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Viaggio in Etiopia

Racconti e Articoli di Viaggio

Impressioni di un viaggio in Etiopia nel Novembre 2005, di Sara Francucci (sarafrancucci@virgilio.it)

Viaggio in Etiopia

Non nascondo che prima di partire per recarmi in un ambiente così particolare e difficile come il Wolaita ho vissuto con qualche apprensione il distacco dal mio mondo, dalle persone care e dalle mie abitudini. Perché "partire" significava mettersi in discussione, essere pronti a ritrovare se stessi negli occhi di un altro, adattarsi alla vita di comunità, godendo più della compagnia che delle comodità.

La motivazione che mi ha spinto a dedicare un bel po' di giorni alla realtà africana nasce dal di dentro. Non c'è un ordine o un incarico che viene dall'esterno. L'idea dell'insolito viaggio è nata a Padre P. Valenti, frate molto vicino alle Missioni estere del Cappuccinato delle Marche, il quale mi propose di partire per conoscere in prima persona la situazione reale di un paese così povero e così diverso dal nostro. La mia permanenza era finalizzata allo studio di usi e costumi del Wolaita: ora che sono ritornata, io insieme al ricercatore antropologico padre Pierino Valenti completeremo il terzo volume della collana dedicata al "Romanzo Scientifico" .
Questa è stata una proposta che ho accolto prontamente.

Sono così salita su un aereo che mi ha portato in una terra dove l'unica luce viene dal sole, dove i colori sono quelli della natura selvaggia e incontaminata, dove regalo significa acqua per non morire, dove il nuovo anno è solo un altro giorno di sofferenza, di malattia e di fame.

Sono scesa a Addis Abeba, metropoli della povertà, ultima spiaggia per i disperati che dai piccoli villaggi a piedi nudi, percorrono le strade polverose della città, alla ricerca di una fortuna che non troveranno mai. Flussi di persone che rallentavano vicino ad una strettoia, per poi defluire lentamente, come granelli dal pertugio di una clessidra.

Ho attraversato l'altopiano etiopico, con le sue terre rosse, tra i verdi e i marroni bruciati dal sole, ho percorso centinaia di chilometri di strade sterrate percorse anche da tantissima gente perennemente in cammino, con i piedi nudi e la schiena curva sotto il peso della sofferenza che non conosce tregua. Gli occhi talvolta bassi, che hanno perso la voglia di guardare verso una speranza che ogni giorno delude, camminano per portare la loro merce al mercato o per trasportare fascine di legna, orce d'acqua, o per condurre vacche, muli, pecore e cavalli magrissimi al pascolo.

Tutto mi assorbiva in un mix stordente di suoni ed emozione. Avevo l'impressione di scomparire, di non trovarmi più. Eppure alcuni volti mi catturavano: il vecchio dalla lunga barba, rughe profonde sulla pelle di cuoio; il bambino con i piedi scalzi e gli occhi stanchi, e le donne, tante donne, povere poverissime.
Panorami mozzafiato, canyon deserti, pianure con alberi giganteschi e vegetazioni rigogliose si susseguivano per chilometri e chilometri; ogni tanto mi fermavo per rinfrescarmi e per trovare un po' di sollievo dalla polvere che aggrediva gli occhi e la gola e per bere un po' d'acqua dalla mia borraccia.

Uscendo dalla macchina sono stata letteralmente accerchiato da decine e decine di bambini, donne e uomini che mi guardavano sbalorditi, con un misto di stupore, curiosità e talvolta di paura.

Ogni tanto qualche bambino piangeva alla vista di uomini bianchi perché probabilmente era la prima volta che vedevano visi europei.

E' difficile ora descrivere le sensazioni provate, ti guardi intorno e incontri migliaia di occhi che ti guardano, visi tatuati, scuri, provati, coperti da veli coloratissimi, l'unica cosa che potevo fare era quella di abbassarmi e guardare in faccia i bimbi, allungare una mano, dimostrare voglia di conoscerli, di fare amicizia. Il contatto umano era ricchissimo. La vita per questa gente è molto dura, ma la povertà e le poche risorse non impedisce loro di essere gentili ed ospitali.

