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Colombia: il Terrore di Stato e le Comunità in Resistenza Civile

Commercio equosolidale, Solidarietà, Onlus

“La Resiembra” Colombia: il Terrore di Stato e le Comunità in Resistenza Civile. Un video-documentario... Un diario di viaggio e lotta comune... Uno strumento per sviluppare “Relazioni Internazionali dal Basso”...

Colombia. Commercio equosolidale, Solidariet�, Onlus

Sito o fonte Web: www.produzionidalbasso.com/pdb_263.html Agosto 2007: una “Brigata di Solidarietà” in Colombia per appoggiare le Comunità in Resistenza Civile, nel Chocó e nel Meta.

Un'esperienza, secondo il metodo che abbiamo scelto, fuori e contro le logiche di “aiuto allo sviluppo”, fatta di impegno volontario e autofinanziata.
Lo stesso ricavato dalla vendita de “La Resiembra” ha il solo scopo di autofinanziare le attività delle Brigate di Solidarietà e per la Pace e, con esse, le realtà che “sosteniamo”.

Già da due anni abbiamo avviato un percorso di scambio e solidarietà dal basso con la Commissione Interecclesiale di Justicia y Paz (J.yP.) e le Comunità in Resistenza Civile della Colombia.
Nell'Agosto 2007 siamo partiti in 7, uomini e donne, ragazzi e ragazze, per rafforzare le relazioni già avviate e condividere, sul campo, la comune opposizione alle politiche neoliberiste.

Tappa zero:
Arriviamo a Caracas (per risparmiare) : oltre 20 ore di bus per arrivare alla prima tappa del viaggio.

Prima Tappa: Bogotà
Nei primi giorni di permanenza a Bogotá abbiamo concordato con J.yP. il lavoro da svolgere nel mese successivo, sulla base delle esigenze prioritarie del processo di resistenza e riappropriazione portato avanti dalle Comunità. E’, infatti, J.yP. che svolge un fondamentale ruolo di supporto legale, accompagnamento sul campo e relazioni internazionali, coordinando un processo che, in diversi dipartimenti del paese, coinvolge decine di comunità.
In questi primi giorni inoltre abbiamo avuto la possibilità di partecipare al “Primo Incontro nazionale delle Vittime appartenenti a Organizzazioni Sociali”: tre giorni di discussione e confronto, promossi e voluti fortemente dal “Movimento Nazionale Vittime dei Crimini di stato”, di cui J.yP. è parte, e che hanno visto la partecipazione di migliaia di persone e decine di organizzazioni, tra le quali ricordiamo l’”Associazione nazionale dei parenti e delle vittime del genocidio contro la Unión Patriotica”. L’incontro è stato una prima occasione per cercare un terreno di unità d’azione, al di là delle differenze politiche e ideologiche, contro l’impunità degli apparati dello stato per i crimini commessi sul popolo colombiano e contro la repressione militare e paramilitare che continua a insanguinare il paese.

Secondo le necessità ci siamo divisi in 2 gruppi:
saremmo andati in 5 nel dipartimento del Chocò, in 2 nel Meta.
Il viaggio era appena cominciato.

1- Verso il Choco
Ancora in bus, altre 30 ore di viaggio; da Bogotà a Medellin, da Medellin a Mutatà
Dalla cordigliera delle Ande al paesaggio tropicale del Chocò
finito l'asfalto proseguiamo con microbus, barche, a piedi... siamo arrivati

