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Da Djanet a Iherir (da oasi a oasi)

Racconti e Articoli di Viaggio

Racconto di un itinerario in fuoristrada nel Sahara dell'Algeria, di Annuska Grisendi - Inviato il 10 gennaio 2004 da Annuska Grisendi.

Da Djanet a Iherir (da oasi a oasi)

Siamo in quattro sul fuoristrada guidato da Djaba, in abito azzurro e shesh bianco che ormai ben gli conosco. Usciamo dall’oasi di Djanet e prendiamo verso nord, in direzione Zaouatallaz e Iherir. La strada è, per ora, asfaltata. Alla nostra sinistra scorrono le dune morbide e sinuose dell'erg Admer, dietro le quali si intravvede ben presto il profilo acuto di due bassi roccioni isolati che i Touareg chiamano Ifafan Tajet (le mammelle dell'asina), fra i quali passa una pista che conduce a Tamanrasset, a destra la piana di Ioufasaouad, limitata ad est dai massicci dell’adrar Adjeloho.

In corrispondenza dell'oued Sersouf la strada piega verso sud, ad aggirare i monti, ma l'abbandoniamo per seguire l'andamento delle rocce e le tracce delle carovane, che proseguono a zig zag su un vasto pianoro in direzione della fila di acacie e tamerici dell'oued Tanahr. Il fondo dell'oued è occupato dagli eresouten (sing. eresou), grovigli di radici che spuntano contorte come grosse serpi brune dai monticelli di sabbia accumulatasi al di sopra. Ci fermiamo per sottrarre alcuni pezzi di legna per il fuoco di questa sera. Con un po' di fatica riesco a dissotterrare alcune radici abbastanza grosse. Mi sembrano adatte, ma Djaba dice che non vanno bene. Non è la prima volta che mi succede, ma questa volta non mi accontento di obbedire. Voglio capire. Per me, il Sahara non è più un paesaggio di cui godere esteticamente. E' una terra che amo, la cui lontananza crea in me vuoto, inquietudine e ansia di tornare, per sentirmi di nuovo in pace. E quando ci sono, sento il bisogno di entrare anche nei suoi più piccoli segreti, per sentirmi sempre più compenetrata della sua grande anima.



"Questa legna è bagnata!" risponde. Per un attimo mi pare un'assurdità: come può essere bagnata, se qui non piove mai? Poi guardo meglio le mie radici e capisco. La polpa del legno è di un verde pallido striato di venature rosse. La radice che ho strappato è ancora viva! E' il miracolo della vita che resiste alle condizioni più inospitali. E' la vita segreta e tenace del deserto, che si manifesta, a chi ha occhi per vederla, nelle acacie, nelle tamerici e nei cespugli che popolano gli oued, nei topolini che si avvicinano senza paura ai bivacchi, nei fenek e nelle gazzelle che fuggono veloci, nella peluria verde che spunta sulle dune appena cade un po' di pioggia, negli oleandri rigogliosi che fanno corona alle guelta, nei fiori che spuntano qua e là persino fra le rocce del Tassili, nei piccoli scarabei scuri (iglehan) che trasportano con fatica e lentezza sulla sabbia una preda più grande di loro.

Attraversiamo l'oued Tanahr lentamente, cercando i passaggi praticabili fra gli eresouten, poi continuiamo a procedere sul pianoro, aggirando Zaouatallaz (Fort Gardel durante la dominazione francese) da est. Un tempo, la gente vi moriva di fame perché vi crescevano soltanto piccole tamerici (izaouaten) che diedero il nome al paese. Fra le tante rocce che orlano ad est la piana, ne distinguo una che ha la forma di un dito puntato verso il cielo: i touareg la chiamano daher, dito (adaouda in arabo), in tamashek "ciò che indica". La leggenda narra che in tempi lontani, quando il kell Ahaggar veniva ad attaccare il kell Djanet, questa roccia faceva da cospicuo punto di riferimento per cui tutti i più forti guerrieri di Djanet tentarono tutti insieme di abbatterla. Portarono con sé una grande quantità di datteri affinché dessero loro tutte le energie necessarie ad affrontare l'immane sforzo. Per quanti datteri mangiarono, le forze non furono sufficienti e il "dito" si erge ancora, solitario, inconfondibile. Procediamo lungo l’oued Ouareren sfiorando capanne di nomadi. Apparentemente, sembrano abbandonate, ma gli abitanti sono momentaneamente al pascolo, con pecore o cammelli.



