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Sana’a e la città vecchia

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Diario di un itinerario di viaggio nello Yemenn, particolarmente incentrato su Sana'a, di Adriano Socchi - Inviato il 05 maggio 2004 da Adriano Socchi.

Sana’a e la città vecchia

Sito o fonte Web: www.adrimavi.com 22 e 30 - 31 ottobre 2003. "… allora, qual è il vostro prossimo viaggio?" era l'immancabile domanda e alla risposta "In Yemen?… Ma è un paese arabo, lì rapiscono i turisti e, poi, c’è la guerra in Iraq, …il terrorismo" era l'immancabile, allibita reazione. Siamo quindi partiti per una stupefacente terra con sinistri auspici da parte di familiari e amici, ma al di là delle preoccupazioni più o meno reali che ci portavamo appresso, ancora oggi un viaggio nello Yemen significa vivere avventure che stanno tra passato e presente. Anche se sta poco a poco recependo le inevitabili ed incontrollabili avvisaglie che il turismo (comunque, non ancora di massa) sta portando, lo Yemen è tuttora l’Arabia Felix del tempo della regina di Saba.



Il viaggio, a differenza di altre volte, inizia già sull’aereo. L’airbus della Yemenia è praticamente vuoto e i pochi passeggeri a bordo sono tutti mussulmani. Come mio solito, chiedo all’hostess se gentilmente si può avere un giornale. Mi spiega che hanno soltanto "Yemen Today", in lingua araba. "Non importa", dico, e me lo faccio portare. Lo sfoglio, naturalmente al contrario dato che la scrittura araba è da destra verso sinistra, e mi accontento di guardare le foto.

Riconosco il presidente dell’Unione Europea Romano Prodi, nella pagina sportiva vedo una foto di Ronaldo, mentre nello spazio dedicato al tempo intuisco dai disegni che le previsioni meteorologiche, per i prossimi giorni, sono buone. Dopo cinque ore e mezza di volo il comandante annuncia di allacciarsi le cinture perché incomincia l’atterraggio. A questo punto assistiamo ad un episodio curioso, almeno per noi. Quelle stesse donne che per tutto il volo sono state in jeans e maglietta si ricoprono da capo a piedi, lasciando visibili solo gli occhi. Così coperte, mi sfugge la modalità del controllo dei passaporti.



Le formalità d’ingresso sono lente e rigide, i bagagli minuziosamente controllati e segnati, uno ad uno... A caso, alcune donne vengono perquisite in appositi stanzini. E’ l’alba, non siamo ancora usciti dall’aeroporto, ma subito entriamo in contatto con quel mondo che siamo venuti a cercare quando vediamo un gruppo di persone genuflettersi ripetutamente in un angolo sulla cui parete è disegnata una moschea, che indica la direzione della Mecca...

Preso il taxi per il Sinbad Hotel lungo il tragitto abbiamo modo di renderci conto di essere finiti davvero in un luogo unico. A catturare letteralmente la nostra attenzione è l’abbigliamento della gente. Gli uomini indossano una tunica, in genere bianca, chiamata kandoura o più semplicemente una gonna. In pochi calzano i pantaloni, ma tutti portano giacche che assomigliano a quelle che si mettevano da noi, nei giorni di festa, negli anni sessanta.



Sul capo, come una specie di turbante, ma spesso soltanto appoggiato sulle spalle, portano il ghutra, un fazzoletto bianco, a quadretti neri o rossi. Infine, alla vita portano una cintura sfarzosamente ricamata che serve ad infilare la jambiya, l’inquietante pugnale ricurvo che tutti gli yemeniti hanno sempre addosso. Per via della lunga mantella nera che indossano, l’abaya, ossia quello che noi occidentali chiamiamo velo integrale, le donne assomigliano tutte a sinistre presenze, ma hanno un portamento fiero così come lo sguardo, quando è possibile vederlo poiché non sempre gli occhi sono scoperti.

Stanchi per la notte passata in aereo, andiamo a riposare, ma dalla finestra si gode un vero e proprio belvedere su Old Sana’a. La luce tenue dei primi raggi del sole colpisce i palazzi più alti della città vecchia, e sembra di ammirare un quadro: l’albergo è la galleria; i contorni della finestra sono la cornice e Old Sana’a è il soggetto. Immortalarla un po' di volte è d’obbligo. Quando ci rialziamo, a fine mattinata, il sole, ora accecante, rende la stessa veduta del mattino meno bella.



Siamo desiderosi di immergerci nel Suq al-Mith, il mercato costituito da quaranta piccoli suq. Percorriamo Az-Zubayri Street, attraversiamo il ponte sul fiume Sa’ila, completamente prosciugato, e ci troviamo ai piedi d’imponenti mura che costeggiamo fino a Bab el Yemen. Qui, seduti accanto alla loro merce, non troppo distanti l’uno dall’altro, incontriamo degli strani ambulanti.

Si tratta di una decina di venditori di miswak, bastoncini da masticare, che metaforicamente possiamo definire gli spazzolini da denti yemeniti. Pare contengano fluoro e agenti antibatterici, oltre a essenze rinfrescanti. Ci fermiamo ad un ufficio di cambio, dove perdiamo parecchio tempo a contare l’enorme quantità di biglietti da cento rials scambiati per un’esigua cifra di dollari.

Oltrepassata Bab el Yemen, la porta d’ingresso principale alla vecchia Sana’a, abbiamo l'immediata conferma che la realtà supera di molto le aspettative che c’eravamo fatti su questa città, davvero senza uguali nel mondo. Oltre la porta, all’interno delle mura, c’è lo Yemen di un tempo.

Mi viene in mente una frase di Nino Gorio letta prima di partire: "Old Sana’a irrompe nel terzo millennio saltando completamente il secondo." Old Sana’a è effettivamente rimasta così come la videro i viaggiatori di un tempo, subito vi si respira un’atmosfera esotica e fiabesca grazie alle caratteristiche case a torre e agli alti palazzi color argilla, decorati di bianco.

Oltre all’altezza degli edifici costruiti con mattoni di fango, sono fantasiosi ornamenti intonacati con il gesso a stupire l’occhio di un occidentale, i manzar, gli attici che si trovano sul tetto dei palazzi, per via delle decorazioni bianche ricordano i pizzi dei centrini delle nonne. Le finestre, un tempo d’alabastro, sono oggi di vetro, dipinte di diversi colori di cui s’apprezza la vivacità passeggiando di notte, quando la luce all’interno delle case l’illumina di mille colori. continua " Sana’a e la città vecchia" (Pubblicato il 05 maggio 2004) - Letture Totali 165 volte - Torna indietro

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