In Wolaita la gente è davvero povera. Ha piccoli appezzamenti di terra che non bastano alla sopravvivenza. Arrivano piogge torrenziali e poi neppure una goccia per settimane. A piogge torrenziali seguono lunghi periodi di siccità. La gente è povera, soffocata dai latifondi dei grandi proprietari e dal continuo braccio di ferro con madre natura, avara di piogge e di raccolti. La gente perde il raccolto, una, due, tre volte di seguito. Ti impressiona la loro resistenza. Senza un lamento, abbarbicati a questa terra secca. Loro hanno imparato a sopportare, ad aspettare, a essere fatalista, mai a essere protagonista del proprio sviluppo.

Da loro ho imparato la tenacia, la pazienza, la mitezza.

Nonostante le misere condizioni, in questi villaggi rurali si vive con grande dignità, mentre nel contesto urbano ho incontrato persone che mendicavano, con vestiti laceri e sudici, bimbi scalzi e affamati con i visi ricoperti da piccole infezioni e mosche, che sorridevano e mi chiamavano.

I bambini gridano: "Fareng!" che significa bianco oppure "Monhei!" che significa soldi. Alcuni chiedono caramelle e altri pacchi dall'Europa con penne e quaderni per la scuola. Mi parlano con il loro linguaggio e non capisco niente. La curiosità dei bambini è uguale in tutte le latitudini!

Ho avuto la possibilità di incontrare quelli che fino a quel momento definivo "i piccoli orfani" nei discorsi sulle adozioni a distanza. Essi erano quei bambini che si accalcavano intorno a me con le mani tese a chiedere un regalo e con le braccia aperte in cerca di un abbraccio.

Bambini del Wolaita. stupendi, orgogliosi, meravigliosi, belli, simpatici, talvolta invadenti.
Non scorderò mai i loro sguardi tristi mentre mi sorridevano. L'ombra di tristezza che trapelava da quegli occhi neri, grandi e profondi rivelava che erano i figli della miseria e della discriminazione.
Non erano altro che piccoli adulti che avevano sperimentato sulla loro pelle il dolore. Il dolore della malattia sempre in agguato, il dolore di una casa che non c'era mai stata, di padri e madri che se non erano morti, non avevano la possibilità di mantenerli; il dolore della morte dei loro fratelli, dei loro amici. perché in Africa i poveri ogni giorno perdono anche il diritto alla vita.

La malattia riesce ad abolire le caste, la rigida divisione che regola la società: dietro la malattia rimane solo l'uomo nudo e crudo, con la sua miseria e la dignità ferita.

Tanta dignità, la dignità di chi non ha nulla, di chi non spera nulla, ma non si sottrae alla vita.perché la vita è un dono ed è un dono anche quando riserva dolore e morte.

Quella dignità mi ha scosso nel profondo e da questa dignità ho imparato a vivere ed apprezzare quello che invece davo per scontato, ma che scontato non è quando si vive in una terra come questa.

In Wolaita neppure l'acqua è scontata, la salute, l'educazione, il lavoro. il domani non è scontato. Tutto è un dono e anche io devo imparare a riconoscere i doni.

Questo viaggio è stato per me un profondo atto di consapevolezza e di rinnovamento.

Ho fatto mia la dura vita di questa gente: ho condiviso il loro cibo e le loro preghiere. L'Africa ti apre e ti sorprendi improvvisamente più libera, più vera. Cadono i pregiudizi e le paure.

Mi è stato impossibile chiudere gli occhi di fronte agli emarginati, alla povertà, alla miseria presente in ogni angolo di strada, in ogni luogo, ti colpisce, ti scuote, ti disarma perché l'impotenza del singolo è evidente di fronte ad una situazione simile.
Prima di partire mi sono innanzitutto spogliata delle abitudini di pensiero per evitare di fare l'errore tipico degli occidentali: illudersi, una volta arrivata nei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo di aver "tutto" capito e di poter giudicare gli altri con il nostro metro di giudizio.