Lasciamo l'oued Ouareren per imboccare in direzione nord l’oued di Zaouatallaz, ampio e verde di acacie e tamerici, racchiuso fra due cordoni di rocce massicce, fra le quali emerge qua e là qualche roccione appuntito che paiono poggiare su coni di detriti. Anche qui tanti eresouten e, al limite ovest della vegetazione, altre zeriba, questa volta abitate. E anche tante piante di tora, con le loro foglie carnose, ma senza i bellissimi fiori violacei, così puntualmente e teneramente descritti da Th. Monod (Th. Monod, Méharées. Ed.Babel): ancora non è stagione. Una donna si nasconde al nostro obiettivo.

Raggiungiamo quasi sotto la falesia Tin Taharadjli, la falesia "dell’artemisia", la strada che ora si inerpica fino a arrivare in quota sull’altopiano del Tassili. Mano a mano che saliamo, la vegetazione sul paesaggio di rocce che avanzano da est come prue e ciminiere di grandi navi si fa più abbondante e rigogliosa di cespugli verdissimi, spesso costellati di fiori di diversi colori. In ottobre è piovuto mlto e l’altopiano è letteralmente rifiorito. Tanti sono i nomadi al pascolo con le loro bestie. Anche l’oued Dider è verdeggiante e ospita cammelli e pecore in quantità, vigilati da tuareg, visibili a distanza per i loro abiti colorati e i loro immancabili shesh. Lo percorriamo fino al grande roccione, accucciato come il dorso di un enorme animale, sul quale pastori di un’epoca remota hanno inciso uno splendido esemplare di bue col corpo fittamente decorato di spirali, simbolo frequente nei graffiti del Tassili, ma di significato oscuro. Molti altri graffiti, non tutti altrettanto evidenti, si intersecano e si sovrappongono, perché cacciatori di un’epoca ancor più remota hanno lasciato su quella roccia le tracce della loro vita e della loro spiritualità.



A piedi scalzi, per non danneggiarli, cammino lentamente, assorta nella scoperta e nella decifrazione dei segni che solcano la roccia in tutte le direzioni. Qui tre giraffe, due di profilo, affrontate, la terza al centro frontale: sono esili, altissime, coi corpi maculato. Appena discosto un rinoceronte: la roccia è scheggiata nella parte superiore, ma la parte anteriore del corpo e la testa danno l’idea dell’energia dell’animale che avanza con impeto. Due gazzelle riposano accucciate e raggomitolate; una appoggia l’elegante testina sulla zampa anteriore allungata e pare che mi guardi con grandi occhi tondi. All’estremità nord-est c’è un gruppo di figure umane disegnate con pochi ma incisivi tratti sobri. Sono diversamente atteggiate e sembrano parlare fra loro.

Pranziamo fra le rocce, a ridosso del grande sasso, a metà fra sole e ombra, perché il sole scotta, ma l’aria è frizzante, quindi ripartiamo in direzione di Iherir. Lasciamo ben presto la strada principale, che conduce a Illizi, e ci inoltriamo su un altopiano roccioso e scarno, di un bruno uniforme, solcato da canyon simili a profonde ferite lasciate dalle unghie di un immane animale preistorico. La durezza e la pietrificata solitudine del paesaggio esercitano un fascino inquietante. Avverto in esso una segreta, incombente minaccia, una sensazione analoga a quella che provai la prima volta che percorsi il Teneré, che mi trovai faccia a faccia con quel "nulla" che dà un senso di vertigine, estraneo com’è alla finitezza della nostra natura. Non per nulla in tamashek Teneré significa "nulla", e per noi occidentali identifica ormai il deserto tout-court.

E’ con un sentimento di sollievo e di apertura dell’anima che scorgo, in fondo ad un canyon, il corso verdeggiante dell'oued che ospita un villaggio di zeriba: Idaran. Dall’alto del terrazzamento roccioso, seguo con animo più rilassato la linea verde delle palme, distinguo le capanne tonde col tetto di foglie di palma che a mala pena si differenziano dal colore della terra e della roccia. Di fronte, un altro terrazzamento roccioso a fitta stratificazione orizzontale chiude il solco profondo della valle. continua "Da Djanet a Iherir (da oasi a oasi)" (Pubblicato il 10 gennaio 2004) - Letture Totali 144 volte - Torna indietro



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