Sudafrica. Il mio Sudafrica


Inserito il: 31/10/2007 da Claudio Montalti
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Ci ho messo quattro giorni per raggiungere lo Zululand, per percorrere una distanza che i torpedoni turistici coprivano in mezza giornata. Credo che la mia esperienza sarebbe stata in gran parte mutilata senza quel girovagare breve ma senza una meta precisa. Davanti ai miei occhi corrono immagini vive, pregne di emozioni. Quando non guardavo fuori dal finistrino, passavo il tempo a parlare con la gente nera, soprattutto con le donne nere, una marea in costante movimento da un posto di lavoro all'altro, dal posto di lavoro alle case spesso distanti o viceversa. Avere un contatto con loro era semplicissimo. Un sorriso, la condivisione di un po' d'acqua, di un frutto o più spesso, chiedendo il mio nome, che dopo qualche secondo non riescivo già più a ricordare, mentre loro pronunciavano più volte il mio fino a computarlo perfettamente, era sufficiente a iniziare un fitto dialogo. Di tutte, mi hanno molto colpito le parole di una signora che aveva trascorso tutta l'infanzia in una township, di quando - bambina - doveva attraversare il povero quartiere bianco per raggiungere la casa della nonna. Quelle facce bianche la guardavano dall'alto in basso, sempre con odio, ed era rimasta ogni volta terrorizzata dal quel terrificante biancore. Tutte mi hanno raccontato di esistenze non facili, perché erano per lo più le donne a lavorare fuori casa, al servizio dei bianchi. Se pur di far quadrare il bilancio non si tiravano indietro davanti a niente, nulla le avrebbe spinte a trascurare la famiglia.

"Dentro a una casa si trova tutto ciò che ha davvero valore nella vita. La casa è cibo per il corpo e sostegno per le anime, è scuola di vita, è imparare la dignità, l'integrità e la fiducia, è la presenza costante e vicina di chi ti può aiutare. In casa puoi dimenticare i problemi e i dolori, e trovare il modo e il tempo di tirare fuori il meglio di te" erano state le parole di una delle rivelazioni. Non avevo mai pensato al focolare domestico come epicentro di resistenza contro la feroce e disumana realtà dell'oppressione e segregazione razzista, ma c'era molta verità in queste parole, forse LA verità.

Nello Zululand mi sono reimmerso nel mondo turistico che più turistico non si può, un altro mondo. Shakaland è un centro culturale in cui i residenti vivono per quanto possibile la vita tradizionale degli Zulu di quando l'uomo bianco ancora non c'era. Il centro è stato usato per ambientarci una mini serie televisiva, "Shaka Zulu", il re che riunì le numerose piccole tribù in una unica nazione. Ogni danza tradizionale Zulu racconta le tattiche militari che hanno fatto la Storia di questo leggendario, spesso posto sullo stesso piano di un Alessandro Magno o di un Napoleone, e che quasi sconfisse gli inglesi. Credendola la mia compagna, un "capo" Zulu mi ha offerto otto mucche per Mia, una temporanea compagna di viaggio. Purtroppo stava scherzando perché gliela avrei data anche gratis e ancora ci avrei guadagnato...

L'immancabile spettacolo folcloristico delle danze e degli stregoni è stata una grossa delusione. Purtroppo, non tutti i gestori di Backpacker e i relativi consigli sono stati all'altezza, ma immagino che sia un parere molto soggettivo. Seduto su un piccolo sgabello di legno, ho assistito assieme a numerosi altri bianchi ad una frenetica danza al ritmo sempre più ossessivo dei tamburi. Lo stregone, che indossava un costume più teatrale che tradizionale anche per il più ingenuo dei turisti, ha danzato e vibrato, ha roteato gli occhi ed emesso grida per una mezz’ora laddove anche due minuti sarebbero stati per me eccessivi...

