rabbia positiva. Per rilassarmi, non avevo che da attendere il volo per Roma, in tutto sei giorni soltanto. Solo in quel momento e su quella poltrona, non un attimo prima, avrei potuto abbandonarmi a tutta la pace e l’inattività che il corpo e la mente stavano inutilmente reclamando a gran voce. Finalmente ho reagito, e cominciato a fare quello che si deve in ogni luogo in cui si arriva: domandare, domandare e ancora domandare.

I primi scorci di Bali che ho visto dalla blue car - il taxi locale, da non confondere coi bembo, coloratissimi furgoni che sono una via di mezzo tra autobus e taxi, perennemente in moto da una parte all’altra dell’isola con l’immancabile seguito di musica a tutto volume - non hanno migliorato la mia situazione generale. Auto e moto si infilavano con striduli colpi di clacson nel congestionato traffico locale come le mille correnti capricciose di una marea. Ho osservato le scene un po’ spaesato, finché il taxi non ha svoltato in una vasta area rurale coltivata a risaie, divisa in grandi quadrati da rare strade ortogonali ormai ridotte a gruviera, ai cui incroci si aggrappavano poche abitazioni altrettanto disfatte. Temevo ormai di essere diretto ad un tugurio sovraffollato quando la blue car si è infine fermata.

Davanti alla costruzione alta e bianca, dall’aggraziato tetto spiovente che si elevava sul paesaggio circostante in tutto simile ad un’elegante reggia indiana, ho chiesto al tassista di attendere un momento prima di congedarlo. Non c’erano errori: mi trovavo esattamente davanti all’ostello contattato all’aeroporto, il cui numero di telefono avevo annotato un giorno, ormai lontanissimo, a Melbourne.
Le camerate intonacate di bianco erano grandi, arredate da massicci mobili di bambù, ed estremamente rilassanti grazie alla loro temperatura piacevolmente fresca. Ho velocemente recuperato le energie e, come resuscitato, assillato dalla tipica impazienza di chi vuole subito toccare con mano la nuova realtà, mi sono rimesso sulla strada che attraversava la distesa di risaie fino alla costa.

Coppie di buoi aggiogati a un semplice vomere di legno si muovevano lentamente nelle acque basse, tracciando canali di irrigazione e di scolo. Contadini balinesi, piegati sull’acqua per raddrizzare, impiantare o spiantare una per una le piantine di riso, risaltavano sull'immobile specchio liquido come basse e tozze rocce nere di un passato vulcanico. In quel quadro bucolico, ho subito scoperto che la gente mi vedeva.

Alla mia comparsa, giovani e vecchi indistintamente mi gratificavano di sonori “Hallo!”, e grandi sorrisi dardeggiavano sui piccoli e scuri volti ovali, spesso sormontati da sporche e logore fasce di cotone per assorbire il sudore. Automaticamente, ho rallentato il passo. Ho cominciato a respirare più lentamente l'aria carica di odori senza mancare di schivare una quantità di cani randagi, taluni ormai mostruosi, dai cui corpi la pelle pendeva a brandelli purulenti, infestati da mosche e vermi, animati da una vitalità ben strana. È stato il primo assaggio del rapporto che gli induisti balinesi hanno con la reincarnazione.

Ogni aspetto vitale della Natura, anche il più infimo e degradato, contiene un’anima in cammino verso la pace del paradiso. Soltanto chi raggiunge il Nirvana si svincola dal ciclo delle reincarnazioni, mentre ogni altro essere vivente è governato dalla legge secondo cui il bilancio delle azioni buone e cattive commesse in vita influenzerà la successiva rinascita.
Senza patente internazionale, è scoppiata come una bolla di sapone l’idea di noleggiare un’auto scoperta a quattro ruote motrici che avevo accarezzato.

Un ragazzo si è interessato per farmi trovare una moto, ma il motivo per cui ci siamo conosciuti è velocemente svanito in una contagiosa allegria. Egli mi ha insegnato il termine bom-pah con il quale si esprime a una ragazza il desiderio di fare l’amore, spiegato come avrei dovuto accompagnarlo con le mani, e regalato i primi rudimenti di quella che presto sarebbe diventata un’immersione totale nell’induismo locale. Bali sembrava una terra baciata da una natura generosa, popolata da gente gravida di calore, sorrisi e vitalità, dotata di un vero talento per la felicità.

