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Viaggiare a occhi aperti

Commercio equosolidale, Solidarietà, Onlus

Un breve articolo-saggio di solidea.org sul viaggiare responsabile nel Mondo. Viaggiare

Mondo. Viaggiare. Commercio equosolidale, Solidariet�, Onlus

Sito o fonte Web: www.solidea.org/ Che il turismo sia un fenomeno in forte espansione, protagonista di un ruolo economico di primo piano, lo sa chiunque abbia viaggiato. L'industria del turismo internazionale occupa milioni di lavoratori, coinvolge mezzo miliardo di persone all'anno in spostamenti oltre e cinque all'interno dei rispettivi confini è ormai la principale voce negli scambi commerciali mondiali, più importante di quella automobilistica, dell'acciaio, dell'elettronica e dell'agricoltura. Genera 3.500 miliardi di dollari all'anno di fatturato, il 6% del prodotto lordo del pianeta, impiega 127 milioni di persone, 1 ogni 15 occupati in tutto il mondo.

Sono stati tre gli acceleratori fondamentali che hanno trasformato il viaggio in qualcosa di abnorme economicamente e socialmente, che gli hanno conferito il titolo di "industria" pur in assenza di macchinari e catene di montaggio: la curiosità verso l'altrove e l'altrui, dopo le imprese dei navigatori per eccellenza, da Colombo a Cook; la diffusione su ampia scala della carta stampata (diari, resoconti, giornali) a partire soprattutto dalla seconda metà dell'Ottocento; l'evoluzione dei mezzi di trasporto che gradualmente hanno ridotto, fino a ridicolizzarle, le distanze. La miscela di questi tre elementi, ha fatto sì che il turismo divenisse fenomeno di massa, con tutte le conseguenze del caso.

Ma se gli aerei hanno accorciato le distanze fra i continenti, ma non hanno purtroppo avvicinato i popoli. Anche in questo settore dell'economia mondiale, le differenze tra Nord e Sud del pianeta sono abissali, l'80% degli spostamenti internazionali è appannaggio dei residenti di soli 20 paesi. Nel 1992 un inglese spendeva in turismo 330 dollari all'anno, un americano 154, un tunisino 22, un indiano solo mezzo dollaro. Anche le principali destinazioni turistiche sono nei paesi del Nord, che ricevono il 70% dei turisti e incassano il 72% del fatturato del settore. Niente di nuovo. Fin dai suoi albori, il viaggio ha creato lacerazioni, modificato o stravolto situazioni esistenti da secoli o millenni, introdotto concetti di "civiltà" a senso unico, cancellato o relegato in angoli bui, tradizioni e usanze.

L'industria turistica è fortemente concentrata nelle mani di pochi grandi operatori, anche se esistono migliaia di piccole agenzie, che però ripropongono per lo più i pacchetti dei "grandi" (ndr: in Kenya rimane solo il 30% di quanto pagato all'acquisto del viaggio, in Nepal il 47%, in Sri Lanka il 30%, in Tailandia il 59%). Talvolta l'impatto turistico è devastante per le aree che, senza una programmazione razionale, vengono "spalancate" al turismo di massa. Lo scorso anno, in un articolo uscito sul South China Morning di Hong Kong, così veniva descritta la situazione di uno dei "paradisi" delle vacanze più gettonato, l'isola di Bali in Indonesia: "Gli abitanti si lamentano per la discriminazione che l'industria turistica esercita nei loro confronti, non possono sedersi sulla spiaggia di un grande albergo (buona parte del litorale), che subito arriva qualcuno che minaccia di chiamare la polizia. Alla gente del posto, poi, si proibisce di pescare, di organizzare giochi o cerimonie religiose perché, dicono i proprietari degli alberghi, potrebbero disturbare i turisti". A proposito di alberghi: "Sono numerosissimi", scrive il Morning, "e la rete fognaria è assolutamente inadeguata, con effetti disastrosi sull'ecosistema della barriera corallina. Campi da golf e piscine consumano enormi quantità di acqua (500 litri al giorno per ogni stanza di albergo), mettendo in crisi il sistema di coltivazione del riso". Dunque il turismo può innescare un processo di arricchimento, ma, se non adeguatamente governato, alla lunga rischia di rivelarsi un boomerang.