Il Chocó è una delle regioni colombiane che ha subito con maggiore violenza il processo di espropriazione di risorse portato avanti dalle multinazionali e dal capitale nazionale con la complicità dello stato. Un’area ricchissima di terre fertili, di acqua, di minerali preziosi, di biodiversità e si trova in una posizione strategica di corridoio tra oceano Atlantico e oceano Pacifico. A partire dal 1997, con la “Operación Génesis”, e fino ad oggi, i governi succedutisi in questi dieci anni hanno portato avanti politiche di sfollamento forzato delle popolazioni afrocolombiane, indigene e mestizos, utilizzando l’esercito, in particolare la Brigata 17, e le formazioni paramilitari, armate e finanziate dallo stato. Minacce, esecuzioni mirate, desapariciones e massacri su larga scala hanno prodotto decine e decine di migliaia di profughi interni, costretti a lasciare le proprie terre per rifugiarsi nelle città, e hanno consegnato decine di migliaia di ettari a imprese nazionali e multinazionali che hanno impiantato coltivazioni estensive di banane o di palma africana, allevamento su grande scala, sfruttamento minerario, di legname pregiato, ecc.
A partire dal 2001 i desplazados cominciano un processo di presa di coscienza, di organizzazione e di rivendicazione che li porterà a riprendersi parte delle proprie terre, dando vita a “Zone Umanitarie” (Z.U.).
Le Z.U. sono quindi una forma di protezione dalla continua minaccia militare e paramilitare, ma al tempo stesso si configurano come nuova forma di organizzazione sociale che, attraverso l’esperienza della lotta e dell’autorganizzazione, ha portato a superare anche le vecchie forme di insediamento fondate sulla separazione e la proprietà individuale o familiare della terra. Le Z.U. si configurano come processi di riappropriazione che intralciano concretamente interessi e progetti delle multinazionali, che non riconoscono legittimità alle istituzioni dello stato colombiano, che creano relazioni sociali e forme di vita alternative a quelle capitalistiche: nei processi decisionali, nei modi di gestire produzione e distribuzione, fondate sulla collettività e la cooperazione, nelle relazioni di genere, nei processi formativi.
Le Z.U. si distinguono da esperienze come le “Comunità di Pace”, perché pur avendo scelto forme di lotta e resistenza non armata, si considerano però parte del conflitto sociale che oppone le classi subalterne all’oligarchia colombiana.
Ci siamo fermati nella regione del Curvaradó, lungo le sponde del Rio Sucio, un territorio militarizzato da decine di posti di blocco della polizia nazionale e dell’esercito e sotto l’apparentemente invisibile ma pesantissimo controllo delle mai disciolte formazioni paramilitari che, secondo una strategia sperimentata in tutta la Colombia, al ruolo di sicari affiancano funzioni civili nell’amministrazione e nell’economia. Un territorio che, appunto a partire dal ’97, è stato svuotato con la violenza dei suoi abitanti e legittimi proprietari, rifugiati nelle città più vicine, da Mutatá a Dabeiba, da Belém de Bajirá a Chigorodó, ed è stato illegalmente appropriato da grandi imprese come Urapalma, Palmura, Agropalma. Imprese che su oltre ventimila ettari di terra hanno cancellato tutto ciò che esisteva (Paesi, strade, coltivazioni e grandi estensioni di foresta tropicale umida) per sostituirlo con la monocoltura della palma africana o “da olio”. Tutta l’area appare oggi come un grande deserto verde, un deserto dal quale sono sparite le grandi varietà di vita animale e vegetale che lo rendevano uno dei polmoni dell’America latina, in cui si sono prodotti mutamenti climatici, impoverimento delle risorse idriche, massicciamente utilizzate per l’irrigazione, e un gravissimo inquinamento dei terreni e dei fiumi per l’impiego indiscriminato di fertilizzanti e diserbanti.
Machetear y Resembrar; juntos
Durante la nostra presenza, insieme a quella di altre realtà europee e nordamericane, si è realizzato un ulteriore avanzamento nella riappropriazione della terra. Per tre settimane abbiamo lavorato con gli abitanti della Z.U. di Caño Claro e della Zona di Biodiversità di Cetino, con la partecipazione solidale di altre comunità in resistenza del Chocó (CAVIDA, La Balsita, El Tesoro, El Guamo) nell' abbattere, con machete e motoseghe, circa cinquanta ettari di palme e sui terreni così liberati si è dato inizio alla semina delle colture necessarie all’alimentazione delle comunità: mais, riso, ecc.
Si è trattato di una importantissima azione dal valore molto concreto di creare le condizioni di sopravvivenza della popolazione e dal forte significato simbolico di denuncia dell’illegittimità della monocoltura estensiva e del business dei cosiddetti biocombustibili, tra i quali il frutto della palma africana è uno dei più ambiti.
In questo senso l’azione del taglio è stata anche un momento della mobilitazione mondiale contro la nuova frontiera delle politiche energetiche del capitale multinazionale e dei paesi imperialisti, per continuare ad alimentare gli insostenibili consumi di Stati Uniti ed Europa. Dietro la facciata di energia pulita e rinnovabile, i biocombustibili prodotti su larga scala hanno conseguenze sociali e ambientali devastanti: espropriazione della terra ai contadini; sottrazione delle terre alla produzione di alimenti; monocolture a forte impatto ambientale ed energetico; deforestazione e distruzione di biodiversità.
Naturalmente il taglio e la semina sono stati oggetto di ripetuti tentativi di intimidazione e di repressione: si sono presentati riconosciuti paramilitari in veste di rappresentanti delle imprese, è arrivata la polizia minacciando arresti e denuncie, l’esercito si è insediato in forze nelle zone interessate. Inoltre è stata lanciata, attraverso i giornali locali, una campagna di disinformazione e di allarme in particolare contro gli internazionali, “arrivati per creare disordine e rovinare l’economia della regione, mettendo a rischio i posti di lavoro”.
Il tempo trascorso a Caño Claro, a Cetino e in altre comunità, oltre agli importantissimi momenti di condivisione della lotta, è stato scandito da numerose occasioni di discussione, di confronto politico, di approfondimento delle analisi e delle tematiche legate alle strategie del neoliberismo e a quelle dei movimenti, di scambio di conoscenze sulle rispettive realtà.
E’ stato estremamente interessante poter osservare direttamente come la proposta strategica di resistenza civile e riappropriazione, nonostante le difficoltà e i rischi, sia in fase di espansione, sicuramente nell’area del Curvaradó. Sulla spinta dell’esempio delle comunità che hanno già intrapreso questa strada, ci sono altre decine di famiglie e di persone che si mettono in contatto e si informano sulle possibilità di fare altrettanto o che prendono l’iniziativa, rompendo con anni di paura e di silenzio, e cominciano a rientrare sulle proprie terre.

