Rhum in the room


Inserito il: 15/11/2007 da Giorgio Lucchini
Email: ggiorgius@libero.it
Sito web: http://www.viaggiatorionline.com/profile.asp?id=Giorgio+Lucchini
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La nostra Jeepney, naturalmente molto colorata e con cromature vistose, stracolma di carico e bagagli, parte solo, e ripeto solo, quando è completamente carica. Al momento fatidico, mi rendo conto che a volte la statura è un impiccio. Mi intrufolo davanti. Posso almeno vedere bene l'autista e fuori, mentre di fianco nulla: i finestrini senza vestri sono ad altezza filippina... A parte questo, siamo in mezzo alla gente, quella vera, quella che vive lì. Vicino al guidatore ci sono altre persone, lui riesce a guidare tutto spostato a sinistra. Roberto mi assicura che è quasi normale. Abbandoniamo l'asfalto e inizia la strada, anche quella naturale, con le buche. Basta fare un cenno affinché la Jeepney si fermi. Sale un ragazzo, insieme alla sua casa... due o tre travi di legno, stuoie, un paio di batterie e uno zaino. Gli inservienti riescono a farci stare tutto, e due colpi carrozzeria segnalano all'autista che può ripartire. Mi guardo intorno e mi convinco sempre di più che questo posto mi piace, le persone sono simpatiche, i bambini mi sorridono e il Dott. Peso (che sarebbe Roberto) ogni tanto mi fa fare delle figure di merda del tipo prendermi il braccio e metterlo al collo di Imelda facendo gesti sconsolati al resto della platea. Imelda diventa sempre più rossa. Essendo filippina, non riesce ancora a capire in che mani si è messa. Io guardo il guardabile cercando di non commettere errori, ma la cosa deve essere buffa perché i passeggeri fanno fatica a trattenere le risa.

Roberto è sempre più carico. Ci stiamo avvicinando a casa sua e l'emozione straripa dai suoi occhi semichiusi per la polvere. Ogni tanto qualche Carabao attraversa la strada. Mi aveva parlato dei "motori" delle Filippine, quei rispettabili animali che aiutano la gente nel loro lavoro, lenti ma tenaci. Quando li vedo, nonostante le brusche frenate non posso non guardarli con affetto, che diminuirà col passare dei giorni. "Carabao perchè sei morto... pane e vin non ti mancava... “ cantiamo tra lo stupore dei viaggiatori, mentre veniamo sballottati tra la jungla. Non posso dimenticare le soste in qualche villaggio, dove i venditori di qualunque cosa si accalcano. Ho mangiato arachidi crude con un gusto unico, e le rimangerò la prossima volta che ci ripasserò. Uno strattone mi dice che stiamo per arrivare a Sabang. Il sole ha ancora qualche minuto di vita. L'incanto è tale che ci stiamo dimenticando di pagare. Il resort è splendido. Prima di prendere possesso del cottage, che dividerò con Imelda nonostante tra noi non sia ancora successo nulla, conosco un altro paio di persone. Seguo i loro discorsi ancora sotto choch, senza capire molto, rimanendo nel mio angolino e aspettando la parola giusta per intervenire. Non mi sono ancora orientato e mi guardo continuamente intorno. Arriva il momento di andare a mangiare qualcosa. Muniti di torce ci avviamo verso il Blue Bamboo. Le luci si spengono alle 22.30, ma non è che ci sono tanti lampioni. Il tragitto si rivela inutile, quindi torniamo all'albergo a dividere la zuppa rimasta.