La stampa specializzata condiziona l'approccio che il turista avrà con il paese scelto per trascorrere le proprie vacanze e prepara il bagaglio di pregiudizi positivi e negativi (esotismo, natura incontaminata, disponibilità sessuale, ecc.) e che quindi porterà con sé nel viaggio, ma non inserisce nessun tipo di riflessione sulle ricadute, positive o negative, che egli avrà visitando i Paesi del Sud del Mondo di medio o basso reddito. Le poche informazioni disponibili sull'impatto del turismo sull'ambiente, sull'economia e sulla cultura dei paesi interessati, provengono quasi esclusivamente da riviste che si occupano di rapporti Nord-Sud, di ambiente o di consumi. Dagli articoli specializzati emerge un'immagine di società del Sud estremamente semplice, "vergine", con popoli gentili e sorridenti che portano geneticamente "il ritmo nel sangue" (se sono caraibici) o il "sorriso stampato in faccia" (se sono orientali). I problemi, quando vengono rilevati, sono sempre sottodimensionati dalla "voglia di vivere", dalla "dignità" con la quale si porta la miseria, dall'onnipresente natura "incontaminata". Quest'ultima poi non è mai minimamente intaccata dall'urbanizzazione selvaggia, dalla cementificazione delle coste, dalla mancanza di trattamento dei rifiuti o delle acque di scarico. Se consideriamo che questa letteratura raggiunge milioni di persone e che, per decine di paesi del Sud del mondo, è l'unica fonte di informazione esistente, la situazione dovrebbe destare preoccupazioni, come è già emerso nei Convegni realizzati dall'associazione di categoria italiana (GIST) per approfondire i rapporti tra editoria e operatori turistici.

Il principale problema che si pone ad un paese che vuole fare crescere il suo settore turistico è la pianificazione e la gestione di un turismo sostenibile, che non comprometta cioè il patrimonio ambientale, culturale e sociale del territorio. Un turismo programmato in consultazione con le comunità locali e con gli investitori, che sia giusto ed equo per la comunità ospitante, economicamente sostenibile nel lungo periodo, che non provochi danni alle attrazioni turistiche e all'ambiente naturale, richiede un grande sforzo di programmazione e anche grossi investimenti. Naturalmente quella dello sviluppo di un turismo sostenibile è una sfida che accomuna tutte le destinazioni: ma i Paesi poveri, che sono anche molto fragili politicamente, che sono poveri di infrastrutture e di management, rischiano di perderla molto facilmente. Tanto meno un Paese è in grado di offrire strutture e servizi, tanto più dipende dagli investitori esteri, tanto minori sono le entrate derivanti dal turismo che rimangono in loco.

Lo sviluppo di un turismo sostenibile rappresenta quindi una grande risorsa per molti Paesi del Sud del mondo: sia in campo strettamente economico, attraverso la crescita dell'occupazione locale e l'introito di valute forti, che in campo sociale, attraverso la valorizzazione delle risorse ambientali, umane e culturali, che lo sviluppo di altri settori produttivi non consentirebbe. La cooperazione internazionale potrebbe svolgere un ruolo importante nel sostenere le scelte dei governi in questa direzione. La domanda è rappresentata da turisti che provengono dal mondo industrializzato e la struttura dell'offerta dei servizi nel turismo internazionale è anch'essa sotto il controllo di imprese occidentali: gran parte delle responsabilità per la direzione che il turismo internazionale sta da questa parte del mondo. Le organizzazioni non governative di sviluppo si impegnano per cambiare i rapporti tra Paesi ricchi e poveri anche richiamando l'attenzione dell'opinione pubblica sugli aspetti che non funzionano nel nostro modello di sviluppo: ad esempio stimolando a stili di consumo più etico anche nel campo del turismo internazionale, diffondendo codici per il turismo responsabile, informando sui danni provocati dal turismo di massa, facendo chiarezza sulle responsabilità degli operatori turistici, indicando itinerari e strutture ricettive a basso impatto ambientale e sociale. D'altro canto le ONG sono presenti da anni in molti Paesi del Sud del mondo, lavorando quotidianamente al fianco delle comunità e delle organizzazioni locali: i progetti di sviluppo si sono fino ad ora rivolti a settori economici di base, quali l'agricoltura, la piccola imprenditoria locale, l'artigianato. Si stanno cominciando a pensare interventi di formazione nel settore turistico, di individuazione, insieme ai partner e ai governi locali, di itinerari di turismo sostenibile, svolgendo un ruolo di intermediari tra gli operatori turistici e i potenziali ospiti. Del resto già oggi molte ONG stanno sperimentando l'organizzazione di viaggi di incontro e di conoscenza legati ai loro progetti nel Sud del mondo. Anche la cooperazione non governativa dunque potrebbe, e dovrebbe secondo noi, giocare un ruolo importante nell'invenzione di un turismo meno distruttivo e, non dimentichiamo, che crei maggior ricchezza per gli ospiti e maggior soddisfazione per i visitatori.

Una recente ricerca realizzata in Inghilterra ha individuato 4 tipi di turista: i turisti di massa organizzati (coloro che comprano solo viaggi "tutto organizzato"); il turista di massa individuale (è più libero e autonomo dal gruppo, ma stabilisce rigorosamente prima della partenza l'intero svolgimento del viaggio), l'esploratore (cerca accuratamente itinerari poco frequentati o insoliti da fare da solo o in piccoli gruppi, per questo spende molto di più dei precedenti); infine il cosiddetto vagabondo (evita qualsiasi organizzazione turistica e cerca contatti diretti con la realtà locale, decide alla giornata dove recarsi durante il viaggio). Noi ne aggiungiamo un quinto: colui che si lascia condurre per mano alla scoperta delle più vere e anche gratificanti realtà che si nascondono dietro ad un viaggio. (Pubblicato il 19 gennaio 2004) - Letture Totali 139 volte - Torna indietro



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