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Ritorno in Dancalia

Racconti e Articoli di Viaggio

Dopo le vicissitudini della temeraria spedizione in Dancalia del 1995, sulle tracce degli esploratori L. Nesbitt e R. Franchetti (anni 1928-29), nel 2004 siamo ritornati a mettere piede in quella terra infernale, di Antonio Biral - Inviato il 11 giugno 2013 da Antonio Biral.

Ritorno in Dancalia

Sito o fonte Web: www.antoniobiral.com PREMESSA: "Nel 2004, dopo nove anni siamo ritornati in Dancalia, a dispetto di chi ebbe a dire perché non eravamo andati a Rimini, anziché là, e di coloro che, pur non conoscendoci, si erano arrogati il diritto di giudicarci e offenderci in maniera insolente, miserevole per il ruolo che ricoprivano. Posso affermare che come oggi sappiamo i rischi che si corrono ad attraversare quei territori, tanto più lo sapevamo allora. Non a caso, prima di partire, avevo depositato le mie volontà testamentarie e stipulato una assicurazione supplementare, a copertura del rischio morte".

La ragione che mi spinse a riprogettare il ritorno in quei luoghi, era il desiderio di completare il viaggio, di chiuderlo! Forse per l'egoistica volontà di finire il gioco, di vincere!

L'ultimo tassello mancante del puzzle "Dancalia" era il tratto compreso fra il Kock Maraha, l'enorme anello di ceneri residuo di attività vulcaniche sottomarine risalenti a un remoto passato, e Waideddo, un "paradiso" se lo si paragona all'inferno che lo circonda. Tuttavia, per mettere in atto il programma, dovevamo attendere che si verificassero i presupposti necessari, poiché il Governo Etiopico aveva precluso ogni movimento in quell'area per la presenza di guerriglieri che rivendicavano, e ancora rivendicano, l'autonomia dall'Etiopia. Gli stessi che nel 1995 ci catturarono e ci tennero in ostaggio per ben 23 giorni all'interno dell'infuocata Piana del Sale.

A quel tempo le autorità etiopiche ci accusarono di essere entrati illegalmente dentro i loro confini e non tolleravano sentire ciò che noi sostenevamo: di essere stati costretti a farlo da un gruppo di uomini, sotto la minaccia delle armi. A nostro avviso, invece, erano ben consapevoli della situazione, ma politicamente non ritenevano necessario interdire la Dancalia perché, per loro, era assolutamente impensabile che qualcuno si azzardasse a mettervi piede, date le estreme condizioni climatiche di quel territorio. Per un motivo o per l'altro il progetto non riusciva a prendere il via, di anno in anno doveva essere rinviato. Un'attesa che per alcuni aveva fatto perdere la voglia di insistere, per altri, invece, la testarda volontà li ha riportati lì! Dopo nove anni.

Da Sardo, siamo arrivati al Lago Afrera percorrendo i centottanta chilometri della nuova pista, quella che avevamo visto in costruzione nel 1995, quando erano stati realizzati i primi chilometri.
Questa via di comunicazione, oltre a togliere dall'isolamento, facilita il controllo di un territorio tuttora considerato ad alto rischio. Non è raro che avvengano episodi di estrema violenza, come l'essere attaccati da bande armate o da predoni, individui privi ogni scrupolo, che non esitano anche a uccidere.

A parte ciò, la pista ha grande importanza per lo sviluppo delle attività inerenti lo sfruttamento del lago, per l'elevata salinità delle sue acque. Da poco sono state avviate, nella parte meridionale, imponenti operazioni di sbancamento per la formazione di bacini di evaporazione e di raccolta del sale. Già ora, le quantità prodotte sono ingenti. Immaginavo che non avrei né rivisto né ritrovato le cose come le vidi nove anni orsono; ma così, come le sto vedendo ora, proprio non l'avrei pensato.

Il fascino di infinita desolazione che emanava quel luogo tanto lontano dal mondo degli uomini, i silenzi assoluti, la percezione di immutabilità, le bianche schiume salmastre addensate lungo le rive, ora devastate e sconvolte da migliaia di presenze, mi danno un senso di insofferenza, di nostalgico rimpianto per quel mondo che avevo conosciuto, che era rimasto tale e quale un secolo fa. Con una scorta armata, messaci a disposizione dal presidio militare qui dislocato per tenere sotto controllo un'area per niente tranquilla, ci addentriamo nella desertica pianura. Stiamo ripercorrendo pressappoco il tragitto fatto quando, nel marzo del 1995, eravamo alla ricerca del fantomatico villaggio. Giunti al Kock Maraha, anziché proseguire passandogli a est, come avevamo fatto allora, lo superiamo sul lato ovest e procediamo verso il tondeggiante profilo del vulcano Ummuna.

Il terreno è sempre lo stesso: difficile! Vasti corrugamenti di lava, superfici di sabbie, di ceneri vulcaniche, di buche e avvallamenti. Tutte insidie che non sfuggono all'attenzione di Girma, il nostro autista, che per bravura ed efficienza mi ricorda Alem, tanto che a volte lo chiamo con quel nome.

Percorsa la piana, giungiamo ad Abdallali. Il luogo si identifica per un'unica capanna, si trova ai margini della base del vulcano Erta Ale. Là, dove le lave lasciano spazio alla desertica pianura, una donna, tre bambini, un uomo e una capanna, formano questa località dove ci fermiamo per la notte. Alle prime luci dell'alba siamo già sulle macchine, pronti ad affrontare la salita verso il cratere del vulcano. Il tentativo è di arrivare ai "due alberi": un punto di riferimento che si trova circa a metà percorso dalla cima. Non potremmo sbagliarci, aveva detto l'uomo di Abdallali, perché non ci saranno altri alberi a confondervi per una vasta area intorno. Lui e il suo cammello, sarebbero partiti ancora con il buio per arrivare dove, caricate un paio di taniche d'acqua, ci saremmo incamminati su per le nere pendici verso la cima.

