Saigon e il delta del Mekong


Inserito il: 17/08/2006 da Adriano Socchi
Email: adrimavi@alice.it
Sito web: http://www.viaggiatorionline.com/profile.asp?id=Adriano+Socchi
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Il giorno seguente di buon mattino facciamo visita al “Museo dei Residuati Bellici”. All’ingresso una frase preannuncia le drammatiche testimonianze che vi sono raccolte: - “La guerra fa’ diventare l’uomo una bestia” -. Cinque sono gli spazi tematici. In una prima sala si possono vedere i manifesti propagandistici della guerra del tipo “Out of Vietnam” o “End the war in Vietnam! Now”. Nel cortile si trovano un carro armato, un elicottero, un aereo B.52, una bomba al napalm e pezzi d’artiglieria dell’esercito americano. Entrati nel corpo centrale seguendo il percorso di visita c’è dapprima una sala con centinaia di disegni fatti da bambini aventi per argomento la guerra. Segue il grande salone che ospita una mostra della guerra del Vietnam. Le atrocità delle fotografie documentano gli orrori della guerra e tengono avvinto lo sguardo del visitatore. Attimi di terrore e delirio umano colti dagli scatti di professionisti e no; sì tratta di foto tanto agghiaccianti quanto celebri, che a suo tempo fecero il giro del mondo e sono riprodotte su tutti i libri di storia. Tra le più ripugnanti quella di soldati americani che tengono a mo di trofeo la testa mozzata di tre soldati Vietcong sopra ai loro rispettivi corpi; quella di un carro armato che trascina dei morti con una fune; civili vietnamiti torturati dai soldati e, ancora, tre corpi esamini fatti rotolare su del filo spinato. La più orribile di tutte, non a caso l’unica a colori dell’intera raccolta, quella del massacro del villaggio di My Lai dove si vedono corpi e volti di donne e bambini insanguinati e mutilati. Per quanto concerne le più famose vi sono quella della bambina nuda bruciata dal napalm che corre in mezzo alla strada e del colonnello Nguyen Ngoac Loan che spara a bruciapelo alla testa di un prigioniero vietcong, con le mani legate dietro alla schiena. Immagini dell’assalto all’ambasciata americana e dello sbarco americano a Da Nang l’8 marzo 1965.

Infine rimane, ma solo per i più audaci, la piccola saletta contenente le foto dei bambini nati deformi a causa dell’agente arancione e come se non bastasse, per quanti avessero lo stomaco davvero forte, la raccapricciante visione dei mostruosi feti di neonati le cui madri furono costrette ad abortire per volontà del governo Vietnamita affinché non si mettesse al mondo una generazione imperfetta.

CAODAISMO
Lasciamo per un intera giornata Saigon e il suo traffico di motorini per ritrovarci sulla strada diretta a Tay Ninh in mezzo ad un traffico prevalentemente di motorini. Dopo circa un centinaio di chilometri giungiamo, in tempo, alla nostra meta: il Grande Tempio Cao Dai, la Santa Sede del Caodaismo. Nel tempio, ogni sabato, alle dodici, si tiene una suggestiva funzione (corrispondente alla nostra messa domenicale) a cui si può assistere dal balcone del piano superiore. Da questa invidiabile posizione vediamo entrare dapprima i clerici caodaisti vestiti di color azzurro, giallo e rosso, che sono anche i colori predominati del tempio, i quali devono avere, evidentemente, un preciso significato. Di seguito entrano i fedeli tutti vestiti con una tunica bianca accompagnati da una tipica nenia orientale. L’interno è un’unica grande sala, sostenuta da colonne, sulle quali si arrampicano draghi multicolore.

Sull’altare c’è un occhio enorme, l’occhio divino (che tutto vede), che credo, data l’ubicazione, ha lo stesso significato che la croce ha per noi cristiani. La religione caodaista è un miscuglio di buddismo, confucianesimo e cristianesimo come testimonia un affresco all’ingresso dove sono raffigurati lo statista cinese Sun Yatsen, il poeta vietnamita Nguyen Binh Khiem e lo scrittore francese Victor Hugo intenti a firmare la triplice alleanza religiosa tra Dio e gli uomini.

CHU CHI
Non molto distante dall’oasi di “pace religiosa” del tempio di Cao Dai si trova la zona dei cunicoli di Cu Chi, il luogo dove ci furono gli scontri più sanguinosi della guerra. In superficie sventolava la bandiera americana, ma sottoterra quella dell’esercito del Vietnam del Nord. Oggi è senza dubbio la più grande attrazione turistica del Vietnam. All’ingresso un plastico in sezione della rete delle gallerie e un filmato sono esaustivi della vita che si conduceva in queste vere e proprie città sotterranee e della guerra che si combatteva per queste vie inumate. Nei cunicoli di Cu Chi si nasceva, si dormiva si mangiava… Si combatteva, ci si muoveva a carponi, al buio, nel caso d’inalazione di gas da parte del nemico ci si tuffava alla cieca in dei pozzi e si riemergeva in un canale. Oppure si poteva restare nascosti per ore respirando attraverso una cannuccia. Non vedo l’ora di vedere questi reticoli di 200 km di gallerie su tre piani, grandi abbastanza solo per i magri e piccoli vietnamiti, di cui gli americani, inizialmente, sospettavano soltanto qualcosa, ma non sapevano nulla. E una volta scoperti arrivavano agli imbocchi, ma non riuscirono ad entrarci. Noi scendiamo e percorriamo una piccola sezione di questi cunicoli, appositamente allargata per ospitare il corpo di un occidentali, in maniera che ci si possa rendere conto dello spazio e del buio in cui i Vietcong dovevano vivere e spostarsi, da un posto all’altro, senza farsi vedere dagli americani. Avverto fatica e una certa umidità claustrofoba, ma sono alla fine del breve tragitto di 50 metri. Immagino la nostra guida mentre percorreva in fretta le buie e strette gallerie con zaino e fucile in spalla. All’uscita dei cunicoli, in un negozio che pare essere messo li apposta, consumo un bicchiere di liquore di serpente per riprendermi dal senso di nausea procuratomi nella galleria. Guardo con commiserazione un gruppo di giapponesi interessati all’acquisto di accendini, del modello a zippo, che la venditrice assicura appartenuti ai soldati americani… non sanno cosa gli aspetta. Io e Cris, invece, compriamo un paio di sandali, fatti con un pneumatico di gomma, gli stessi che portavano i vietcong e ancora oggi usano i reduci.     continua "Saigon e il delta del Mekong"

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