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La Strada dei Re e il Mar Morto

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Racconto di due dei luoghi più affascinanti della Giordania: il Mar Morto e la Strada dei Re, di Adriano Socchi - Inviato il 13 gennaio 2004 da Adriano Socchi.

La Strada dei Re e il Mar Morto

Sito o fonte Web: www.adrimavi.com La pittoresca King’s Highway - Strada dei Re - è comunemente conosciuta tra i giordani col nome di "strada del sultano". Ad ogni modo, comunque si voglia chiamare chi visita il Regno Hascemita di Giordania non può fare a meno di percorrerla. Si snoda da Petra a Madaba, serpeggiando lungo i fianchi di vari canyon che, uno dopo l’altro, oltrepassa. Attraversa inoltre antiche città ed interessanti castelli e, dietro ad ogni curva, riserva panorami spettacolari e sempre nuovi.

Lasciata Petra, a metà pomeriggio imbocchiamo la strada in questione diretti a nord, verso Kerak. Dopo circa 25 chilometri, su una collinetta vediamo materializzarsi la fortezza di Mons Realis, a due soli chilometri dal piccolo villaggio di Shobak. Si tratta della prima delle tante roccaforti, costruite dai crociati, che s’incontrano sulla King’s Highway, poste alla distanza di un agevole giorno di cammino. In questa maniera era possibile, di notte, accendendo dei grandi falò, comunicare tra un castello e l’altro, anche per migliaia di chilometri. I fortilizi, ad eccezione di quello di Kerak, non sono ben conservati, ma vale la pena vederli, quanto meno da fuori, poiché dominano sempre dei bei panorami sul desolato paesaggio giordano. In particolare, destano interesse negli animi degli appassionati di storia in quanto sono stati teatro d’importanti e decisive battaglie e dimora di principi e re.



Mons Realis fu costruito nel 1115 dC da Baldovino I e tutt’oggi si possono vedere, sulle mura del forte, le iscrizioni arabe incise da Saladino in persona. Da lontano il colpo d’occhio è ammirevole, ma la costruzione è in pessimo stato e non merita una visita. Subito dopo Shobak offriamo un passaggio ad un militare di leva, Feisal, diretto, come noi, a Kerak. Quale migliore occasione per carpire la realtà della società giordana attraverso la testimonianza e il racconto di un giovane soldato? Purtroppo, il tratto è breve.

La città, a fine novembre, in pieno periodo di bassa stagione, e troviamo un solo albergo aperto, nei pressi della cittadella, al completo. Tutti gli altri sono chiusi, ma Feisal ci ricambia del passaggio con un grosso favore. Un suo amico è proprietario di una piccola pensione all’ingresso del paese, così ci accompagna da lui. E’ chiusa anche questa e, come se non bastasse, vi sono dei lavori in corso, ma insiste tanto nello spacciarci per suoi cari amici che l’albergatore cede, e riesuma una camera. La stanza sa di chiuso, è sporca, non ha il riscaldamento e l’acqua, oltretutto, ha uno strano colore rosso, ma è tutto quel che passa il convento. Ringraziamo e salutiamo Feisal.



Gli stessi problemi avuti per trovare un albergo si ripetono nel cercare un posto dove mangiare. I ristoranti non mancano, ma hanno le serrande tirate per la stagione. Dopo aver girato su e giù per Kerak, entriamo in un locale dove credo, per gli sguardi ricevuti e l’onore riservatoci dal padrone, mai nessun turista abbia messo piede. Non esiste un menù, e bisogna quindi accontentarsi della pietanza del giorno, naturalmente locali. Siamo fortunati perché il piatto del giorno è il mansaf, il piatto nazionale giordano: bocconcini d’agnello bollito serviti su di uno strato di riso, accompagnati con una ciotola di brodo e yogurt. A dirla tutta, questa specialità beduina non è molto apprezzata dai nostri palati.

Ritorniamo alla casa dell’albergatore per prendere le chiavi della camera, ma arriviamo nel bel mezzo della preghiera serale. La voce del muezzin risuona in tutta la città, dall’alto dei minareti. Tutta la famiglia è intenta nel rituale della preghiera che consiste in una serie di genuflessioni, eseguite rivolti verso La Mecca. Rispettosamente, aspettiamo in disparte.



Il mattino seguente visitiamo il qasr, ossia la cittadella. La fortezza, costruita nel 1132 dC da Baldovino I (lo stesso di Shobak), fu dimora del castigliano Rinaldo di Chatillon, famoso per la sua slealtà e brutalità nei confronti degli infedeli. Nel XIII secolo, dopo essere stata conquistata dagli arabi, il sultano mamelucco Baibars allargò e rinforzò la struttura. Il complesso, oggi restaurato, è un intrigo di stanze e passaggi. Dalle torri il panorama, verso il Mar Morto, è superbo.

Non scordatevi di portarvi una torcia: vi tornerà utile nell’attraversare lunghi corridoi che sembrano non finire mai. Come già detto, tra tutte le roccaforti è l’unica che merita. L'edificio, più imponente che bello, è un'opera esemplare del genio dei crociati in fatto di architettura militare. Nel biglietto del forte è compresa la visita dell’attiguo museo. continua "La Strada dei Re e il Mar Morto" (Pubblicato il 13 gennaio 2004) - Letture Totali 32 volte - Torna indietro



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