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La laguna di Venezia

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La laguna di Venezia, omaggio alla città di Michela Papavassiliou (m.papavassiliou@live.it) autrice di "Emily Dickinson, un microcosmo..." Ed- Liguori

La laguna di Venezia

Venezia è una città sospesa su un paesaggio d'acqua. E basta questa semplice considerazione per capire che ciò che si sta descrivendo di terreno in realtà ha ben poco. Tra architetture in bilico, feritoie, acque e ponti, non c'è modo proprio che lo spirito non sfugga tra i carruggi.

Discendere per il Canal Grande è come vivere una parata reale. Dal baldacchino che si muove lento sulle acque i palazzi passano, intervallati da inaspettati scorci sulla Laguna nascosta. I tetti smerlati diventano pura forma tra materia e cielo.

Murano e le isole intorno, sembrano dei gabbiani sul pelo dell'acqua.

La luce veneziana pare goda di una posizione privilegiata. Non sai se rifulga più lei o ciò che essa illumina. A Natale un grande albero in vetro ti avvisa di esser giunto a piazza San Marco.

Sembra che gli artigiani di Murano nel farlo, abbiano messo tutto il loro impegno per descrivere la luminosità perfetta di casa loro. Il lungo porticato che delinea il perimetro è abbellito da tendaggi.

L'impressione e di vedere tanti palcoscenici allineati. Ognuno fa da sfondo a grandi sfere fulgide che avvampano nelle ore notturne, come ampolle di un geniale alchimista.

Al Museo Poldi Pezzoli di Milano c'è una tela del Canaletto. Vi è rappresentata l'acqua della laguna e una semplice linea disegna, sullo sfondo, il profilo della città. Ma la si percepisce appena, accennata da lievi pennellate trasparenti, offuscata tra le nebbie all'orizzonte.

Venezia è un felice abbaglio, un faceto miraggio, è il prolungamento di un sogno e l'illusione di una chimera. E' uno spazio incantato dove l'illusionismo si muove come un fantasma tra le sue stanze.

Nell'ultima scena del film Morte a Venezia, Luchino Visconti ci mostra un uomo accasciato sulla spiaggia del lido, mentre la tinta nera dei capelli cade, lenta come una lacrima sul pallore di una morte attesa. In quell'immagine c'è tutta la malinconia di un carnevale che, passato il momento di festa, non può più far ridere e tutta la polifonia di un palpito che si spegne. Un'anemia dello spirito che vive nelle nebbie lacustri, una primavera di colori che respira nella tradizione carnevalesca delle sue maschere.

La città stessa ha una maschera che la fa sorridere, ad un brulicare di turisti affannati nel vedere quanto più possibile nel minor tempo possibile. A trangugiare la nostra arte tutta in un sol boccone, come in preda di una bulimia nervosa. Finita questa frenesia quotidiana, calata la sera o nei crepuscoli invernali Venezia si accascia stanca in un angolo del suo carruggio. A terra cade anche il suo travestimento.

E' bella, smunta, diafana e decadente e sa che le perdoneremo sempre tutto, pur di vedere ancora per un attimo le sue verdure colorate nei piccoli mercati, le gondole decorate comparire e scomparire dietro gli angoli, le finestre magiche semi dischiuse e antiche.

A lei torneremo per quei rilievi abbandonati di gloriose foglie, statue e mani austere che reggono bastoni dalle teste corvine. Gli oggetti più strani vengono dimenticati nei pertugi. Un guanto è appoggiato ad un muro stanco e sembra rimasto lì dopo aver posato per un quadro di de Chirico. Come se anche la sbadataggine non volesse che ritornare sui suoi passi. Difficile lasciare Venezia, coi suoi porticati a perdita d'occhio, che celano e disvelano. E' Venezia che sceglie cosa dare e cosa nascondere e a noi non resta che prendere quel che viene, perché comunque vada è sempre tanto. (Pubblicato il 10 dicembre 2010) - Letture Totali 221 volte - Torna indietro

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