Cina. Tibet da vicino...


Inserito il: 17/04/2013 da Claudio Montalti
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Infine arriviamo a Shegar, punto di partenza per Rombug e il campo base dell’Everest. Da Romburg, a 5200 m, si vede buona parte della catena Himalayana, con l’imponente Everest avvolto dalle nuvole nere. Fa freddo, e dopo avere trascorso giorni a 4000 metri l'improvviso sbalzo dà un senso di nausea, di spossatezza. Per fortuna, niente mal di testa. Ma è nella successiva alba che il luogo ci rapisce: non c'è una nuvola e mentre i raggi solari attraversano sempre più numerosi il cielo, la luce pare dipingere i mitici monti di tutti i colori caldi dell'arcobaleno, dall'azzurro melangiato al rosa pallido, dall'arancione al rosso, tutti esaltati dal bianco dominante delle cime perennemente innevate. E dal nostro silenzio, che nessuno ha voglia di infrangere. Per un istante ti senti padrone di tutto.

La mia mente torna automaticamente a quando vidi per la prima volta quel monte a bordo del mio volo verso l'australia. Queste le mie parole riporate su Australiando...

L'altro ricordo è legato all'improvvisa esplosione di luce che, infiammando le ali del Boeing 747, mi ha svegliato di soprassalto. Strizzando gli occhi intorpiditi e assonnati per difenderli dalla violenza con cui la luce era repentinamente comparsa, ancora confuso, ho pensato che qualcuno avesse acceso una potente lampada che illuminava una piccola porzione della stanza in cui stavo dormendo, lasciando la rimanente nella tenebra più completa. C’è voluto un po' di tempo per capire che non ero su un letto sconosciuto, ma per aria, su un aereo, e ancora di più per rimanere affascinato nell'osservare il fenomeno che si sviluppava davanti ai miei occhi. Era stata sì una mano, ma divina, a puntare la luce sulla terra! Davanti a me vedevo le elevate e innevate cime del Tibet, le prime terre ad essere colpite dal sole. La luce sfumava dal candore accecante al rosso acceso, dove la linea dell'alba velocemente avanzava, fino al nero ancora cupo dove il buio nascondeva ancora uomini e cose.
Che incantevole buongiorno!
In pochi secondi sono passato dal buio completo al mattino pieno…

Dopo l'Everest inizia un viaggio diverso, molto diverso, a bordo delle gowa, piccole barche a remi di pelle di yak, sul fiume Kyi-chu. Si parte da Lhasa, cui facciamo ritorno con una nuovissima e veloce strada asfaltata. Apparentemente lontani da tutto e da tutti, è l'occasione di visitare luoghi di grande importanza storica, e siti ancora minori di quelli visti sul tragitto verso il campo base dell'Everest. Entriamo subito in una dimensione diversa del vivere, l. Ore scandite dal rimore dell'acqua, dei remi, del vento, onnipresente, dalla maestosità dei paesaggi. Si parla poco, vuoi perchè si è naturalmente intimiditi e interessati a tutto ciò che ci circonda, vuoi perchè - per quanto quella situazione sembra essere del tutto normale per i rematori che governano la barca, per noi ogni istante è carico di un minimo di tensione. Spiagge di finissima sabbia bianca si alternano a macchie verdi di rigogliosa vegetazione (non dimentichiamo che navighiamo sui 4000 metri slm!), il tutto con lo sfondo degli Ottomila. La tensione svanisce col passare delle ore, grazie anche alla simpatia dei rematori, che ridono sempre, anche quando il vento è così forte da costringerli aremare con forza anche se si sta scendendo la corrente!     continua "Cina. Tibet da vicino..."

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