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La notte di Gabes

Racconti e Articoli di Viaggio

Il sahara tunisino in moto. Imprevisti..., di Robo Gabr'Aoun - Inviato il 14 maggio 2005 da Robo GabrAoun.

La notte di Gabes

08 Maggio 2002. Giungiamo a Gabes da Matmata, raggiunta dalla pista passante per Benji Keddache. Siamo praticamente al termine del viaggio. La moto, dopo 4000 chilometri d’Africa e non ricordo più quante cadute è provata, bollata, sporca che fa impressione, ma sempre pimpante. Arriviamo in città sul fare della sera ed andiamo in cerca di un alberghetto, per farci la meritata doccia e dormire finalmente in un letto, dopo tanto deserto.

Ci fermiamo al grande bivio su cui sorge l’Hotel Oasis, allora chiuso. Nelle vicinanze, vediamo un albergo dalla splendida facciata coloniale, di un bianco quasi luminoso, con gli infissi azzurri. Sembra davvero carino e ci addentriamo nella hall per chiedere informazioni. Stranamente, non costa quasi niente e altrettanto stranamente pare vuoto. Chiediamo se è possibile mettere la moto in un luogo chiuso, visto che è carica. Con nostra grande sorpresa, mi indicano l’area davanti al bancone del bar. "Qui?" domando perplesso. "Oui, no problem…"

Accendo la moto, salgo i 4 o 5 scalini che portano al bar e lascio l'impolverata Africa Twin in compagnia di lattine e bottiglie. Saliamo alle camere. Non c'è luce nelle scale e al piano indicato finalmente troviamo a tentoni un interruttore. La fioca luce di un paio di lampade al neon accende i colori cremisi del lungo e ammirevole tappeto cremisi che copre l’intero corridoio e anche la gara di corsa sulla media distanza in pieno svolgimento tra due scarafaggi rossi, grossi come topolini, ma come topolini ben pasciuti. Ci guardiamo sgomenti. "Va bè: anche questo è Africa…"

In cerca della nostra stanza lungo il corridoio notiamo che i due corridori già visti hanno parecchia compagnia. Prima di trovare la porta della stanza ne contiamo almeno dieci, tutti belli corpulenti. Entriamo. Un tempo dev’essere stata una bella stanza, dagli alti soffiti con finestroni enormi che si aprono su un balconcino che dà sulla strada, ma ora è in declino. I muri sono logori, il soffitto perde calcinacci, la polvere regna sovrana ovunque. Anche qui ci sono i simpatici animaletti rossi. Appena entriamo vanno a nascondersi chissà dove dietro un armadio cui manca una zampa, sostituita da un paio di mattoncini di terra cotta. Una porticina, ancora più a pezzi della stanza, dà sul bagno. C’è l’acqua calda, ma la vasca in cui bisognerebbe farsi la doccia è praticamente un deposito di calcinacci caduti dal soffitto. La finestra del bagno si apre su una terrazza interna, ma il legno dell’infisso si è deformato ed è impossibile chiuderla. Il tutto si scontra col fatto che è ormai buio e non abbiamo voglia di cercare un’altra sistemazione solo... scendiamo a recuperare l'igloo dalla moto. Lo apriamo sul letto, chiaramente senza picchettarlo. Una volta dentro potranno arrivare tutti gli scarafaggi di Gabes, ma noi dormiremo tranquilli al riparo della tenda. Facciamo la doccia dopo aver liberato la vasca alla meglio e, verso le 22.30, usciamo per cenare. Amorì, a qualche centinaio di metri, non smentisce la sua fama di ottimo cuoco, nota a tutti i viaggiatori che han battuto la Tunisia.

Dopo cena, la coppia di amici che viaggia con noi propone una partita a carte, svolta nel salottino della hall dell’albergo, unico luogo che appare sgombro dagli animaletti disgustosi di cui parlavo prima. Giochiamo e cantiamo Elio e Le Storie Tese a squarciagola sotto gli occhi allibiti del portiere. Siamo sicuramente più interessanti del film trasmesso in TV. E’ davvero tardi quando andiamo a dormire. Trippons e sua moglie sono sistemati al piano superiore a quello dove stiamo noi (non capisco perché: l’albergo sembra vuoto). Prima di entrare nell’igloo, preso da una sorta di preoccupazione inspiegabile, penso ad un sistema per chiudere la finestra del bagno. Studio un sistema di tiranti con le corde elastiche che ho nello zaino e alla fine ammiro soddisfatto la specie di ragnatela che ora unisce la finestra alla porta che immette nella stanza da letto. Se la finestra si apre, le corde faranno sbattere la porta sbatacchi. Non è molto, ma come allarme è meglio che niente, anche se sono comunque certo che non accadrà nulla di spiacevole. In ogni caso, entrando nell’igloo mi porto appresso Camillus, il fido coltellaccio inseparabile compagno di ogni viaggio. Ci addormentiamo praticamente subito, alla faccia del corteo di zampettanti scarafaggi offesissimi di trovarsi la via sbarrata dalla tenda ermeticamente chiusa.