Visto che me la ero presa comoda, ma che il tempo non era poi così tanto, sono salito su un Bus-Buzz per Durban. I passeggeri esclusivamente bianchi in un mare nero mi gelò molto più dell'aria comndizionata sparata a mille. Altre differenze si sono subito notate. Tutti, indistintamente tutti, salutavano non appena vedevano il pulmino. Ognuno lasciava per un attimo la sua incombenza, smetteva di parlare, lavare i panni, macinare i semi, pedalare, camminare, per alzare lo sguardo verso di noi, attirato dalla strana visione di un mezzo così luccicante e nuovo che doveva essere per loro una sorta di Ufo. Tutti si fermavano, qualcuno si sbracciava, ci correva incontro o dietro, uscendo dalle loro capanne, nella vana speranza che l'autista si fermasse. Non ci invidiavano, non ci odiavano, mentre avrebbero avuto molti motivi per farlo, e nonostante tutto erano capaci di sorridere in modo spontaneo e affatto calcolato. Ad ogni tappa, poi, è stato un vero assalto di mani. Le donne e i bambini erano vestiti di stracci e inverosimilmente sporchi e io non riescivo nemmeno ad avvicinarmi. Nessuno di loro è in forma, e dimostrano tutti meno della loro età a causa della denutrizione. Non ho il coraggio di dire nulla e nemmeno di prendere le stesse foto che altri, a decine, scattano. Timidamente compro delle banane, ma mi vergogno, mi vergogno profondamente, nel farlo. Mi vergogno per me e per gli altri. Critichiamo tanto i colonizzatori del passato e poi ci comportiamo come se fossimo i visitatori di uno zoo, rubando foto e sguardi senza alcuna pietà, semplicemente perché abbiamo pagato, poi ce ne torniamo alle nostre comodità lasciando quel mondo fuori della porta. Mi sento fuori posto, mi succede sempre quanto il mio viaggio interseca, sfiora, o tocca gli itinerari e i mezzi più battuti dal turismo, ma purtroppo non posso fare scelte diverse. Di nuovo sul furgone, l'autista raccomanda di pulirci bene le mani, di non toccarci occhi, bocca o genitali. Il rischio, a cui non avevo ancora pensato fino a quel momento, mi sorprende, e solo allora immagino che esista. Così faccio come fanno tutti: mi pulisco con le salviette. Magari si potesse fare altrettanto con le sporcizie della cattiva coscienza...

Durban ha su di me l'effetto di un pugno in un occhio. E' una bella città, immersa nel verde ordinato di giardini privati e aree pubbliche. Di fronte, si trova l'Oceano Indiano che tanta influenza ha avuto nello sviluppo di questa citta e ancora oggi il mercato indiano, specialmente quello della medicina tradizionale zulu, erboristeria ma anche ossa e piccoli cadaveri vagamente puzzolenti di animali, è la grande attrazione. Ci sono anche tessuti, oggetti in legno lucidati (maschere, animali, scacchiere, figure umane, sedie con schienali inclinati, ciotole, ciondoli, con accanto uomini e bambini che intagliano, levigano con carta vetrata e poi lucidano). Facendo continuamente attenzione a causa delle grandi masse povere che vi calavano ogni giorno, contratto a lungo e con soddisfazione l'aquisto di una notevole maschera di legno.

Un altro Bus-Buzz mi ha portato su, fino al valico di Sani, diretto al Leshoto, l'equivalente shona di Shakaland, ma la vera attrazione comincia subito dopo, col plateau che si stende dalle montagne di Drakensburg. E' un'area fredda e verde, simile alla Svizzera, popolata di due milionii di individui che indossano pesanti indumenti di lana. Oltre ai colori, intensi e strani per l'Africa, ricordo uno squisito braii (sudafricano per barbecue) all'aperto con pane cucinato su un contenitore di pietra direttamente sul fuoco, e la prima e unica sbornia sudafricana, giustificata dal costo: in quattro, con venti cocktail fortemente alcolici, abbiamo speso 70.00 R, equivalente a circa 9 euro. Evitato l'immenso e famoso Kruger Park, che tutti dicevano popolato più da turisti che da gazzelle, pho optato per il Matopos National Park, dove fra l'altro è curato il ripopolamento di rinoceronti bianchi. Attraverso l'ostello, mi sono messo in contatto con Tobias, un Ndebele smilzo, che sin da subito ha confermato la bontà della scelta. Fantastico narratore e avventuriero, aveva un sorriso perpetuo, sincero e luminoso come il sole del mattino che scaccia il freddo e scalda senza bruciare, e il cuore puro di un bambino. Dimenticavo: la sua specilità era il safari a piedi, o meglio, un misto a piedi e auto. Quando ho visto il suo mezzo, una Land Rover che aveva visto giorni migliori qualche decennio addietro, facilmente ho ironizzato sul fatto che si andasse a piedi. Con me, aveva un solo altro cliente. I battitori ci avrebbero raggiunto in seguito.

