Balkan Express


Inserito il: 28/03/2008 da Matteo Imperiali
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Campi coltivati, grano, pascoli e qualche piccolo vigneto la vespa scivola maneggevole in questa geografia agricola; nell’aria odore di fatica, sudore e sacrifici. La spia della benzina lampeggia, arancione, sul cruscotto; Berane e la stazione di servizio sono a pochi km. Faccio il pieno con 3 euro e 50, saluto il benzinaio che mi guarda come fossi Marco Polo e mi dirigo verso il confine con la Serbia. Da qui a la frontiera sarà un susseguirsi ininterrotto di gallerie male illuminate, paura e improvvisi cambi di luce. Nuovo timbro e nuovo confine a Špiljani. Bocca arida e strada deserta, alti nel cielo limpido i falchi volteggiano ingaggiando la rituale e quotidiana battaglia per la sopravvivenza con i piccoli mammiferi di terra. L’acqua si esaurisce rapidamente sotto il sole caldo del mezzo pomeriggio; due contadini fermi vicino al loro carro mi offrono la possibilità di irrigare la savana che ho in bocca. In lontananza sembra di udire la voce del Muezzin che scalda il cuore della Serbia mussulmana; il Sangiaccato e il suo capoluogo, Novi Pazar, mi attendono dietro le valli e le montagne dove i minareti segnano il confine tra Islam e “Cristhianitas”.

Traffico, semafori e continui cambi di marcia, pericolanti slalom tra le macchine, Novi Pazar mi accoglie con il suo caos cittadino dopo km di statale in semi solitudine. Musiche balcaniche, odore di cipolla e di carne arrosto, spezie, incensi, mucchi di legna da ardere accatastati sui marciapiedi. La voce della città mi parla di Oriente, di una storia antica, fatta di invasioni e commerci, di prosperità e miseria, di odio e tolleranza. Il cambiavalute offre un euro per 65 dinari, al mercato nero il cambio e di 1€ per 80 dinari. Opto per il cambio più vantaggioso. Case basse, mattoni rossi, tetti alpini, comignoli e parabole, di edilizia popolare socialista non se ne vede molta ad eccezione di due alberghi nel centro cittadino. In una via laterale alcuni ragazzi giocano a pallavolo alzando una rete in strada. Un chiassoso e variopinto corteo di automobili mi taglia la strada strombazzando felicemente prima del rito della circoncisione. Schivo uno dei tanti tombini che spuntano minacciosi dall’asfalto e mi fermo in un chiosco per uno spuntino. Pasta sfoglia che si scioglie in bocca ripiena di carne tritata e speziata, il burek sa mesom va gustato lento intervallandolo con sorsi di yogurt magro e un po’ d’acqua. Accanto a me si siede una famiglia mussulmana, la moglie indossa il burqa, l’uomo una lunga barba. Revaival fondamentalista dopo gli anni laici del socialismo e gli orrori dell’ultima guerra balcanica.

Cala la sera sui minareti, sui burqa, sui mucchi di legna pronti per essere arsi, sui giovani circoncisi e sulle reti di pallavolo tese in strada, cala la sera anche in casa di Samir, scultore trentenne conosciuto anni prima a Sarajevo. Scarpe allineate fuori dalla porta, calore domestico, odore di peperoni e zucchine ripiene, brodo, legna bruciata e tabacco, l’ospitalità da queste parti ha un sapore antico, orientale. Accanto alla stufa il nonno di Samir sorride benevolo mentre il nipote mi rifila una sana batosta a scacchi. L’aria è fresca e tranquilla, in alto le stelle ammiccano conciliando il sonno, saluto e vado a dormire. Il sole è già caldo quando al mattino scendo dai Mokra Gora percorrendo la Magistralni put Novi Pazar-Raška in direzione Kraljevo. Querce e larici lasciano presto il passo a pioppi e platani che ornano le rive del fiume Ibar. Le cipolle delle chiese ortodosse nei monasteri sui monti si sostituiscono ai minareti, la Serbia cristiana fa capolino dietro la valle. Più avanti la statua enorme di un partigiano si erge solenne e maestosa da uno spuntone di roccia a picco sul fiume, testimone di un’epopea che oggi molti, in Serbia come in Croazia e in Italia, vorrebbero dimenticare.