Dormo per la prima volta con una donna filippina. La osservo mentre, avvolta nelle coperte come in un bozzolo, fa i suoi sogni, mentre tutti gli animali del posto - insetti compresi - si premurano di darmi il benvenuto. Fra ululati, miagolii e qualche colpo di tosse, prendere sonno non è affatto semplice. Al mattino non devo avere una bellissima cera, ma lo stesso trascino Imelda a fare un giro sulla spiaggia. Sento sotto i piedi nudi la sabbia di Sabang, ma devo ancora rendermi conto di dove sono. Arriviamo a una formazione calcarea che ricorda un paesaggio lunare. Mi giro, guardo i profili delle montagne, poi il mare e poi... decido di tornare indietro a svegliare Roberto. Egli mi spiega quelle spiagge e altre cose del posto. Passiamo la giornata in completo relax. Comincio a "vedere" bambini che giocano a S-cianco, o fanno rotolare una piccola ruota attaccata a un bastoncino, o fanno strani giochi in compagnia. Sembra che si divertano molto... Abbiamo fatto conoscere delle ragazze del posto a Imelda, così si sentirà più a suo agio, e potrà spettegolare liberamente. Ogni tanto si sente il rumore di un vecchio trattore cinese riadattato: è il “Tura Tura”, il tassista del paese, che trasporta le persone da Sabang a Cabayugan, una persona colta e curiosa, interessata a conoscere altre realtà, tra l'altro un Testimone di Geova. Tra tutte queste sensazioni, mi rendo conto di trascurare Imelda. La pungolo un po' e la faccio parlare. Mi pare che racconti un sacco di balle e comincio a chiamarla Pinocchia, con tanto di classico gesto e fischio, che in breve diventerà la nuova moda di Sabang. Stavolta non manchiamo la cena al Blu Bamboo. Lorena, la proprietaria, è una vecchia amica di Roberto, un misto tra Peter Pan, un terremoto e un qualcosa di alieno.Mangiamo bene, poi si aggiunge gente e nel locale s'improvvisa una piccola festa.

A un certo punto sento la necessità di stare un momento solo. Esco e vado a fare un bagno. Qualcuno aveva parlato di plancton luminescente e allora voglio provare. Di plancton luminescente nemmeno l' ombra, ma la luna è piena ma le stelle così tante e luminose che le posso quasi toccare. A un certo punto, girandomi verso la riva, vedo la massicciata che mi guarda. Tutti i sassi sembrano osservarmi, ognuno col suo occhietto. Difficile spiegarlo senza vederlo. Ci metto qualche secondo a collegare che stanno riflettendo la luna, che quello che vedo è un effetto ottico, ma l'effetto è davvero magico. Sto bene e il tempo passa velocemente. Sento che mi chiamano. E' ora di tornare. Sono un poco svagato. Non c'è luce che quella della luna e delle torce e il percorso è zeppo di trabocchetti, tipo gomena di una barca che mi frega al momento giusto, al posto giusto, giusto per farmi cadere e scarnificarmi gli stinchi. Per fortuna il propoli che Roberto mi mette sulle gambe, unito a degli antibiotici e a una guaritrice, mi salveranno dalle infezioni. Il mattino dopo tutto il paese s'informa delle mie condizioni, e ognuno ha il suo consiglio da lasciarmi. La meta di oggi è l'Underground River, vanto di Palawan, un fiume sotterraneo che si estende per molti chilometri, un paio dei quali visitabili. La barca di Captain Elmer ci conduce senza guai fino alla piccola baia dove sfocia il fiume. Nell'attesa del nostro turno, osservo enormi varani che saggiano l'aria con la lingua in cerca di cibo e non disdegnano infilare il muso negli zaini degli escursionisti. Muniti di caschetti e salvagente ci inoltriamo a bordo della nostra canoa, con il pilota che ci indica dove puntare le luci per vedere qualcosa. Roberto racconta di quando, con una spedizione speleologica, percorse tutto l'Underground River mappandolo anche nei rami secondari, con incontri a volte non molto simpatici, tipo ragni o serpenti. Noi comodi turisti incontreremo una miriade di pippistrelli e le meraviglie architettoniche della natura: cattedrali di stalattiti, varie tonalità di colori che si fondono magicamente col verde intenso dell' acqua, una specie di presepe... Si ritorna lungo il “sentiero delle scimmie”. Cammino contento. Questo posto mi fa star bene, mi riempie di energia. Comincio a capire perchè piace tanto al mio amico. Mi sta contagiando! Euforici, affidiamo Imelda a Captain Elmer e al suo equipaggio, e continuiamo a inerpicarci. Con bandana e cappelli da jungla sembiamo proprio dei guerriglieri. Il sentiero, guidato per facilitare i turisti, è però abbastanza duro, perchè sale e poi scende una collina in mezzo alla vegetazione lussureggiante. Nel profondo spero di vedere una scimmia e magari fare amicizia, o magari qualche altro e più pericoloso animale, ma oltre a farfalle dai colori sgargianti, insetti indescrivibili, liane e sassi, non riesco a fare nessun incontro strano. Ad un certo punto comincio a sentire il rumore del mare. Emergo in una baia meravigliosa. La nostra barca è ancora lontana e nell'attesa ci facciamo un bagno ristoratore in uno scenario da favola.

