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Il mondo incantato del lago Inle

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Resoconto di un soggiorno al Lago Inle, uno dei luoghi più affascinanti della Birmania e dell'Asia, di Mauro Morelli - Inviato il 12 gennaio 2004 da Mauro Morelli.

Il mondo incantato del lago Inle

Sito o fonte Web: xoomer.alice.it/maumorelli Partiamo da Nyangshwe su una tipica barca a motore, lunga e stretta come una canoa e dopo un canale di circa tre chilometri, costeggiato da palafitte in legno a più piani e da piantagioni di banani, entriamo nel lago Inle. Si tratta di un piccolo specchio d’acqua poco profondo, ma molto pescoso, di circa venti chilometri di lunghezza per dieci. Tipici villaggi locali si affacciano sulle sue rive e in lontananza le montagne circondano interamente il lago. Le placide acque sono punteggiate di eleganti barchette in legno, simili a gondole. Si muovono tutte lentamente in circolo.

I pescatori, in piedi, imprimono il movimento col piede attraverso una lunga pertica tenuta perpendicolare all’acqua. Una grande nassa, che viene appoggiata sul fondo del lago nel tentativo di farci entrare qualche preda ittica, completa la silhouette. Le foto si sprecano, e a ciò contribuisce anche il guidatore della nostra barca soffermandosi puntualmente ogni volta che passiamo vicino ai pescatori.



Attraversiamo tutto il lago nel senso della lunghezza fino a raggiungere il mercato di Nampam su grande spiazzo sulla riva. Il barcaiolo deve fare appello a tutta la sua abilità ed esperienza per riuscire ad entrare e a districarsi nella incredibile massa di barche ormeggiate.

Dopo una manovra di attracco durata più di dieci minuti, scendiamo e, avendo cura di evitare alcune bancarelle con i soliti souvenirs per turisti, ci immergiamo nel fantastico mondo dei veri mercanti birmani. Il mercato di oggi è veramente grande, qualche centinaio di banchi sia fissi che ambulanti separati da una serie di lunghi passaggi paralleli, e risulterà il più interessante tra tutti quelli visitati sia per la quantità che per la qualità delle merci in vendita, ma soprattutto per l'affascinante varietà delle persone.

Trascorriamo un’ora intera - sembrerà un attimo - a fotografare montagne di peperoncino rosso, mucchi di radici di zenzero e di ginger, grandi ceste di piccoli agli e cipolle, interi caschi di corte banane gialle e rosate, recipienti stracarichi di pesciolini essiccati che emanano un odore forte e insopportabile, e varietà di ortaggi, cibi e frutti sconosciuti, per passare poi ai banchi sommersi da tutte le qualità di ciabatte infradito – in assoluto l’unico tipo di calzatura usato dai birmani – e a quelli che espongono decine di longyi, tagli di stoffa colorati che, annodati in vita e lunghi fino alle caviglie, sono l’indumento originale birmano ancora oggi indossato dalla quasi totalità degli uomini e delle donne, con la differenza che gli uomini indossano longyi a quadrettini o a righe quelli, e le donne quelli con fantasie.



Diversa è anche la maniera di annodarseli alla vita. Non mancano i venditori di frittelle dolci e salate, di pesciolini appena fritti, di enormi torte solide piuttosto gelatinose, dal vago color marrone e dal sapore che, nonostante la nostra totale disponibilità e apertura a tutte le novità, sarà destinato a restare sconosciuto, e piccole tea-house all’aperto piene di avventori che, seduti su bassi sgabelli in legno, mangiano a tutte le ore le poco invitanti porzioni di riso o noddles (spaghettini di riso) mescolati con verdure, pesciolini e pezzi di carne e di pollo. E per finire, non mancano i venditori delle foglie di betel che, su un misero banchetto, le utilizzano per preparare misteriosi fagottini con noci di areca, spezie e un po' di calce. Tenuti in bocca e masticati a lungo, inducono uno stato di euforia e soddisfazione, arrossando però in maniera oscena i denti e la saliva.

Lo spettacolo involontariamente offerto dalla grande varietà di uomini e donne che animano il mercato supera in interesse e spettacolarità tutto il resto. Mi aggiro affascinato tra i banchi e le mercanzie esposte, attento a non calpestare le numerose macchie di betel, animato da una frenetica voglia di fotografare tutto quello che vedo, consapevole che le semplici parole non saranno sufficienti a descrivere tutto ciò: stupende donne della etnia pa-o, rigorosamente vestite di scuro ma con copricapi di vivaci rossi o aranci arrotolati sopra acconciature che le fa' distinguere subito da tutte le altre; bambini che dormono placidamente dentro una amaca ricavata con estrema semplicità da un telo legato a due canne di bambù conficcate tra gli ortaggi in vendita; bambini che mi guardano fotografare sgranando lucidi occhioni neri e bambini che "viaggiano" fasciati da un telo appeso alle spalle della mamma; vecchie donne dalla pelle scura e grinzosa, assai simile a fango essiccato, che aspirano avidamente il fumo da grossi sigari nell’attesa di vendere un pugno di peperoncini, o un cestino di piccoli agli; semplici contadini, dall’aspetto così fiero tanto da sembrarci quasi guerriglieri ribelli appena usciti dalla foresta tropicale, che espongono dignitosamente i loro poveri prodotti, magari masticando l’immancabile foglia di betel. Ci ritroviamo tutti nel punto stabilito e saliamo sulla barca non senza però aver prima gustato, riuscendo a liberarsi di ogni titubanza igienica, una dolcissima frittella appena tolta dall’olio che friggeva all’interno di un vecchio e annerito bidone sopra un grosso fornello a carbone.

Riprendiamo la navigazione e, costeggiando e addentrandosi abilmente tra la bassa e folta vegetazione lacustre, raggiungiamo il piccolo villaggio di palafitte sull’acqua di Ywama dove, ogni cinque giorni ma non oggi, si svolge un interessante e non ancora completamente turistico mercato galleggiante. Anche se non è giorno di mercato, i turisti sono ugualmente attesi e desiderati e all’ingresso del paese siamo letteralmente assaliti da due lunghe barche piene di oggetti di artigianato e non riusciamo a proseguire se non dopo avere comprato qualcosa e dopo le solite, estenuanti, trattative. Ornella, qualche tempo dopo, ci confesserà che aveva creduto fossero barche di pirati! A Ywama facciamo una sosta in un negozio di tipici prodotti locali e acquistiamo, non si sa bene per quale uso futuro, qualche longyi, sia da uomo che da donna. continua "Il mondo incantato del lago Inle" (Pubblicato il 12 gennaio 2004) - Letture Totali 109 volte - Torna indietro



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