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Pini, puffi e vecchie foto

Racconti e Articoli di Viaggio

Resoconto di una vacanza sugli Appennini della Toscana, Italia, di Alberto Angelici - Inviato il 07 gennaio 2004 da Aziza.

Pini, puffi e vecchie foto

Solo toni di grigio, questa mattina, dalla finestra dello studio. Ma anche una giovane coppia di lepri al limitare dell'albana. Cercano qualcosa di commestibile tra i ciuffi gelati che crescono ai piedi delle viti. Si muovono caute: due saltelli di qua, due di là e ogni volta che il musetto si abbassa verso terra, compare un piumino bianco all'altra estremità. L'alto pennacchio di un pioppo si agita leggero sotto le zampette di un gruppo di tortore col collare che ne dividono i rami spogli con uno stormo di passeri che svolazzano instancabili. Sembrano bambini birichini che giochino festosi mentre le mamme, nelle loro eleganti vesti rosate li guardano benevoli e garbate.

È presto, poco più delle otto. Un'alzataccia per Anna, che solo la domenica riesce a dormire un po' più del solito. Ma oggi si va a Montefreddi. Montefreddi. Il nome in sé evocherebbe immagini di gelo e vento. Per me invece significa benessere e pace, natura intatta e armonia ambientale e interiore. All'epoca dell'università, messo in crisi da un esame o da vicende di cuore, sinceramente non ricordo, trascorsi in quei boschi alcuni giorni di ritiro. Era l'inizio di giugno e se in pianura il calore del sole aveva già intriso l'aria d'umidità, a mille metri l'atmosfera era limpida, il sole brillava e la sera serviva un golf.

Lasciata la macchina in prossimità del confine tra Emilia e Toscana accanto ai muri screpolati di un vecchio casale, presi un sentiero a caso, la mente persa sull'onda di pensieri densi come nuvoloni estivi. Zaino in spalla, attrezzatura ridotta al minimo, dopo un paio d'ore avevo trovato il posto che faceva per me ai bordi di un antico pascolo sul crinale a sole. Un fazzoletto di prato tra alti pini e cespugli di noccioli dove mi sarebbe stato facile nascondere la tendina canadese agli sguardi della forestale che non consente il campeggio su quei pendii.

Mi sentivo come il fuggiasco di un romanzo d'avventure.

Accendevo piccoli fuochi di legna molto secca per evitare che troppo fumo potesse rivelare la mia presenza e lo facevo sempre sotto la chioma di un grande pino i cui rami avrebbero trattenuto e disperso il poco fumo. Mi cucinavo il riso che m'ero portato, solo quello, oltre a erbe che raccoglievo in giro e a qualche fungo, se ne trovavo. Niente piatti né posate. Solo il Cattaraugus. Venti centimetri di robusto acciaio che non mostra i quasi sessant' anni di onorato servizio, prima nell'U.S Army poi con me.

Borraccia, gavettino inox per farsi la barba e preparare il tè, una specie di pentola bassa che usavo anche come padella e l'inseparabile multilame svizzero. Sacco a pelo, tendina, amaca di rete, un telo leggero e poche altre cose, tra cui un paio di libri.

La mattina, una strofinata ai denti con foglie di salvia selvatica e un sorso dal sottile rivo che scorreva nel folto. Trascorrevo le giornate a pensare e a leggere. La notte restavo a lungo nel sacco a pelo ad ascoltare i suoni della natura. Il cauto raspare di un animaletto, il fruscio leggero dei rami più alti che reagivano alla brezza notturna. Talvolta mi faceva sussultare il frullare improvviso di un gufo che aveva il nido in un vecchio castagno. La sottile parete della tenda mi portava il profumo asprigno dell'erba umida, quello aromatico della resina dei pini e l'afrore dolciastro dell'humus marcescente. Mi sentivo il re di quel mondo: unico, privilegiato spettatore di una prima teatrale senza poltrone né velluti, riflettori o regie.

Montefreddi. Il posto è estremamente suggestivo e pare di trovarsi in una vallata alpina. Prati in dolce declivio attorno ai quali si stendono fitti boschi di faggi, noccioli e castagni a perdita d'occhio, segnati da lingue di pini che nella stagione fredda spiccano sul secco circostante. L'edificio è solitario, basso e massiccio. Pare sorto dalla terra come un enorme porcino. Il profondo sporto del cornicione ombreggia le vetrate che permettono la visione di tutta la vallata. Un gioco prospettico di alberi e pieghe del terreno impedisce, come quinte teatrali, la vista dei rari gruppetti di case.

Sembra l'unica costruzione rimasta al mondo. continua "Pini, puffi e vecchie foto" (Pubblicato il 07 gennaio 2004) - Letture Totali 58 volte - Torna indietro



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