Ho visitato la clinica di Humbo, dono della famiglia Massari di Fano. Poi ho visitato l'ospedale di Dubbo ( così si chiama la zona dove sorge la struttura), inaugurato nel giugno 2000 dal mons. Maritozzi Vescovo del Vicariato di Soddo - Hosanna.

Alla fine del 2000 l'Ospedale ha preso a funzionare effettivamente ed oggi ormai sono centinaia e centinaia i parti assistiti, mentre l'attività ambulatorie e di educazione sanitaria ha un'utenza che non è facilmente numerabile perché numerosissima.
Contemporaneamente si è lavorato perché sorgesse un organismo che potesse provvedere ad assicurare la gestione e la continuità del lavoro a Dubbo. E' nata anche la Fondazione pro - Dubbo ONLUS.

In Etiopia la situazione igienico - sanitaria è veramente precaria e la condizione delle donne e dei bambini è molto grave. La mortalità materna per le gravidanze ( aborti - parti -puerperio) è tra le più alte del mondo e la mortalità infantile è anch'essa elevata quindi la nascita di una nuova clinica per la maternità è un'altra piccola vittoria contro il destino di una terra che da sempre è afflitta da ogni tipo di epidemie, di una terra dove si muore per malattie che da noi fanno sorridere. Vittoria contro la burocrazia.contro una sanità che fa della salute una questione di poco conto e non un diritto. Questa clinica, più di ogni altra opera, rappresenta il grido delle donne per il diritto alla vita. Diritto ad una gravidanza, diritto alla vita del bambino, diritto a crescere. E' una clinica della maternità.una clinica che accoglie la madre con il suo bambino, difende il diritto dell'una a portare a termine la gravidanza senza rischi e il diritto di suo figlio a nascere vivo e a crescere. In questa terra in cui portare avanti una gravidanza e nascere non è mai scontato, questa clinica rappresenta il miracolo della speranza.
E' duro visitare un ospedale, specie se incontri dei bambini, specie se le persone ricoverate si accalcano una sopra l'altra. Sono entrata pensando che non si poteva nemmeno sorridere con una flebo nel braccio o la testa calva. E invece ho scoperto proprio lì che la voglia di ridere e di divertirsi è ancora più forte. Scopri che in tanta povertà non c'è spazio per la tristezza o per la paura, perché un sorriso per una persona malata è la vita, ciò che lo riporta, per incanto, alla normalità.

Non dimenticherò mai questo viaggio.non dimenticherò mai l'Africa e la sua gente. Resteranno nella mia mente e nel mio cuore.diventerà il mio monito e il mio impegno di donna verso altre persone.sarà il mio atto d'amore verso Dio, verso il prossimo e verso la vita.
L'impatto è stato duro con la povertà terribile. La mente entra in uno stadio quasi catartico, dove non trovano spazio le tue preoccupazioni. Ogni cosa cambia: il tempo si dilata, i ritmi sono rallentati, anche l'ansia scompare, tutto diventa pace e io stessa ho l'impressione di essere diventata una di loro. E quando si arriva a sentirsi un wolaitigno, vuol dire che si è cominciato a capire davvero questo popolo, a non sentirlo diverso, ma come un amico, ad accettarne le leggi. E' il solo modo per superare le tante difficoltà disseminate nel suo cammino.

Il Wolaita mi ha aiutata a scoprire me stesso, a ritrovare dimensioni e valori che il nostro tempo ha scordato, come l'essenzialità del vivere, l'interiorità e il silenzio. Il silenzio dell'Africa ha mille voci: quella del vento, dei miei passi sulla terra rossa e dei bambini che gridano "monhei... monhei". Questo silenzio mi ha dato la possibilità di riflettere.

Il popolo wolaitigno è stato per me un grande maestro di vita. Mi ha insegnato ad affrontare la vita come si deve. E poi l'essenzialità del vivere, m ha insegnato a spogliarmi di quegli orpelli che appesantiscono la vita per diventare parte di un popolo fino a sentirsi "uno di loro".