Un tonfo fortissimo mi sveglia d’improvviso. Punto la torcia verso la porta del bagno ma non c'è niente. L’orologio segna le 4 del mattino e un silenzio perfetto regna sull’albergo. Anche Anto è sveglia. "Frse è stata una botta in strada, un incidente…" ma mentre confabuliamo sottovoce una gran botta fa tremare la porta della camera. Sembra un calcio ben assestato. Poi, dopo un altro colpo, più forte, ed una voce urla qualcosa di incomprensibile. Ancora un altro colpo. Panico. Grido forte, urlo chi è. Un altro colpo, ed ancora la voce. A volte mi accade di avere reazioni che non sono logiche, che vanno contro tutti i principi non solo di prudenza ma anche di sopravvivenza. E' come se a volte non mi rendessi ben conto del rischio a cui mi espongo. Mi succede in situazioni di grande tensione emotiva, come quella notte…

Gridando non so bene cosa, ma sicuramente qualcosa che doveva suonare come una minaccia, aprò la porticina dell’igloo. In un lampo, scalzo, vestito solo dei boxer; senza nemmeno pensare agli scarafaggi, che di fatto non ricordo proprio, scendo dal letto e vado alla porta col Camillus in mano. Senza pensarci su nemmeno un secondo spalanco la porta ed esco in corridoio. Nessuno. Tutto è silenzio. Mi incammino nel corridoio dopo aver acceso la luce. Nessuno, non una voce, non un’ombra. Ho il cuore a mille e d’improvviso mi rendo conto di essere dove sono e che Anto è in stanza, sola,n ell’igloo e mi sta chiamando a squarcia gola. Torno indietro…

Anto, spaventatissima, mi fa un culo così. "Esci con il tuo arnese in mano... Mi lasci qui da sola... Tu sei matto!" E’ molto spaventata, io anche. Passato il momento di incoscienza mi rendo conto di essere stato avventato. La porta è ancora aperta e decido di chiuderla mettendoci una sedia a mo’ di fermo davanti. Rientro nell’igloo e resto in attesa, sveglio. Tranquillizzo Anto, che finalmente si addormenta. Tutto silenzio… Mi ripropongo di non dormire e tengo il mio affilato amico in mano finché... non mi sveglio di soprassalto. Il sole filtra dalle persiane chiuse. alla fine, mi sono addormentato anch’io. Non è accaduto più nulla di strano. Ci rivestiamo in fretta, raccogliamo le nostre cose escludendo gli scarafaggi importuni e curiosi e scendiamo. I nostri amici non sono ancora scesi. Ho la faccia pesta di chi ha dormito poco o niente e ricopro l’uomo alla reception di improperi raccontandogli l’accaduto. Lui cade dalle nuvole. "Impossibile, qui non è mai successo niente del genere" dice. "Cavolo, non abbiamo mica sognato. Ancora un po’ ci buttavano giù la porta a calci,per la miseria!!!" rispondo. Discutiamo un po’, fino all'arrivo di Trippons e Lory. Sul momento, pensato anche ad uno scherzo idiota del Silvione, anche se lo conosco troppo bene per essere assolutamente certo della sua estraneità all’accaduto. La sua espressione è troppo incredula per essere fasulla. Litigo ancora un po’ con l’omino poi lascio perdere. Tanto è inutile e, in fondo, non è successo niente. Ci avviamo verso il bar commentando l’episodio notturno.

Ci sono già i tavolini fuori ed un paio di ombrelloni sono aperti per fare ombra sulla strada. Entriamo nel baretto: quattro tedeschi si sono fermati a fare colazione. Stanno seduti ad un tavolino con caffè fumante e tartine di pane e marmellata. Dietro loro, incastrata tra bancone e tavolo, la moto sembra una scultura di arte moderna, una macchia polverosa appoggiata da una mano d’artista sul pavimento di terracotta verde acqua. Mi guardano attoniti mentre tiro giù la moto dal cavalletto e l’accendo. Sarebbe difficile far scendere 300 chili di moto giù da una rampa di scale a motore spento. Poi rientro e mi siedo, aspettando il mio caffè. Anto ed i miei amici si siedono al tavolino. I tedeschi stanno con le tartine ancora ferme a mezz’aria, ci fissano come se fossimo alieni. Scoppiamo a ridere intonando di nuovo un’aria di Elio e le Storie Tese. C’è il sole, e ci attende ancora parecchia strada. Stiamo bene e siamo in Africa: che vuoi di più dalla vita? (Pubblicato il 14 maggio 2005) - Letture Totali 163 volte - Torna indietro



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