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Patagonia. Parque Nacional Torres del Paine


Inserito il: 12/12/2007 da Adriano Socchi
Email: adrimavi@alice.it
Sito web: http://www.viaggiatorionline.com/profile.asp?id=Adriano+Socchi
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Le fermate sono continue. Non si riesce proprio a fare meno di fermarsi, per contemplare e immortalare i vari panorami. Scende anche Francisca, nonostante debba essere abituata. Mi trattengo dal domandarle come mai. Non è necessario. Per molti, e anche per me, non ci si stanca mai di osservare paesaggi aperti che sono autentiche opere del creato.

Alla fine del pomeriggio raggiungiamo la posada e dopo la cena in una sala che pare una sala da tè d’altri tempi, un ambiente pseudo-nobiliare che contrasta con le semplici camere scaldate con delle stufe a legna, andiamo a vedere il tramonto sul Lago Pehoe. La strada è attraversata da scattanti e agili capibara, le lepri della Patagonia. Davanti alla catena montuosa del Paine delicatamente tinteggiata di rosa che risalta scolpita nel cielo come una formidabile fortezza merlata di torri, di pinnacoli, di corna mostruose, non ho parole. Il freddo si fa pungente e ci costringe a rientrare. Prima di coricarci, però, facciamo provvista di legna, per alimentare la stufa durante la notte, e ci intratteniamo a parlare con il gestore. Comodamente seduti intorno al camino che scalda e anche profuma piacevolmente la stanza, senza televisione, ne radio, lontani dal mondo, in mezzo alla natura, soli con noi stessi ed i nostri discorsi, mi sento sereno come poche altre volte nella mia vita.

L’indomani è dedicato al lago Grey. Già da riva si intravedono alcuni degli iceberg staccatisi dall’omonimo ghiacciaio, che il vento spinge sino a riva. Proprio questi piccoli iceberg impediscono all’imbarcazione che ci condurrà fino al fronte del ghiacciaio di avvicinarsi, per cui è con un piccolo gommone che avviene il trasferimento dalla riva alla nave. Risalendo il lago non si incontra nessun iceberg, tutti concentrati nelle immediate vicinanze del ghiacciaio o della riva. Quando si spengono i motori, usciamo in coperta e ci troviamo di fronte all'intero fronte del ghiacciaio e al nunatak, il piccolo isolotto roccioso che lo divide per cui il ghiacciaio Grey è famoso. L’altezza del fronte di ghiaccio non è elevata, ma proprio per questo riusciamo ad avvicinarci fin quasi a sfiorarlo. Così vicino, non si può non essere attraversati da continui fiotti di adrenalina, anche se l'osservazione di forme, profondità e colori di pinnacoli e crepacci è più che sufficiente a distrarre. Passa un'ora quando la nave riprende la via del ritorno, ma sembra siano passati appena cinque minuti. A tutti viene offerto pisco sur con ghiaccio, ghiaccio naturalmente raccolto nelle gelide acque del lago.

Lungo la strada che costeggia il Lago Sarmiento ci fermiamo a dare un ultimo omaggio al Paine, una sorta d’addio. E' triste separarsi da quell'incredibile affastellamento di vette vertiginose che si perdono ormai sullo sfondo come tanti coltelli conficcati tra le nuvole.

"Adìos Torres del Paine" sussurro tra me e me prima di voltarmi. Il vento d’improvviso si placca. Interpreto la cosa come un segnale, una risposta al mio riverente saluto. Trovo l'attimo per voltare le spalle alle montagne e risalire in auto. Nessuno parla. Credo che, come me, Mavi e Ila abbaiano conosciuto il posto in cui trascorrerebbero volentieri il resto della vita.

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