Quando sono ritornata a casa ho fatto gran fatica a riprendere i ritmi frenetici della quotidianità.
Mi mancano i grandi spazi di quella terra e, quando posso, fuggo per ritrovarmi, nel silenzio e nella solitudine. Lì ho conosciuto una parte di me che non sospettavo. Il popolo wolaitigno mi ha fatto scoprire l'essenzialità del vivere, cioè quante poche cose servano davvero per essere felici.

Questo viaggio mi ha fatto capire che i paesi in via di sviluppo, prima di essere paesi poveri da aiutare, clienti che ci permettono guadagni colossali, sacche di manodopera a basso costo da utilizzare o pattumiere in cui versare illegalmente i nostri rifiuti, sono luoghi che insegnano e che vale la pena ascoltare perché ci aiutano a cambiare prospettiva, a uscire dalla nostra presunta superiorità e a misurarci con altri orizzonti, altri parametri e altre certezze per ritrovare la sempre uguale fame e sete di giustizia che sa restituire ad ogni persona la sua dignità e i suoi diritti.

Questa povera realtà ha fatto maturare in me l'idea che la dimensione in cui vivo sia solo un piccolo tassello del puzzle chiamato mondo e che non si possono ignorare le altre realtà per capire cosa siano veramente la solidarietà, la giustizia, la cooperazione e il crescere insieme anche nelle differenze.

Ho avuto la fortuna di toccare con mano questa realtà e sperimentare cosa significa, donare gratuitamente, donare senza chiedere niente in cambio, anche se poi ci si accorge che è molto più quello che si riceve, che quello che si dà, quando si è a contatto con persone molto semplici, non abituate a tante agiatezze come noi e a cui basta un sorriso o una piccola carezza per essere felice.

A contatto con loro ho imparato il linguaggio dell'amore che abbatte ogni lingua e a contatto con tanta povertà ho imparato ad apprezzare e valorizzare tante piccole cose.

Sono queste e tante altre situazioni che ho visto, che mi hanno aperto gli occhi e hanno accresciuto in me il desiderio di donarmi al servizio dei più bisognosi.
L'allegria e il calore umano sono i regali più grandi e più belli che io ho portato a casa.
Sono partita credendo di andare in Etiopia per portare degli aiuti, delle conoscenze utili e forse anche indispensabili. E' solo quando sono ritornata in Italia, che mi sono resa conto di quanto poco ho dato in rapporto a quanto ho ricevuto.

Non è stato facile vivere là per giorni e giorni. La complessità delle situazioni etiopiche esige scelte difficili, sofferte, l'immersione in una cultura diversa non si lascia mai catturare definitivamente e vuole invece essere compresa e ri - compresa in continuazione.

Il dolore ingiusto di tante persone povere ha fatto esplodere nel mio cuore l'indignazione, la rivolta, persino il senso d'impotenza e il disorientamento.
A dire la verità, nonostante tutto, sarei rimasta ancora, per lunghissimi anni ma sono tornato a casa, perché la missione non può essere mai un'avventura personale.

Quando inizi una missione, vuoi farlo in punta di piedi, vuoi entrare tu come persona, non come quello che porta regali. Ma la realtà è dura, troppo dura.
Per una persona che si salva, tanti che muoiono. Per superare la frustrazione bisogna guardare in piccolo. Se hai uno sguardo complessivo, sei annientato dalla quantità di male, ma se guardi al singolo che hai salvato, sai che per lui la vita va avanti. E quella goccia di bene è un mondo che continua.

Andare in Africa è una esperienza molto ricca dal punto di vista umano, ma a guardarla da lontano sembra una esperienza rischiosa: si parte sapendo che si va incontro a disagi, che si troveranno situazioni umane al limite come fame, malattia, morte. Chi decide di andare non è né un eroe, né un avventuriero e né tanto meno un filantropo. Quella di andare in Africa è una esigenza a cui arrivi con il tempo perché ti metti a riflettere sulla tua vita, sulle cose che stai facendo, sullo stress a cui sei sottoposto tuo malgrado, sulle cose che tutti si aspettano che tu faccia. Dopo un po' ti accorgi che sei distratto da te stesso, le cose ti assorbono, la vita perde senso; senti la necessità di un confronto con realtà diverse, di capire chi sei e cosa stai facendo.

