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Gwalior, India

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Racconto di viaggio in India, di Paola Zuliani - Inviato il 15 gennaio 2004 da Paola Zuliani.

Gwalior, India

La nostra infanzia è stata accompagnata dai racconti inglesi dell’epoca coloniale o dai romanzi di Salgari. Siamo stati tutti affascinati dall’atmosfera che il continente descritto dal romanziere italiano suscitava nella nostra fantasia. Grazie a lui abbiamo sognato uomini eroici dai turbanti ingioiellati, donne splendide che si muovevano in un’atmosfera ieratica, sette assassine che popolavano giungle rese ancora più pericolose dalla presenza di tigri mangiatrici d’uomini e di serpenti che scivolavano infidi sulle pareti di templi misteriosi dove non si percepiva quasi alcun rumore. Il nostro più vivo desiderio era di essere lì a condividere le avventure con i protagonisti, a cavalcare sulla groppa di un elefante per una battuta di caccia alla tigre, attenti al minimo fruscio.



Quelli di Salgari sono echi di un passato leggendario. L’India non è più una colonia. Molti misteri e abitudini sono decaduti con la partenza degli inglesi. Le tigri, che all’inizio del secolo si contavano a migliaia, sono attualmente censite a circa 4.000 individui, ma solo le associazioni protezionistiche ne hanno impedito l’estinzione negli ultimi decenni. Il silenzio e la pace sono stati soppiantati da un traffico indescrivibile che non rispetta alcun senso di marcia, da un rombo continuo di motori, motorini, vespe adibite al trasporto di persone e veicoli che nessuno mai oserebbe pensare esistano più al mondo, che sgusciano, serpeggiano, sfiorandosi uno con l’altro, colmi fino all’inverosimile di persone e oggetti. Al di sopra di tale rumore, metà del quale sarebbe in Europa dichiarata fuorilegge, e combattuto duramente come la densa nube di gas di scarico da cui scaturisce, altro rumore regna sovrano e continuo fino all’ossessione: quello dei clacson delle vetture e dei vari mezzi, la voce della città, implacabile e stentorea, di fronte alle cui onde soccombe qualunque emissione di voce, sia umana che animale. La gente non chiama, non grida per richiamare l’attenzione delle persone perché si avvicinino per comprare. I cani non abbaiano mentre vagano per le città prolificando senza sosta, incuranti di tutto.



A loro si uniscono, almeno nei piccoli centri abitati, intere famiglie di maiali che somigliano ai nostri cinghiali, ma senza le zanne. Girano indisturbati razzolando nei mucchi di spazzatura o nei rigagnoli di liquami a cielo aperto. Bovini, cani, maiali e asini sono continuamente sfiorati al millimetro da mezzi a quattro o tre ruote che s’incrociano, saettano in tutte le direzioni possibili senza fermarsi di fronte a biciclette e motorini che a loro volta devono essere pronti a sterzare senza alcuna preoccupazione per i pedoni che spesso si trovano a dover scegliere tra camminare nella strada in costante stato di tensione e di allerta, oppure tentare di passare con relativa sicurezza sui marciapiedi, laddove esistano e non siano occupati da animali, carretti o letti e tende di fortuna. La strada, infatti, non è solo traffico inverosimile, brulichio di mezzi, persone e animali che inizia presto la mattina e finisce a tarda ora la sera, ma è anche il luogo ove moltissimi indiani hanno il loro alloggio permanente. Lo si nota quando il chiasso diventa brusio e poi si annulla del tutto mentre luci di lampade a gas o fiammelle punteggiano sempre più numerose i marciapiedi, i parchi, le piattaforme delle stazioni ferroviarie. Moltissimi indiani occupano i marciapiedi. Sopravvivono vendendo frutta, verdura o altro su carretti a due ruote e ritirandosi ogni sera su un lato. Le vie punteggiate di lumi d’acetilene sono uno spettacolo abituale perfino in città come Delhi dove appaiono materassi anche tra le radici degli alberi che affiorano, creando una sorta d’isola sull’asfalto, dove semplicemente molti s’insediano e si allungano per dormire accanto alle mucche di cui sono proprietari. I bovini, contrariamente a quanto credano molti stranieri, non sono animali abbandonati a se stessi.

Le vacche hanno padroni, lavorano i campi come in tutti i paesi del mondo, oppure tirano l’acqua, aiutano a trainare carri. Proprio perché animali assolutamente indispensabili per la vita, si fece in modo di evitare che, durante le grandi carestie che flagellavano l’India, le mucche non fossero sacrificate per la sopravvivenza umana. Questa è la ragione per cui sono divenute creature da adorare e da proteggere contro qualunque abuso o maltrattamento. Per le strade si vedono moltissimi tipi di bovini: bianchi, neri, marroni, alcuni con la classica protuberanza sul collo che li identifica come autoctoni, molti altri senza, spesso accompagnati da vitelli malnutriti. Incuranti del traffico indiavolato che sfreccia loro attorno, i bovini camminano lungo i marciapiedi, quando esistono, oppure si attestano in mezzo alla strada costringendo risciò a motore, vespe, moto e biciclette a sterzare creando vertigini mulinelli di ruote e fumi di scarico. Abbastanza spesso, negli angoli delle strade alcune donne siedono davanti grandi mucchi d’erba fresca stesa al suolo. Non si tratta d’erba per cucinare. Alle donne si pagano, secondo le possibilità, cinque o dieci rupie (come nel nostro caso di stranieri ignari delle “tariffe”), o anche meno, e allora una di loro prende un ciuffo d’erba, secondo il prezzo pagato, e lo dà da mangiare ad un gruppetto di mucche in paziente attesa che qualcuno paghi per farle brucare. Così gli animali sono nutriti bene e il passante si è guadagnato qualche punto in più per una vita migliore nell’aldilà.

A parte il disordine, la sporcizia e il caos di gente e d’animali, cui un europeo non è e non potrà mai abituarsi, le strade e i mercati sono uno spettacolo affascinante per chi si interessi alla realtà dell’India. La vita quotidiana è un continuo alternarsi d’odori che escono da fornelli allestiti sulla strada, d’erbe messe ad asciugare al sole, d’incensi che bruciano nel tentativo di sopprimere odori meno gradevoli. I colori sono ovunque: esplodono allegramente sui carretti che vendono fiori per le cerimonie o offerte ai templi; macchiano di rosso, verde, violetto o giallo rozze tele di iuta su cui sono esposte frutta e verdura di qualità irreprensibile; spuntano nei sacchetti dove si vendono le spezie in polvere, elementi fondamentali della cucina indù. Dove però il colore domina sovrano è nei sari - di cotone, sintetici, di seta di migliore qualità, sontuosi, ricamati o no - indossati dalla quasi totalità delle donne indiane. Tinte sfumate, delicate o più decise, gialli accostati al rosso o al violetto, verdi assieme al prugna o all’azzurro, turchese mescolato assieme a tutti gli altri, fucsia ovunque, soprattutto negli abiti delle bambine, colori i cui abbinamenti sarebbero inconcepibili per il gusto europeo creano un’allegra ed elegante combinazione arcobaleno che contrasta con l’inevitabile povertà delle strade. continua "Gwalior, India..." (Pubblicato il 15 gennaio 2004) - Letture Totali 17 volte - Torna indietro

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