Serial killer

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Racconto sull'Australia tratto da "Australiando", di Claudio Montalti. - Inviato il 12 gennaio 2004 da Claudio Montalti.

Serial killer

Sito o fonte Web: www.claudiomontalti.net Sono sbucato sulla radura erbosa dell’ostello nel momento in cui gli ultimi raggi di sole sfioravano le cime appuntite dei monti. Abbandonando le loro comode posizioni profumati e freschi di doccia tutti gli ospiti dell’ostello mi hanno accolto con grandi sorrisi e manate sulle spalle. Era Natale, d'accordo, ma solo quando sono entrato in cucina mi so spiegato l'allegra rilassatezza in luogo dell'attività pre-cena che mi ero aspettato, e avevo temuto perché affamato.

La tavola era magnificamente imbandita nella più classica delle cene natalizie australiane - prosciutto, pane, lattuga, dolci, cioccolatini, birra, spumante e il tradizionale Christmas cake, una torta di cacao, uva passita e canditi - aspettavano solo il mio arrivo per essere assaliti. Come tutti, ho fatto un tuffo degno della migliore gara olimpica su quel tavolo pieno di cibo - offerto dalla manager - prima seppellendo la fame e poi alimentando un'allegria alcolica sempre maggiore, tanto che poi ho dovuto chiacchierare a lungo per annacquare quelle sensazioni artificiali prima di uscire.

Mi sono incamminato verso il paese con la testa rovesciata all’indietro per non perdere nulla delle candide porzioni di una luna grandissima che ora accendeva gli spazi tra le cime degli alberi illuminando ogni cosa. Stregato da quella luce che mai avevo visto così abbacinante, ho rimediato un indolenzimento al collo e tre o quattro ridicoli inciampi. Era evidente che ero ancora un po' brillo.

La cabina del telefono era completamente occupata dalla mole di Roberta. Ho guardato nei paraggi in cerca di Natalie. Erano, infatti, inseparabili. Non aveva dato molto fastidio che Natalie non si fosse svegliata quel mattino, ma quella notte, la notte di Natale, mi sarebbe piaciuto parecchio passarla con lei. Non speravo nulla di particolarmente irraggiungibile o proibito: fare due passi e guardare le stelle mano nella mano con lei era la sola cosa che realmente desideravo dalla notte di Natale.

All'istante, ho anche immaginato di farla parlare al telefono, di lanciare insieme a lei i miei auguri a migliaia di chilometri di distanza, poi di indovinare le domande che si sarebbero fatti. Nonostante la lontananza, sarei stato più vicino a loro che se fossi stato fisicamente presente. Ho sorriso infantilmente della mia fantasia e della sorpresa che avrei fatto a casa, solo per rimanere ancora più deluso e amareggiato nel non trovare Natalie. Era comprensibile, ma dovevo prendermela solo con me stesso.

La notte precedente, rientrati perché faceva freddo, mi ero spinto nel piccolo divano a angolo invece di partecipare alla discussione che era nata tra gli altri ospiti, migliaia di frasi che nascevano da un lato del grande tavolo per morire non appena giungevano al lato opposto senza portare a nessuna conclusione. Volevo la compagnia di Natalie, ma avevo dovuto accontentarmi dei quella di un libro e della musica country che fuoriusciva gracchiando da una vecchia radio. Lentamente, le lettere si erano confuse e poi spente accompagnandomi in un sonno pesante. Dopo un sonno ininterrotto, accompagnato come avevo già immaginato da un sogno movimentato, mi ero risvegliato trovato da solo nella cucina deserta.

Nello stupendo mattino di Natale, i rumori del bosco all’inizio di un nuovo giorno forti come quelli di uno stereo acceso a tutto volume, mi ci era voluto un momento per ricordarmi di essermi addormentato sul divano. Dopo la colazione, avevo aspettato per mezz'ora che Natalie, o una chiunque nel dormitorio femminile si destasse. Avevo trascurato l’orario quando mi ero messo d’accordo con lei, ma non avevo indugiato troppo. Alle otto di mattina era già caldo ed ero ansioso di scoprire quali meraviglie mi avrebbe regalato la lunga escursione di quel giorno con l'ausilio dell’autostop.

Avevo un feeling particolare con lei eppure, inevitabilmente, mi lasciavo sfuggire dalle dita ogni occasione giusta. Avrei dovuto spettarla quel mattino, avrei dovuto pronunciare poche e semplici parole, "Vieni in paese con me?", avrei dovuto insomma fare invece di pensare di fare. Dovevo avere buone dosi del terrore tipicamente anglosassone per i rifiuti imbarazzanti.

Arrabbiato con me stesso, ho salutato Roberta senza calore e mi sono messo al telefono. In luogo del segnale di linea libera, che avrebbe annunciato l’arrivo di una voce cara, un messaggio registrato ha gracchiato inopportuno e per me comprensibile come geroglifico egiziano. Ne sentivo un tale bisogno, in quel momento, che quasi non vedevo altro nella mia vita. Era importante. Fino a poco prima, avevo creduto che mi stavo apprestando a vivere il primo Natale della mia vita lontano di casa senza provare alcuna nostalgia. Di più, non avevo quasi mai pensato a casa. Non c’era nessun vuoto dentro di me, non ancora. continua "Serial killer"

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