2-Verso il Meta
Ancora in bus, altre 10 ore di viaggio.
Da Bogotà a Villa Vicencio fino a Medellin del Ari-Ari. Scendendo la cordigliera delle Ande fino all'inizio degli'immensi Llanos Orientales che segnano le frontiere con l'Amazzonia, il Venezuala, il Perù. Finito l'asfalto arriviamo in jeep a Puerto Espernanza

La nostra presenza nel dipartimento del Meta si è concentrata nella Z.U. CIVIPAZ nel municipio di Medellin dell’Ariari.
Il dipartimento del Meta ha una lunghissima tradizione di lotte sociali e sindacali e di organizzazione popolare, è stato la culla del Partito Comunista Colombiano, ha visto un grande sviluppo del progetto dell’Unión Patriótica ed è stato storicamente uno degli insediamenti più importanti della guerriglia ed in particolare delle FARC-EP. Proprio per questo è stato anche segnato da una repressione feroce nel quadro della strategia del paramilitarismo. Una strategia che è riuscita a mettere in difficoltà e a ridimensionare le forze popolari e a costringere ad un ripiegamento la guerriglia attraverso la solita pratica del terrore, dei massacri, dello sfollamento forzato.
A partire dal 2001 una nuova operazione militare e paramilitare programmata dal governo contro la popolazione civile, ha prodotto migliaia di sfollati, costretti a riparare in gran parte nel capoluogo, Villavicencio, lasciando dietro di sé interi paesi fantasma e fattorie abbandonate. Un’operazione questa che, sotto la solita scusa delle lotta al “terrorismo”, aveva il chiaro obiettivo di espropriare, a vantaggio del capitale, grandi estensioni di terre fertili e grandi quantità di acqua di cui la regione è ricchissima.
Anche qui però il terrore non è riuscito a piegare la volontà dei contadini dell’Alto Ariari di difendere le proprie terre e di affermare i propri diritti e la propria dignità, e al desplazamiento è seguito un processo di organizzazione per il ritorno.
Un processo che assume come esempio e modello quello delle Z.U. già sperimentate nel dipartimento del Chocó e in particolare quella di CAVIDA nell’area del Cacarica.
Un processo che, come tutti quelli delle Comunità in Resistenza Civile della Colombia, è segnato dai sanguinosi tentativi di repressione da parte dello stato, attraverso i suoi apparati legali (esercito e polizia) o “illegali” (le formazioni paramilitari) e che conseguentemente è reso possibile dall’alto grado di determinazione, coraggio e sacrificio dei suoi protagonisti. Ricordiamo, tra i tanti esempi, l’assassinio, avvenuto nel 2003, del leader contadino Reinaldo Perdomo Hite tra i primi e più convinti fautori del processo. E’ così che all’inizio del 2006 viene fondata la Z.U. CIVIPAZ che raccoglie alcune decine di famiglie.
Intercambiar... lo mas importante
La permanenza della nostra delegazione, oltre a rappresentare di per sé stessa un fattore di tutela della comunità che necessita, come le altre Z.U., di presenza internazionale permanente, si è incentrata su due principali obiettivi, secondo le richieste ricevute.
In primo luogo è stato garantito l’accompagnamento degli integranti della comunità nel tragitto per raggiungere i terreni messi a coltura e durante il lavoro di raccolta. Inoltre abbiamo fornito supporto didattico nella scuola autogestita della Z.U. in particolare per quanto riguarda l’insegnamento della lingua inglese.
Oltre a tutto questo, le settimane di vita in comune sono state l’occasione per sviluppare un lavoro sistematico di confronto politico e di scambio di conoscenze sulle rispettive realtà, elementi che abbiamo sempre considerato essenziali nella costruzione di percorsi di solidarietà dal basso. (Pubblicato il 26 aprile 2008) - Letture Totali 213 volte - Torna indietro



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