Brvenik, Bare, Ušče, qui la toponomastica ha nomi stretti e scivolosi dettati dall’orografia della valle. In alto sulla sinistra il monastero di Studenica, il più antico del paese, invita al riposo. Vasi di marmellata e miele fanno bella mostra di se sui banchetti ai bordi della strada, nell’aria profumo di fiori di campo e more. Le auto che incrocio ammiccano complici, lampeggiando per segnalarmi la presenza di un posto di blocco. La velocità non è eccessiva ma rallento ugualmente, per evitare scocciature. Alberi di prugne, mele e pere, alveari e cocomeri, i lampeggianti blu scompaiono veloci alle mie spalle. Più avanti le dolci colline della Šumadija incorniciano morbidamente la valle della Morava con i sui vigneti e i suoi allevamenti di maiali. All’improvviso, come in un film di Kosturica, mi ritrovo in un campo di mais intasato come piazza Sempione in un giorno di pioggia.

Prima, seconda, prima, seconda, zigzago impacciato tra vecchie Zastava, moderne Sköda e puzzolenti trattori paleosocialisti cercando di non finire nei campi. Kraljevo, la città dei re, fa capolino dietro una pannocchia. Finita l’allucinazione filmica sosto nel monastero cittadino dove in passato furono incoronati diversi re serbi. Sulla facciata della chiesa pende la bandiera nazionale fregiata delle quattro s cirilliche del motto: “solo la solidarietà salva la Serbia”. Religione e nazionalismo colmano, anche qui, il vuoto ideologico ed identitario che ha fagocitato la Jugoslavia dopo la caduta del Muro. All’ingresso della città il primo carroarmato ad entrare nella Kraljevo liberata dai nazisti arrugginisce nel ricordo di quell’evento. Pieno di benzina e di cibo per il viaggio, controllo le gomme e parto per Belgrado via Kragujevac. Pannocchie, zucche, cocomeri, traffico scorrevole; alcuni insettoni locali giocano ai Kamikaze con me; qualcuno si immola, rumoroso e doloroso, sul casco e sul viso. Topola, Belosavci, Mladenovac, Ralja i paesi qui hanno nomi lunghi e piatti come il panorama. La fertile Pannonia si annuncia dietro Belgrado. Sulla destra, oltre le colline, avverti, forte, il pulsare del Danubio.

Tir mefitici, fumo nero, polvere e odore di nafta, il traffico si fa via via più denso man mano che mi avvicino alla capitale. La statale entra direttamente in città, lontano si intuisce l’occhieggiare rigoroso di un semaforo. Particolari, i semafori, in tutta la ex Jugoslavia. Il giallo scatta anche prima del verde. L’edilizia belgradese non eccede nel sovietico, anche se non manca la predilezione per i boulevards, tipica dei regimi autoritari. Traffico cittadino abbastanza agevole, la Stari Grad, la città vecchia, si mostra mittleuropea nell’architettura e mediterranea nella socialità. La fortezza del Kalemegdan benedice, imponente, il matrimonio d’acque della Sava e del Danubio. Dopo il ponte di ferro sulla Sava, Novi Beograd, quartiere della media nomenklatura socialista, mi accoglie con i viali alberati e i barconi all’ancora nelle quiete acque del fiume. Più in là i segni dei bombardamenti Nato e il sobborgo mafioso di Zemun. Torno indietro verso Trg Republik, Piazza della Repubblica e lo struscio della centralissima e pedonale via Kneza Mihailova. Levo tenda e bagagli dai portapacchi e cammino, un po’ profugo un po’ turista, tra i belgradesi in struscio.     continua "Balkan Express"

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