Le immagini di Cuba continuavano a materializzarsi davanti a me. Avevo idea che il tempo sarebbe volato via alla velocità della luce, se solo l’isola avesse mantenuto una piccola parte delle promesse che quel ragazzo esuberante mi stava sventolando davanti agli occhi. Mi divertiva, ma quando ha manifestato l’intenzione di portarmi a casa sua ho dovuto mio malgrado rifiutare. Se volevo vivere liberamente Bali dovevo trovare al più presto una moto, non disperdermi da subito nelle caotiche tentazioni dei suoi abitanti.

Dopo avere fallito diversi altri tentativi - l’isola era alla vigilia di una delle sue innumerevoli feste religiose e ogni privato era restio a separarsi dal proprio mezzo - sono riuscito a trovare una moto giapponese. Ho cambiato i dollari e mi sono trovato nelle mani una pila assurdamente alta di rupie. Ho stivato mazzette di banconote un po’ ovunque, addosso a me e nello zaino, prima di iniziare a districarmi nel caotico traffico locale. I primi momenti sono stati eccitanti. La sorpresa che mi ha afferrato nel vedere le immagini scorrere di nuovo veloci, nel sentire il vento tra i capelli è stata genuina. Non mi sono diretto verso le mura fresche delle grandi stanze dell’ostello, ma ho continuato a girovagare senza meta. Mi sentivo enormemente libero nei movimenti, una gran bella sensazione. Da troppo tempo ero fossilizzato nel torpore, appagante ma statico, d’ogni singolo passo.

Il ritratto più turistico di Bali, decorava la lunga strada principale di Sanur. I ristorantini, tutti in mattoni cotti al sole, pergolati infiorati, e arredamenti in legno chiaro o bambù, sfilavano uno dietro l’altro, senza interruzione. Batik e sarong di cotone coloravano ogni muro e le gambe delle ragazze balinesi che vi lavoravano, a loro volta esaltati da migliaia di piccole candele che popolavano nicchie e finestre, seguivano le sommità dei muretti, i profili di minuscoli giardini e le basi di piccoli idoli di pietra, oltre a ornare tavoli e tavolini. Mentre il tramonto declinava velocemente nella notte, lo splendore della via reggeva sempre più il confronto con la miriade di stelle che sbocciavano nella tiepida volta equatoriale.

Il silenzio era interrotto solo dal gamelong, l’onnipresente melodia balinese che con le sue battute, ora dolci e ora martellanti, scandisce il ritmo della vita. Le fragranze degli incensi che bruciavano si sono mescolati a forti odori speziati di cibo, stuzzicandomi l’appetito.

Per nutrirmi ho scelto la spartana confusione di un chiosco ambulante circondato da balinesi piuttosto che l’avvolgente scenografia di un ristorantino. Se la pochissima gente che passeggiava in quella morbida atmosfera da fiaba indiana risaltava la mia suggestione, consumare un pasto in solitudine mi avrebbe solo immalinconito. Ho osservato ipnotizzato il ragazzo, giovanissimo, cucinare nasi goreng. Saettando dentro e fuori la larga padella conica, illuminandosi di mille riflessi, nelle mani scure del cuoco che si confondeva con la notte la paletta d’alluminio sembrava danzare fluidamente come la bacchetta magica di un apprendista stregone. L’odore pungente del fornelletto a benzina si è mescolato a quello dell’uovo e delle verdure, a quello dell’incenso e agli odori della vegetazione, sempre più prepotenti nell’umida frescura notturna.

Seduto sulla moto, il cielo sopra di me, lo strimpellare dolce del gamelong nelle orecchie, il colore giallo di un sarong negli occhi e un piatto di riso fritto insieme a diversi tipi di verdura, spezie piccanti, poca carne e un uovo, la notte ha perso ogni confine. Il mondo, il mio mondo, si è concentrato in quel piccolo angolo di fiaba, nel mio piatto e nei timidi sorrisi di una minuta balinese fasciata di giallo come un piccolo sole. (Pubblicato il 12 agosto 2011) - Letture Totali 167 volte - Torna indietro



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