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Faroer, isole alla fine del mondo

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Faroer, isole alla fine del mondo, di Lucio Rossi per www.mondointasca.org

Faroer, isole alla fine del mondo

Sito o fonte Web: www.mondointasca.org Schegge di roccia conficcate in pieno Atlantico, fra Scozia e Islanda. Paesaggi brulli e fantastici che si specchiano in un mare color dell'acciaio. Pesci, pecore, pulcinella di mare, in perfetta simbiosi con uomini e donne dal DNA vichingo

L'aereo della Atlantic Airways procede seguendo una rotta tracciata a memoria. Dall'alto si intravedono le isole che spuntano con le loro alture dalla coltre di nebbia spessa. La mia vicina di sedile avverte: "a volte l'atterraggio è un po' brusco".

Le nuvole scosse dal vento che avvolgono la terra non lasciano infatti presagire nulla di buono. Il mare è una superficie color ghiaccio, appena increspata dalle onde; tra le nuvole spuntano di tanto in tanto le sagome brulle delle isole, diciotto in tutto, alcune delle quali disabitate. Gli scossoni al velivolo sono decisi, le correnti fanno quello che vogliono del quadrimotore della Atlantic. Quando infine le ruote iniziano a rullare sulla pista tutti si lasciano andare al più classico degli applausi in stile “italiani a Ibiza”. Un rito simile si credeva appannaggio unicamente dei vacanzieri: invece ogni volta che si tocca terra alle Faroer anche i rudi isolani locali, rotti a tutte le tempeste dell’Atlantico, tirano un sospiro di sollievo. Questo è l’universo che ha accolto tempo fa anche i nostri baldi campioni del mondo, quando hanno calcato il palcoscenico del minuscolo stadio di Torshavn.

Nella piccola sala degli arrivi regna un’atmosfera familiare: siamo pronti per vedere questo arcipelago del nord. Meno di mille e quattrocento chilometri quadrati di superficie, ma più di mille chilometri di costa; diciotto le isole in totale, vicine l’una all’altra, separate da fiordi stretti ma profondi centinaia di metri; la distanza dal mare che, anche nei luoghi più interni, non supera mai i cinque chilometri. Le Faroer sono davvero un piccolo paese.
Il primo aspetto che sorprende riguarda le abitazioni. Anche gli edifici governativi, che sorgono sulla piccola penisola di Tinganes al centro del porto di Torshavn, hanno il caratteristico tetto coperto d’erba. Si tratta di un’usanza che risale ai vichinghi, primi colonizzatori delle isole: quando arrivarono dalla Norvegia, non trovando alberi, per coprire le case in pietra utilizzarono le chiglie delle navi a guisa di tetti. E sopra le chiglie, strati e strati di manto erboso, forse il solo materiale abbondante da queste parti. I sobborghi della piccola capitale Torshavn, esercitano una grande attrazione sulla popolazione delle altre isole, così che la paciosa cittadina di qualche anno fa è rapidamente cresciuta da quindici a ventimila mila abitanti: una crescita esponenziale, se si considerano i numeri della popolazione totale.

Una mini-capitale per un minuscolo paese. Torshavn è una delle più piccole capitali al mondo. Una cittadina in miniatura che ruota attorno al suo porto e dove non manca nulla. Deve il suo nome alla divinità nordica Thor e significa appunto il “porto di Thor”. Attorno alla banchina, gli antichi magazzini delle merci sono dipinti di fresco con tinte brillanti.

Lo stile e l’atmosfera che si respira è quello della tipica cittadina di pescatori del nord. Le case in legno hanno i tetti acuti, abbaini e balconi ovunque. Da alcuni anni qui hanno iniziato a coprire i tetti delle case con tegole e lamiera dai colori decisi, ma molte delle case che compongono il nucleo storico di Torshavn, alle spalle dei magazzini e della cattedrale, sono ancora coperti di erba e strati di corteccia di betulla.

Verso sera, anche durante il fine settimana, non c’è in giro quasi nessuno e i versi degli uccelli marini risuonano nell’aria insieme al tintinnio del sartiame delle barche all’ancora nel porto. Tra le case ci sono gli unici alberi delle isole, troppo ventose per tutto quanto supera l’altezza dei cespugli. (Pubblicato il 15 gennaio 2010) - Letture Totali 160 volte - Torna indietro



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