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Ritorno in Dancalia

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Le impressioni del ritorno in Dancalia, una delle aree più difficili dell'Etiopia e del mondo intero per clima e situazione politica, a cura di Antonio Biral - Inviato il 21 marzo 2005 da Antonio Biral.

Ritorno in Dancalia

Sito o fonte Web: www.antoniobiral.com Da Serdo siamo arrivati al lago Afrera percorrendo i centottanta chilometri della nuova pista, quella che avevamo visto in costruzione nel 1995, quando erano stati realizzati solo i primi chilometri. Questa via di comunicazione, oltre a togliere dall’isolamento, dovrebbe rendere possibile il controllo di un territorio tutt’ora considerato ad alto rischio per coloro che intendono addentrarsi.

Non è raro che avvengano episodi di estrema violenza, come l’essere attaccati e a volte uccisi da guerrieri di tribù Afar. È dal 1992, dopo la “fine” del conflitto tra Etiopia ed Eritrea, che non cessano di rivendicare la loro autonomia. Nondimeno sono gli ex militari allo sbando, che hanno fatto della rapina il loro nuovo lavoro. A parte ciò, la pista ha grande importanza per lo sviluppo delle attività inerenti lo sfruttamento delle acque del lago per la loro elevata salinità. È da poco che sono state avviate, nella sua parte meridionale, gigantesche operazioni di sbancamento per la formazione dei bacini di evaporazione e di raccolta del sale. Già ora le quantità prodotte sono ingenti.



Immaginavo che non avrei rivisto né ritrovato le cose che vidi nove anni fa, ma così, come le sto vedendo ora, proprio non lo credevo. Il fascino di desolazione infinita che emanava quel luogo tanto lontano dal mondo degli uomini, i silenzi assoluti, la percezione di immutabilità, le bianche schiume salmastre addensate lungo le rive, ora devastate e sconvolte da migliaia di presenze, mi crea una sensazione di insofferente nostalgia.

Lasciamo il lago Afrera sotto imposizione di una scorta armata e ci addentriamo nella Piana di Rorom; una desertica pianura di sabbie vulcaniche macchiata da nere placche di lava e dal biancore del gesso. Un terreno a tratti difficile, cosparso di insidiose buche mimetizzate da coltri di soffice cenere; dei veri trabocchetti per le nostre macchine. Percorsa la piana, con qualche difficoltà, siamo giunti in un luogo chiamato Abdallali, proprio sul limitare della base lavica del vulcano Erta Ale. Una misera capanna, tre bambini e una donna, danno il nome a questa località dove ci accampiamo per la notte.



Alle prime luci dell’alba iniziamo ad avanzare cercando i pochi varchi liberi fra i blocchi e i crostoni di lava che sempre più ostruiscono il passaggio. Ai continui scossoni e sobbalzi, provocati dell’insidioso terreno, una macchina cede di colpo e si inclina su un lato. Siamo fermi, bloccati nel tentativo di riparare un guasto che si presenta di non facile soluzione, non farcela, significa dover abbandonare lì la macchina.

Dopo quattro ore di faticoso lavoro, sotto le vampe del sole e il riverbero della lava rovente, finalmente siamo arrivati a forza di fil di ferro, pezzi di legno e di camera d’aria, a risolvere quel tanto per poter arrancare di nuovo verso il vulcano, e, a metà pomeriggio, siamo giunti nel luogo dove ci stava attendendo l’unico uomo di Abdallali, un giovane Afar col suo cammello. continua "Ritorno in Dancalia" (Pubblicato il 21 marzo 2005) - Letture Totali 169 volte - Torna indietro



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