Stiamo avanzando con difficoltà, non per la salita, tutt'altro che ripida, ma per cercare i pochi varchi liberi fra i blocchi e i crostoni di lava che, sempre più, vanno ostruendoci il passaggio. Più lenti che a passo d'uomo, procediamo tra scossoni e sobbalzi quando, nell'udire un secco botto, vediamo la macchina di testa inclinarsi su un fianco e arrestarsi: siamo bloccati per un guasto che si presenta di non facile soluzione, se non riusciamo a rimediarlo dovremo abbandonarla.

Dopo quattro ore di tentativi e di prove andate male, sotto il sole ormai giunto al culmine e il rovente riverbero della lava, finalmente siamo riusciti con del filo di ferro, pezzi di camera d'aria e di legni incuneati a forza tra le lamiere, a risolvere quel tanto da poter nuovamente arrancare verso il vulcano. È già metà pomeriggio quando arriviamo ai "due alberi". Lì troviamo il nostro uomo ad attenderci. Non perdiamo altro tempo e, caricata l'acqua sull'animale, ci avviamo. Con la calura ancora sui 42 gradi, ci troviamo a marciare verso la sommità del vulcano e, quando ormai le ultime luci del giorno stanno per scomparire, ci troviamo a poca distanza dalla cima. Qui decidiamo di fare sosta e accamparci per la notte.

Ora che è dilagato il buio e tutto sulla terra si è adombrato, il cielo appare incredibilmente luminoso. Un immenso groviglio di stelle, una tale confusione da rendere difficile, quasi impossibile, identificare le costellazioni in tutto quello scintillio. Sto a fissarle cercando di capire, fino a quando non mi perderò nel sonno.

Al primo chiarore, siamo pronti a muoverci verso il bordo sommitale di questo vulcano, uno dei quattro sulla Terra dove si può osservare, ininterrottamente, una superficie di lava fusa all'interno del cratere.
Attraverso un ripido passaggio scendiamo fino a mettere piede dentro la grande caldera: una sconvolta distesa scura. Un immenso impasto dalle forme contorte che si estende fra fumarole, gas asfissianti e gorgoglii di vapori roventi, un intrico di tunnel lavici collassati, di friabili incrostazioni pronte a cedere sotto il nostro peso, rendono pericoloso muoversi, anche se con estrema cautela.

Raggiungiamo la bocca del cratere attivo, quello che si trova nella parte centrale della caldera, l'altra bocca, quella a nord, di dimensioni maggiori, sprigiona solo grandi quantità di fumi e gas.

Rischiando, ci affacciamo sul bordo frastagliato del cratere e rimaniamo colpiti da ciò che vediamo. Sotto di noi, a una profondità di circa settanta metri, con un diametro di un centinaio, un lago di magma è in continua turbolenta evoluzione. Lo strato in superficie sembra galleggiare sul sottostante, come la pelle che si forma su una tazza di latte quando sta per bollire. Una massa incandescente segnata da correnti che ondulano, che gonfiano, che generano bolle e fontane. In momenti meno attivi, la lava forma uno scudo di colore grigio metallico, come un enorme coperchio che, sulla spinta dell'incontenibile pressione, all'improvviso si sconquassa liberando notevoli quantità di gas incandescenti che arroventano l'aria; e nuovo magma dilaga, avvolge e sommerge la vecchia crosta, come fosse una scoria nel crogiolo di un gigantesco altoforno.

Questo vulcano, che si trova al centro della depressione, rimane uno dei posti più inaccessibili della Terra.

Dopo l'Erta Ale, non abbiamo potuto continuare la traversata per raggiungere Dallol, come avevamo in programma. La polizia militare non ci ha autorizzato ad andare oltre per via di una misteriosa sparizione. Andavano dicendo che una donna, appartenente a una spedizione, era scomparsa proprio su quel tratto qualche mese prima. Vero o no, sta di fatto che senza autorizzazione abbiamo dovuto ripiegare.

La scelta è stata di ritornare a vedere il villaggio di Asayta, l'importante centro nel territorio dell'Aussa, sede del Sultano, colui che nove anni prima ci permise, dopo il pagamento di un esagerato pedaggio, di varcare, sotto la protezione dei suoi uomini, i confini di quelle terre dove vigeva incontrastata la sua legge. A quel tempo, solamente lui e nessun altro poteva garantire l'incolumità a chi avesse osato oltrepassare quei limiti.

La decisione presa è venuta a proposito, infatti, proprio lì ad Asayta, su informazione di un militare che ci aveva chiesto un passaggio fino a Samera, abbiamo saputo che Muhadin, il capo degli ARDUF - quello che ci sequestrò nel 1995 - si trovava proprio in quel luogo, e lui poteva farci incontrare. Era proprio quello che volevamo, perché, oltre all'Erta Ale e Dallol, un altro degli obiettivi, per quanto possa sembrare assurdo, era di rintracciare qualcuno degli artefici delle nostre vicende. Irrealizzabile, se non fosse sopraggiunta questa fortunata coincidenza e, guarda caso, proprio con lui, il capo! continua "Ritorno in Dancalia" (Pubblicato il 11 giugno 2013) - Letture Totali 173 volte - Torna indietro

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