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I bambini di Tamerza

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Ancora emozioni di sabbia, di Robo Gabr'Aoun - Inviato il 14 dicembre 2005 da Robo GabrAoun.

I bambini di Tamerza

E' notte fonda nel palmeto di Tamerza. Dormiamo con il cielo come coperta, nel cortile del Campo accanto alla cascata. I pipistrelli ci passano sopra, a volo radente, e le palme sembrano un ombrello scuro che coprono parte del cielo, acceso da milioni di stelle. Lulù, il cane del Campo, sta dormendo sotto la brandina di Stefi, la ragazza di Marco, due amici incontrati lì poche ore prima, anch’essi in moto. C’era stato, poco prima, un po’ di movimento quando la povera Stefi si era svegliata letteralmente ricoperta di formiche, attirate dall’aroma dello shampoo al miele da lei usato per la doccia: è sempre un’immagine impressionante svegliarsi in piena notte per un urlo di fanciulla e vederla saltare sul letto scuotendosi i capelli come impazzita…

La notte è tiepida. Si sta veramente bene. Sto per riaddormentarmi, sento Marco e Stefi che ancora bisbigliano e all’improvviso un ragazzino passa di corsa in mezzo alle brande, agitando le braccia come un ossesso con un grande urlo, scomparendo come un fulmine dalla parte opposta del palmeto. Passa a pochi centimetri da Stefi che di nuovo urla spaventata, ed anche Lulù si mette ad abbaiare, spaventato pure lui. E' talmente spaventato che salta sulla brandina, provocando l’ennesimo urlo di Stefi. Notte dura per lei, questa! Ancora qualche urlo per i voli radenti dei pipistrelli poi il Campo sprofonda nuovamente nel sonno.

Ci svegliamo di nuovo, di soprassalto, a causa di alcuni richiami che provengono dal fitto del palmeto, alle nostre spalle. Sembrano uccelli, quegli strani richiami che si sentono nei film sulla giungla finché, molto forte, ad un volumetanto impressionante da sembrare uno scherzo, si diffonde nel campo un sinfgolo gracidare di rana. Anto ed io siamo già stati qui tempo fa e sappiamo che i bimbi dell’oasi sanno imitare in maniera strabiliante i richiami degli uccelli e delle rane. Abbiamo avuto modo di vederli, anzi di sentirli all'opera. Viene quindi logico arguire che si tratta di una burla ai nostri danni messa in atto da alcuni bambini nottambuli, ed è per questo che lanciamo qualche improperio alla volta del palmeto, ottenendo subito silenzio…

Alla luce della luna ci guardiamo soddisfatti, come a dire "Eh, che ti dicevo?", ma il gracidio riprende subito, più forte di prima. Anto si alza dalla brandina e si muove verso il limite delle piante lanciando una serie di insulti degni del più colorito scaricatore portuale. Di nuovo si fa silenzio e lei torna verso il giaciglio, ma il gracidare riprende, proprio dietro di lei. Mi alzo anch’io: "Lo so che siete lì, potete anche finirla…" dico, e per sfottere mi metto anch’io a gracidare. Non che mi venga troppo bene, ma ottengo solo un aumento di volume. Sembra che sia un bambino soltanto, commentiamo tra noi, probabilmente lo stesso di prima, quello che è passato urlando per seminare timore. Appena lo sentiamo di nuovo ci lanciamo di corsa nella direzione del verso: magari lo spaventiamo, il bastardo, e si mette a correre, e de lo fa di sicuro lo sentiamo e forse lo vediamo, e invece nulla. Tutto rimane in silenzio. Stiamo immobili per un bel po’ di tempo, ma tutto tace e niente si muove. Appena ci voltiamo riprende. Anto è una furia. Torna alla branda e vedo che armeggia nel suo zaino finché un fascio di luce non mi acceca. Ha impugnato la sua torcia ed è decisa a scandagliare il buio. Se trova il ragazzetto, sono certo che se lo mangia.

Ci avviciniamo alle palme mentre Marco e Stefi seguono l’evolversi della situazione dalla branda. Il richiamo risuona proprio di fronte a noi. La torcia illumina a giorno il settore di buio da dove è giunto, ma non vediamo niente. Ci avviciniamo attenti, sicuri che tra poco il malefico ragazzino si alzerà di scatto dal suo nascondiglio, pronto a darsela a gambe. Siamo pronti ad inseguirlo, a mettergli su un tale spavento che la pianterà di rompere noi e tutti quelli che ci seguiranno anche a costo di corrergli dietro fino alla soglia di casa. Di nuovo il gracidio, stavolta vicinissimo. La luce inonda i cespugli rigogliosi ai piedi dei tronchi. Nessuno movimento.

"Lo so che sei qui" la sento dire con voce falsamente gentile.
"Oh Dio, fa che non se lo mangi, se lo agguanta…" prego io.
"E' inutile che ti nascondi, mio caro rompipalle, tanto ora ti trovo…"
"Dove sei? Su, piccolo, vieni fuori… Vieni…"

Scostiamo le grandi foglie lanceolate più vicine, alte quasi un metro e il richiamo riprende. Ci assorda tanto è vicino, praticamente ad un soffio da noi. Noi ci guardiamo come due ebeti. Anto abbassa la luce della torcia verso la base del cespuglio e un rospo grosso come un gatto ci guarda con occhi gelatinosi, ed il suo verso risuona nella notte come un saluto mentre la luce lo illumina come una star…

"Ma è un rospo!" Eh sì, proprio un rospo. E che rospo! Torniamo verso le brande tra le risate degli amici. Il rospo manda di nuovo il suo richiamo. Le stelle tremolano nella luce della luna, e le pesanti fronde delle palme sopra di noi si scuotono vibrando, come se anche loro stessero ridendo... (Pubblicato il 14 dicembre 2005) - Letture Totali 137 volte - Torna indietro



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