Stasere si cena al Dap Dap, il locale di Mania; una ragazza tedesca che vive lì con il marito e un paio di bimbe. Cerco di non farmi male durante il percorso e ci riesco. Il locale è molto bello: circolare, interamente in bamboo, con intorno altri tavoli, un'amaca che ti fa venir voglia di stendertici sopra e qualche tappeto. Mi viene quasi da piangere quando le due bimbe ci portano la birra ridendo, e poi quando la più piccola mi tira i pantaloni per farsi prestare i miei occhiali per giocarci e a cenni comunichiamo. Sento una grande pace dentro. Neanche con l'aiuto di Stefan e Jocelyn, lui tedesco e lei filippina, che vivono a Martaffe, un posto meraviglioso, sperso tra le montagne e a mezz'ora dal mare, riusciamo a finire la cassa di birra che avevamo ordinato. Parliamo dell' Europa, del mondo e anche di calcio, e alla fine decidiamo di andarli a trovare il giorno dopo. Tornato a casa, stavolta senza danni. Io e Imelda cerchiamo di non sfiorarci, ed è molto difficile visto lo spazio tra i letti. Parliamo di varie cose e alla fine lei si avvolge nel suo bozzolo lasciandomi immerso in mille pensieri. A parte le zanzare, gli altri animali hanno deciso di fare i bravi e riesco a farmi un sonno decente.

La giornata comincia con una gita a vedere le mangrovie che sono nei canali dopo la spiaggia, dove conosco Daniel, un ragazzino sordomuto dotato di un' intelligenza straordinaria che mi ha colpito veramente. Ci raggiunge in una spiaggetta di quelle che spuntano come i funghi. Avevo già notato molte scritte sulla sabbia e ora ne conosco l'autore. Con estrema naturalezza, scriviamo sulla sabbia i nostri nomi l' età e altre cose, e poi continuiamo a gesti. Tra noi e Daniel si stabilisce un rapporto simpatico, senza barriere o quasi. Lui ride come un matto, e io ringrazio i piccoli folletti del posto. Mi sento bene e siamo solo al mattino. Arriviamo con la barca alla spiaggia vicino a Martaffe. Starebbe benissimo su qualche cartolina, ma è meglio rimanga lì. Attraversiamo la giungla. Il sentiero, tra prati e cattedrali di bamboo, è tortuoso e spesso ci costrince ad abbassarci fino a terra. Il verso di qualche uccello squarcia il silenzio. Spazi aperti e ruscelli si alternano alla boscaglia. Anche se fatichiamo a tener dietro a Imelda e Alma, non rallentiamo la marcia, nonostante i miei sandali di pelle inadatti al percorso. Di fronte ad un ponte, un tronco, un po' più lungo degli altri, a causa del mio baricentro alto decido per una strada alternativa. Non sono molto convinto mentre mi aggrappo a un ramo, e quando perdo l'equilibrio e finisco in una melma indescrivibile affondando inesorabilmente, mi giro appena in tempo per vedere Roberto fare la stessa fine. Ridiamo come deficienti immersi in acqua mista a fango e merda di Carabao. Le donne cercano di tirarci fuori e non troviamo meglio da fare che urlare: “Siamo nella cacca, siamo nella cacca, siamo nella cacca!” Solo qualche spirito buono deve averci salvato da infezioni miste. Dopo esserci lavati in un ruscello pulito arriviamo nella valletta dove abitano i nostri amici. Naturalmemente, non ci sono e passiamo del tempo ad ammirare il posto, dondolandoci sull' amaca. Non c'è anima viva, se si esclude qualche maiale da guardia che ogni tanto grugnisce. Sarebbe il posto ideale per venire sequestrati dai “ribelli” di cui ho molto sentito parlare. Se ci stanno osservando, staranno ancora ridendo delle nostre disavventure. Il ritorno, una vera prova del fuoco, è una passeggiata. Arriviamo alla spiaggia, mentre l' equipaggio cominciava a preoccuparsi. In barca raggiungiamo le cascate, purtroppo non al massimo splendore. Comunque è bello farsi un massaggio naturale dall'acqua fredda.

