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Ghibli, vento assassino

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Racconto di viaggio nel Sahara Algerino dell'Algeria, di Camillo Vittici - Inviato il 14 gennaio 2004 da Camillo Vittici.

Ghibli, vento assassino

Sito o fonte Web: digilander.iol.it/globertrotter Abbiamo lasciato già da alcuni giorni Algeri, macchia bianca nell'azzurro mediterraneo. Ciuffi d'erba gialla avidi d'acqua scivolano veloci accanto alla Pegeout che sta puntando dritta e veloce verso Touggourt. La notte è meglio trascorrerla in un centro abitato e nei nostri disegni scartiamo l'idea d'essere sorpresi dal buio in una pista del deserto.

L'oasi è decisamente un polmone vivibile. Sotto le palme i cammelli ruminano immobili levando al cielo, di tanto in tanto, rumori gutturali. Ti sorprende lo specchio d'acqua limpida e fresca che rispecchia il cielo e che si adagia all'ombra del palmeto che gli fa da corona. Qui accanto passeremo un'altra notte di queste notti africane. La sera studio sulle carte il percorso e le piste che calcheremo il giorno successivo. Di solito si riprende il viaggio nelle prime ore del mattino per non esser colti dal sole più caldo nel mezzo del percorso, cercando di sostare verso mezzogiorno in qualche oasi che lambisce la via.



Un'altra tappa si percorre nel tardo pomeriggio e s'arriva a sera fra le palme ristoratrici. I pochi tratti d'asfalto che ci accompagnavano più a nord ora lasciano il posto a piste aride e nude dove s'intravvedono i solchi appena accennati degli automezzi che hanno preceduto il nostro cammino. Sappiamo che lo scampolo di rotta odierna sarà più lungo dei precedenti e sulla nostra via non troveremo accoglienti oasi ad ospitarci. La sera ci coglie quasi all'improvviso e il riverbero dei fari è troppo limitato per rischiararci la pista e le sue mille deviazioni. Posiamo le coperte sulla sabbia e ci sdraiamo uno accanto all'altro.

Questo cielo non l'avevamo mai visto così, miliardi di punti luminosi, così vicini, così brillanti. La via lattea è un fiume di luce nitida, le costellazioni si possono quasi toccare. Non ci disturba nemmeno la luce della luna nascosta in chissà quale parte del mondo e il buio assoluto esalta magnificamente ogni angolo di questo soffitto incantato. La notte è fredda, l'excursus termico è notevole rispetto al giorno. Tuttavia il sonno ci coglie mentre le parole si affievoliscono a poco a poco.

Ci stiamo inoltriando in un curioso slalom fra le dune alte del Sahara. A volte ci arrestiamo e saliamo su quella più vicina affondando le gambe sino al ginocchio e scorgiamo un mare giallo che si perde all'infinito in un orizzonte indistinto che si confonde sbiadito con il limite di un cielo lontano. Fra la sabbia appare frequentemente qualche "rosa del deserto". Sono pietre di foggia strana, quasi elaborate ad arte dalla natura che nel corso dei secoli le forgia a guisa di efflorescenze di color marrone chiaro che si abbarbicano una all'altra in sculture in cui l'arte e la fantasia fanno a gara a creare figure fantastiche.



Il termometro di bordo è vicino ai cinquanta gradi e poco dopo il mercurio impazzito esplode nel vetro fragile dello strumento. La sete, quella sete che ogni mattino ci consiglia di riempire le tre taniche di venticinque litri di acqua, ci chiude la gola, ci inaridisce i visi e ci secca le labbra. E' liquido salmastro che ci rifiutiamo di raccogliere e di bere. Razioniamo l'acqua che ci rimane nell'ultimo contenitore legato al portabagagli. Ma, tuttavia, è troppo calda e il primo sorso ferisce la gola. La sosta alla prossima oasi ci ristora e ci permette un sonno profondo ben chiusi fra le lamiere mai così accoglienti della nostra Pegeout.

Il brontolio monotono del motore sembra soffocato e assorbito dalle montagne di sabbia che delimitano il nostro percorso. Allungano spesso lunghe ditate che attraversano la pista che ci obbligano a rallentare e ad arrestarci. A volte le superiamo senza difficoltà mentre sempre più spesso le ruote girano a vuoto e s'affondano in un ostinato tentativo di liberarsi dalla morsa che non permette l'attrito. Entrano, così, in gioco le nostre coperte che stendiamo a pelo di strada sulle quali tentiamo di spingere l'auto a suon di spallate e con la marcia in folle. Sono soste forzate che ci divorano troppe ore scombinando le tabelle di marcia preordinate e troppo spesso sconvolte. continua "Ghibli, vento assassino" (Pubblicato il 14 gennaio 2004) - Letture Totali 54 volte - Torna indietro



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