Libano


Inserito il: 21/11/2007 da Simona Portaluppi
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La mattina seguente torniamo sulla Corniche per fare qualche foto. Il sole splende e ci inebria di tutto il suo calore, un po’ troppo forse. Visitiamo l’Università Americana (AUB), la più bella e celebre di tutto il Medio Oriente, rimasta intaccata dalla guerra. A mezzogiorno e mezzo la voce del Muezzin incita i fedeli musulmani alla preghiera. Chissà perché, a me piace moltissimo. Sebbene non capisca un accidente, è coinvolgente come una musica o un canto che culla e avvolge. Quando ci sono più moschee nelle vicinanze, e le voci si confondono, mischiano e sovrappongono, verrebbe da chiudere gli occhi e farsi trasportare. Ma gli occhi servono per vedere, rendersi conto dei disastri causati dalla guerra. Il Business Center è stata l’area più colpita dai bombardamenti e mi fermo stupefatta ad ogni angolo, fotografo i buchi nel cemento, le macerie amcora visibili a distanza di anni. Il caldo è torrido e beviamo di continuo. Le bottigliette d’acqua fresca costano solo 500 lire libanesi (LLB). Considerando che il cambio col dollaro è di 1 dollaro uguale 1500 LLB, sono alquanto economiche per noi occidentali. In ogni esercizio è possibile pagare tanto in lire libanesi quanto in dollari americani e gli sportelli bancari automatici, tra l’altro numerosissimi, permettono di prelevare indifferentemente in entrambe le valute. Di tanto in tanto ci fermiamo a guardare la guida e in meno di un minuto qualcuno ci chiede se abbiamo bisogno d’aiuto, ci indica le strade. Pur essendo arabo e francese le lingue ufficiali, l’inglese è parlato da gran parte della popolazione, e anche piuttosto bene per nostra fortuna. Il traffico è ovunque caotico. Nonostante la folta presenza di vigili, pare che non esistano norme di circolazione. Preistoriche auto bislunghe e gibollate corrono e si infilano per ogni dove, si cozzano tra loro come fossero su una pista Busnelli, i loro conduttori urlano e pigiano sui clacson con una insistenza che ha dell’isterico, ma il tutto rientra nella normalità.

Grazie alle indicazioni di un militare appostato all’ingresso del palazzo del Parlamento arriviamo a Place d’Etoile. E' completamente nuova, moderna, colma di caffè all’aperto. Notiamo con piacere che l’ambasciata italiana, con in cima la scritta “assicurazioni generali” e annessa la banca di Roma risplende come un vecchio palazzo rimasto intatto durante la guerra. Andiamo verso il quartiere di Achrafiye, ci fermiamo a bere una birra e stuzzicare qualche meze (antipastino) al caffè Gemayze, un bel caffè antico con soffitti alti. La prossima meta è la “linea verde” che un tempo non troppo lontano segnava la demarcazione tra la Beirut cristiana e quella musulmana, ora un cumulo di macerie cui seguono altre macerie e palazzi semidistrutti in cui vivono - in condizioni di sporcizia e povertà - la stragrande maggioranza dei musulmana. Ci inoltriamo appena, già ci guardano in modo strano. Appesi ai muri, numerosi volantini incitano alla lotta armata. Non è il caso di proseguire e torniamo indietro. La zona cristiana adiacente alla linea verde è invece una delle più “in” della città, vi si scorgono edifici vecchi in stile “liberty”, quale il carissimo Hotel Albergo, il più amato da dai vip europei che qui si recavano prima della guerra, e molti locali alla moda. Abbiamo camminato così a lungo che i piedi friggono. In hotel ci addormentiamo e veniamo svegliati per l'ora di cena dal canto del Muezzin.

Dopo cena ci rechiamo sulla Corniche, seduti su una panchina Gianni mi legge un po’ di storia moderna libanese. L'ultima guerra, civile, innescata dal massiccio arrivo di profughi palestinesi dal confinante Israele, ebbe inizio ufficialmente nel 1976 e finì nel 1991 anche se nei territori meridionali la violenza avrebbe continuato a a dilagare per un altro decennio ancora. Mentre ascolto la cronaca uscire dalle pagine della nostra guida, mi guardo intorno e non posso fare a meno di soffermarmi sui volti delle persone che passano, su occhi di adulti che hanno visto tanta violenza e magari la scomparsa di parenti e amici, oppure che hanno ucciso e ferito per difendersi, sui giovani che hanno avuto la fortuna di nascere sul finire della guerra ed ora ne ascoltano i racconti come noi, da piccoli, sentivamo i nostri nonni parlare della seconda Guerra Mondiale e delle privazioni cui erano stati obbligati. Come si fa ad ignorare tutto quello che è successo e andare avanti? I libanesi ci stanno provando, ma tutti questi mezzi corazzati che circolano sulle strade e i posti di blocco che si incontrano ogni 20/30 chilometri sembrano stare lì a ricordare a tutti che non è ancora finita, che il nemico è tra di loro e vicino a loro, sempre pronto ad attaccare. Qui come in nessun altro posto dove sono stata sento di capire il significato del “cogliere l’attimo”, godere ciò che la vita ti può dare in questo momento che del domani non c’è alcuna certezza.

Il terzo giorno siamo pronti per la prima escursione. Fermiamo un taxi, o meglio, è lui che ferma noi. Infatti a Beirut ci sono circa 100 mila taxisti, cui si aggiungono quelli non ufficiali che si muovono con auto propria, girano per la città con itinerari prefissati e strombazzano ad ogni pedone per vedere di recuperare passeggeri. La tariffa è fissa, 1000 llb a persona, ma solo se il taxi è collettivo. Occorre chiedere all’autista se è “servees” o “taxi”. Nel secondo caso non recupererà altri passeggeri, ma si pagherà la tariffa piena. Alla Cola Station, un crocevia di mezzi di trasporto di ogni genere e per ogni destinazione, il caos la fa da padrone. Una moltitudine di gente ci chiede dove vogliamo andare e alla parola Baalbeck subito ci indicano un pulmino scassato non più di tutti gli altri. Saliamo ma non si parte fino a che non è del tutto pieno. Lungo la strada la gente scende e sale in continuazione. E' bellissimo viaggiare con i mezzi locali, vedere i volti della gente che qui ci vive. Passiamo da una zona abbastanza malridotta, poi finalmente superiamo la periferia e ci inoltriamo nella campagna. A Tchaurra cambiamo mezzo. Sul nuovo “bus”, l’autista è un po’ agitato, litiga con un altro pulmino, a suon di clacson e non so che insulti in lingua araba, si arrabbia con una signora che paga meno del previsto. Infine rimaniamo solo noi. Io sono un po’ tesa, ma si dimostra molto disponibile a chiacchierare amichevolmente con noi fino all’arrivo, circa due ore dopo essere partiti da Beirut.     continua "Libano"

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