Myanmar

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Racconto di un viaggio in Birmania con Avventure nel Mondo, di Alighiero Adiansi - Inviato il 17 febbraio 2004 da Alighiero Adiansi.

Myanmar

Sito o fonte Web: web.tiscali.it/alitour/ Come potevo ignorarla: piccola, esile, lunghi capelli neri, grandi occhi ancora più neri, un elegante sarong attorno ai fianchi e un paio di ciabatte infradito portate con un'eleganza da top-model... Come potevo ignorarla visto che aveva in mano un cartello con scritto sopra il mio nome che già in Italia non è diffusissimo, figurarsi in Myanmar. Paolo era già davanti a lei e stava pronunciando la frase poi divenuta storica nel corso del viaggio: "I'm the first of the group!" Sarebbe stata l'ultima volta: per tutto il resto del viaggio aspetteremo Paolo in continuazione, sempre ultimo ad arrivare, con Edy a ruota. Solo una volta riuscirà ancora a precedere tutti: quando si è trattato di prendere la diarrea...

Una volta radunati attorno a Ky-Ky il primo pensiero è che Aung era a corto di personale se aveva mandato a prenderci la figlia piuù piccola. Invece, il corrispondente non era a corto di personale, era il personale ad essere corto. Ky-Ky ha ventidue anni, portati così bene da dimostrarne sedici.



Il bus, che invece ha 24 posti a sedere portati così male da dimostrane 10, di anni ne ha molti di più ma è così carino che decidiamo di rinunciare al treno per restarci sopra un giorno e una notte fino a Mandalay. Aung ci offre la cena all'Elefante Verde e abbiamo un primo assaggio di quello che ci aspetterà in seguito: riso, riso in bianco, riso fritto, riso con salse, riso amaro, riso col pollo, riso col pesce, riso con la marmellata, riso nell'acqua-zuppa. Se fosse vero che il riso abbonda sulla bocca degli stolti, allora noi diverremo un gruppo di rimbambiti. Fortunatamente, il riso riso non ha nessuna influenza su questa massima...

Il mattino dopo ce la possiamo prendere comoda e quando - finalmente - arriva anche Paolo, possiamo partire per la Roccia d'Oro. Lungo la strada attraversiamo parecchi villaggi.

Restiamo impressionati dalla velocità con cui si muove la gente: sia in bici che a piedi sorpassano il nostro bus con estrema facilità. Solo dopo dieci ore di strada e 260 chilometri in linea d'asfalto - che con le cunette e le buche diventano circa 600 chilometri - ci rendiamo conto che siamo noi ad andare piano. A recuperare un po' di tempo ci pensa l'autista del pick-up che ci porta su, al tempio: le prime dieci curve le fa a due a due mentre noi dietro sventoliamo bandierine di preghiere, poi la strada prende fortunatamente a salire e il nostro stomaco torna a scendere. Il camion arranca e veniamo scaricati a un paio di chilometri dall'hotel.

Al buio, ci arrampichiamo per gli ultimi, ripidissimi tornanti in compagnia di pellegrini di tutte le età in marcia verso la Roccia. All'inizio felici di potere finalmente sgranchire le gambe, dopo duecento metri siamo scoppiati marci e non riusciamo a tenere il passo del monaco novantacinquenne con una gamba di legno che sale fischiettando davanti a noi.

Il viaggio prevede anche dei trekking e non so
no informato se tra i Palaung esista un servizio-portantine-per-sfigati. Perdo pezzi di gruppo mentre la piccola Ky-Ky, dalle minuscole infradito, ogni tanto si ferma ad aspettarci con un sorriso "for contract". Quando arriviamo in cima, Vito riesce a contare fino a cinque roccie d'oro e Ivana saluta l'Arcangelo Gabriele seduto sulla cima dello stupa a suonare le campanelle e urlare "Oooommmmm...".



In realtà, l'unica vera Golden Rock è appoggiata sopra uno spuntone di roccia e tenuta ferma, in bilico, grazie ad un capello del Buddha. Doveva doveva avere i capelli molto grassi, il Buddha, perchè la roccia sta incollata lì da centinaia di anni. Io non credo a queste storie, ma da quando ho fatto due nodi alla finestra della fertilità di Fatepur Sikri e dopo nove mesi mia moglie ha partorito due gemelli preferisco girare alla larga da tutte le leggende di questo tipo. In ogni caso, se vi capita di trovate dei peli per terra lasceteli dove sono perchè i bungalow dell'hotel sono proprio sotto il roccione.

A Kyaiktho fa un freddo cane. è l'unico posto dove fa veramente freddo, in Birmania, come il nostro è l'unico hotel ad avere le doccie all'esterno. Beh, bisogna dire che è anche l'unico ad avere l'acqua fredda... Dopo le "risate" di cena è bello farsi una passeggiata a piedi nudi sulle piastrelle gelate del tempio. Inutile tirare fuori le pantofoline trafugate sull'aereo. continua "Myanmar" (Pubblicato il 17 febbraio 2004) - Letture Totali 71 volte - Torna indietro



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