Con Tobias è occorso poco meno di un istante per entrare appieno nei fatti e misfatti di questa terra. I primi due giorni sono scivolati via come l'olio nel tipico paesaggio della savana: cespugli, acacie, baobab, piante spinose immerse nel terreno arido, nella polvere rossa che ricopre tutto e si infila ovunque, nel naso e tra i denti. Osserviamo ogni animale, dai leoni ai bisonti, ma sono consapevole che il pericolo maggiore è costituito dalle buche. Era evidente che la parte di parco battuta da Tobias, stranamente sguarnita di turisti, non era tenuta in grande considerazione dall'amministrazione come invece loerano le zone attorno ai lodge dove ci siamo fermati per mangiare e dormire, o attorno alle pozze in cui gli animali scendevano ad abbeverarsi. Sulla strada si aprivano veri abissi, e Tobias quasi mai rispettava una velocità di prudenza, consigliata in 40km/h ma che io avrei perlomeno dimezzato. Avessimo incrociato una sola buca a quelle velocità saremmo stati finiti. Non per niente quelle buche avevano il nome di killer potholes, ma fortunatamente Tobias pareva conoscere il fatto suo.

Il terzo giorno ci siamo uniti ai battitori e a quello che sarebbe stato il nostro campo. Uno deglu uomini di Tobias si chiamava Ndevi. Aveva il lutto stampato negli occhi. Suo figlio era morto qualche giorno addietro a causa del morso di un serpente e così noi viaggiatori abbiamo fatto i conti con una realtà che non era più racconto, che non pensavamo esistesse. Era tanto discreto, silenzioso, cortese con la sua tristezza che contrastò fortemente con il paesaggio e l'ennesimo esuberante tramonto, spettacolare come sempre: il sole arancione stagliato sulla linea dell’orizzonte, le acacie in controluce, il cielo rosso... La cena, al lume di candela e per la prima volta in pieno bush, con le attrezzature che passa la natura, è ottima e abbondante. Tobias promette che il giorno seguente smaltiremo quanto è stato ingerito in eccesso, anche troppo se la caccia a piedi darà i frutti sperati. La levataccia non è quasi avvertita e prima che il sole si alzi siamo sulle tracce di un rinoceronte. Seguo Tobias. I battitori - il cui compito è quello di fare uscire gli animali dai loro nascondigli oltre che di proteggerci tempestivamente i fianchi da eventuali pericoli - sono ai suoi lati. Tobias risultava letteralmente trasformato. Senza la protezione dlel'auto, il suo solito fiume di parole è ridotto ad un rigagnolo, il minimo indispensabile e solo quando le gesta non sono sufficienti a spiegare. I suoi cenni sono più che eloquenti. Non era più tempo di scherzare. Tobias ci conduce sulle tracce del rinoceronte prendendoci sotto la sua protezione esattamente come se lui fosse la madre e noi i cuccioli.

"'Hey, desideri guidare insieme a me?" mi domanda ad un certo punto "Mah, non credo di essere all'altezza" rispondo. "Imitami esattamente e vedrai se non sarai all'altezza..."

In effetti non era poi così difficile seguire le orme. "Per imparare a seguire le tracce ci vuole un secondo, ma non basta una vita iuntera a perfezionarsi..." mi ha gelato Tobias non appena ho cominciato a fare il gradasso, anticipandolo.     continua "Sudafrica. Il mio Sudafrica"

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