La barca se n'è andata. Non tornerà e... nessuno me l'aveva detto che saremmo tornati a piedi e naturalmente, da buon deficente totale, con aggravanti varie, ho lasciato le scarpe sul natante. Ci aspettano un paio di chilometri su una distesa di pietre. Non sono mai stato un vigliacco, quindi mi preparo alla tortura, ma Alma mi impone le sue ciabattine. Cerco di non pensarci mentre il mio cervellino si arrovella per trovare una soluzione, e osservo quello che ancora una volta mi sembra un paesaggio irreale, rimasto fermo nel tempo, e spero che qualche spiritello amico che sicuramente esiste lì, mi aiuti.Per qualche centinaio di metri tutto bene, poi la tensione, il sudore che mi fa scivolare e la rabbia che monta dentro mi deconcentrano. Comincio a sbagliare le pietre d'appoggio, a microslogarmi tutte le caviglie disponibili e anche qualcuna in più.. Imelda aiuta come può, ma il dolore si fa più insistente fino a pulsare per tutto il corpo. Comincio ad avere delle visioni di monaci shaolin che mi prendono in giro mentre saltello come uno stambecco impedito. La prendo come una prova, l'ennesima, un qualcosa che devo superare per giungere ad una piena sintonia con quei luoghi. Tutte le cose hanno una fine, anche quelle più brutte finiscono. In vista di una costruzione, un tempio buddista, la mia mente provata dalla sofferenza comincia a fare le congetture piu' diverse. Abbraccio le mie due ancelle ed entriamo. Tornati in paese, davanti ad un paio di birre le scarpe mi vengono riconsegnate su un vassoio. L'amico si lascia sfuggire che domani è il mio compleanno. Visto il passatempo nazionale filippino, cioè il pettegolezzo, dopo un minuto lo sanno tutti e mi toccherà organizzare qualcosa. Ci penserò. Intanto mi godo un massaggio con i fiocchi da parte di Alma. Non pensate male: solo massaggio. Dopo, mi sento meglio anche se le caviglie pulsano e un leggero terrore al solo pensiero di dovere affrontare qualche altro chilometro a piedi.

Dopo la sveglia di Daniel, che fa colazione con noi, continua a dirmi a gesti di smettere di fumare, e che sono un diavolo perchè ho l' orecchino, ci incamminiamo verso Cabayugan, una decina di chilometri in mezzo alla giungla. Tutt'intorno, alberi e vegetazione strana. Passo qualche minuto a terrorizzare un povero fiore, una “Mimosa pudica”, una pianta davvero particolare: se tocchi le foglie si ritrae, e se continui, fa finta di appassire, reclinando il capino fino a morire. Ricorda lo Zorro, che avevo visto in Mexico... Risuonano le urla delle scimmie e di tanto in tanto passa qualche viandante che ci saluta cordialmente. Il “Tura Tura” ci dà un passaggio fino alla casa di Eddie, dove conosco la signora Ate-Fè, la moglie. La casa è immersa nel verde, con piante di ananas, fiori di ogni tipo, galline, oche e maiali ovunque. Lasciamo Pinocchia a spettegolare con la signora, e ci incamminiamo verso le proprietà di Roberto. Continua a manovrare un bolo, machete, vicino alle mie gambe. Nonostante le rassicurazioni, continuo ad essere apprensivo. Normale, visto quello che mi succede di solito. Mastichiamo 4 o 5 chilometri senza danni, in costante contemplazione. Ancora strani alberi, formazioni rocciose ricoperte di vegetazione che sembrano bucate in certi punti, ma è solo un effetto ottico, un velocissimo dinosauro verde in miniatura... Di tanto in tanto incrociamo i bimbi che vanno a scuola. Ci sorridono nonostante sembriamo due ribelli armati di bolo che stanno andando a qualche battaglia. Sfioriamo la scuola, le risaie divise in lotti regolari con l' immancabile carabao che trascina qualunque cosa, ruminando imperturbabile, e infine giungiamo alla meta. Quello che una volta era un prato ben tenuto con un banano e qualche ananas, ora sembra il set di Sandokan. Roberto disbosca qualche ettaro, per gioco perchè in un paio di settimane sarà tutto come adesso se non si decide a venire a abitarci, poi sediamo a bere una birra accanto a un maiale che mi guarda incuriosito.     continua "Rhum in the room"

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