Ci sono però molte cose che non rientrano nei miei parametri. Per esempio gli africani a lungo dominati da colonizzatori bianchi, hanno sviluppato l'idea che il bianco ha soldi e mezzi, e le inventano tutte per farsi dare quanto più possibile. La loro preoccupazione non è accumulare o progettare una vita migliore, ma sfamarsi al momento, capisci che uno sviluppo come lo intendiamo noi è impossibile.

Nell'esperienza personale tutto questo passa in secondo piano: lì c'è poco o niente, ma quel che c'è si evidenzia in tutte le sue sfaccettature. Da noi c'è tutto, proprio per questo non si evidenzia niente.

La nostra società ha raggiunto il massimo del progresso tecnologico che paghiamo con un progressivo impoverimento del lato umano. Poi però ridimensioni questo modo di vedere, perché rientri nel flusso.
L'Africa sembra lontanissima quando la televisione trasmette immagini di dolore e di morte. I problemi sono tanti e aggrovigliati. E' difficile orientarsi. Il pessimismo verso il futuro dell'Africa è ormai rituale. D'altra parte, noi italiani ed europei siamo presi dai nostri problemi dai sacrifici da fare. Per questo l'Africa interessa meno e ancora di meno se si pensa che sulla borsa del mercato mondiale vale poco.
Tuttavia non si può essere solo negativi sull' Africa. Il pessimismo fa comodo al nostro disinteresse. Non bastano il senso di colpa per un passato coloniale o i richiami alla responsabilità per creare interesse.

L'Africa è stata radiata nelle carte geografiche dell'impegno politico, economico, sociale di troppi nostri concittadini. E' un continente spesso scomparso all'orizzonte, ma non si è inabissato. Resta un continente pieno di problemi e di grandi miserie. Non è però una massa informe, senza sviluppo, senza speranze, senza grandi articolazioni interne. Anche l'Africa si muove. Il contesto africano è di grande arretratezza. Nessuno lo nega; anzi si dovrebbe averlo più presente, ma in questo contesto difficile gli africani stanno lottando perché vogliono, sicuramente, costruire un futuro diverso.

In una bellissima fiaba tratta dal romanzo Viandanti della storia di Chinua Achee, uno dei maggiori romanzieri africani, viene riportato il colloquio tra un leopardo e una tartaruga in articolo mortis.
Quest'ultima chiese un favore prima di morire: "un minuto per preparare il suo animo"; il leopardo, che da tempo cercava di catturare la preda, non trovò alcunché di male nel soddisfare la richiesta della sua vittima. "ma invece di restare immobile come il leopardo si aspettava, la tartaruga cominciò a fare strani movimenti frenetici sulla strada, grattando con le mani e con i piedi e gettando sabbia in tutte le direzioni. "Perché fai così?" chiese il leopardo perplesso.

La tartaruga rispose:" Perché vorrei che dopo la mia morte tutti quelli che passano di qui dicessero "si, qui qualcuno ha lottato contro un suo pari".
Ecco questo è quanto stanno facendo i missionari con gli africani. Stanno lottando. Forse per nessun altro fine se non che quanti verranno dopo di loro possano dire: ".però hanno lottato".

Tante cose mi ha aiutato a comprendere il vissuto di questo popolo distante anni luce dal nostro modo di vivere, ma paradossalmente vicini nel villaggio globale. Forse la differenza tra noi e loro risiede nella consapevolezza: loro di morire da tartarughe, mentre noi ignoriamo un simile destino costretti, però, a vivere come se niente fosse.

Per progredire verso l'unità non bastano le enunciazioni, occorrono passi concreti, piccoli segni, ponti di carità che ogni cristiano, ogni comunità è chiamata a costruire giorno per giorno. (Pubblicato il 18 maggio 2012) - Letture Totali 243 volte - Torna indietro



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