Algeria. Trekking sul Tassili


Inserito il: 14/11/2007 da Annuska Grisendi
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A Fiumicino incontro i miei compagni di viaggio: Ezio, Fiorenzo, Eugenio, Dario e Raffaella, sua moglie, Anna e Maria Grazia, sorelle, benché assai diverse nell'aspetto e nel temperamento. Basta poco per accorgermi che sono persone che hanno già "incontrato" il deserto e che lo amano tanto da volerci ritornare. Le premesse non potrebbero essere migliori. L'aereo è quasi in orario e ad Algeri troviamo, puntuale come sempre Hafid, che ci accompagna in albergo. Qui troviamo due giornalisti italiani che l'indomani partiranno per Tinduf. Ceniamo con loro: sono simpatici e contribuiscono a rendere ancora più allegra la cena, che già risente dell'entusiasmo che accompagna l'inizio di un viaggio che ha il sapore dell'avventura. E per me è doppiamente avventura perché mi trovo per la prima volta con l'intera responsabilità della gestione di un gruppo, che per di più ha delle aspettative qualificate che non meritano di essere deluse.

Anche l'aereo per Djanet parte quasi puntuale e nella tarda mattinata siamo a destinazione. Sidi e Elkher, elegantissimo nella sua gandura blu col shesh giallo, ci attendono all'aeroporto, ma per un attimo non ci riconosciamo. Ho i capelli molto più lunghi dell'ultima volta che ci siamo visti, e lui ha il viso quasi completamente coperto dal shesh, ma riconosco il suono della sua voce che mi chiama. E' una gioia ritrovarsi e salutarsi. Subito dopo facciamo conoscenza con Ahmed e Aziz, il secondo autista e il cuoco che ci accompagneranno sul Tassili, e finalmente noto la presenza, insolita, di numerose donne in abiti colorati ed elegantissimi. Evidentemente attendono qualche personaggio importante. Poco dopo si alza il loro grido stridulo, lo stesso che risuona in modo ossessivo e inquietante in una scena notturna di "Ultimo the nel deserto" anche se ora ha un tono festoso. Le donne si assiepano sulla porta d'ingresso, da cui entra una figura completamente velata di nero.

"E' una sposa" dice Elkher.

Recuperati i bagagli, saliamo sui Toyota e ci dirigiamo verso Terarart. "Les vaches qui pleurent" costituiscono la nostra prima, immancabile, meta. Come sempre, mi stupiscono per la loro estrema eleganza e modernità. Come le grandi opere d'arte, ogni volta che le si guarda svelano qualche loro segreto, non finiscono mai di parlare a chi le osserva con amore e col desiderio di entrare nel segreto della loro anima vecchia di secoli o millenni. Poi si va verso l'erg Admer, alla ricerca dei gassi che si insinuano fra le curve morbide delle dune color cipria. Un particolare insolito attrae la mia attenzione: un velo di polvere nera si addensa qua e là sulle dune nei punti più esposti al vento. Chissà da quali lontane rocce arenariche proviene quella sabbia. Ci insabbiamo per la prima volta: la macchina di Ahmed non riesce ad uscire da una conca. Intanto che lui e Elkher ci provano, ci incamminiamo a piedi sulle dune, poi, appena ci raggiungono, risaliamo in auto e dirigiamo velocemente verso Timras di cui si vedono già in lontananza le torri di arenaria che si innalzano su cumuli di sfasciumi a forma coni dal vertice mozzato. Il contrasto fra il colore scuro delle rocce e la morbida tinta dorata della sabbia dà al paesaggio un tocco di magica irrealtà. Il cielo è solcato da striature di nubi bianchissime, che gli conferiscono un'insolita profondità. E' raro vedere in Sahara un cielo così mosso, così ne assaporo a fondo la bellezza e desidero che si fissi nella memoria con lo splendore di una gemma rara.

Ci addentriamo seguendo un percorso che ora si restringe, ora si allarga in vasti spiazzi sabbiosi, chiusi da cortine di rocce dalle forme mutevoli che sembrano fare da argine alla tentazione dell'anima di smarrirsi nell'infinito. A Tillilene scendiamo e procediamo a piedi: si ha bisogno di un contatto più intimo con questo paesaggio forte, che tanto travalica i limiti umani. Camminare sulla sabbia coi piedi nudi regala la sensazione esaltante di farne parte. I Toyota ci sorpassano e si fermano sull'alto di una duna. Elkher, che è un ballerino, alza il volume del mangianastri e si mette a ballare, subito imitato da Aziz. Li raggiungo velocemente e mi unisco a loro, felice di ritrovarmi in questa dimensione, in cui sento tutto il mio essere espandersi in libertà, con uno slancio mai conosciuto, protetta dall'amicizia di questi uomini dal sorriso aperto e dagli occhi luminosi e acuti. Raggiungiamo Tikobaouin al tramonto: i profili delle rocce sono ora più morbidi e rotondi, i colori più pastosi. Con gli occhi cerco il profilo della roccia che si protende e si inarca sul terreno come un'enorme proboscide di elefante. Elkher me la indica, e seguendo la direzione facciamo una breve escursione nei dintorni fino a salire sul massiccio da cui si domina l'avvallamento sabbioso disseminato qua e là di rocce isolate che attraverseremo l'indomani. La sera scende, spegne i colori, attenua il contrasto luce-ombra e il paesaggio pare sospeso per un attimo nella tensione di un'attesa. Durante la discesa scopriamo fra la sabbia due boccioli di ahléwan (Cistanche Phelypea), simili a due grosse spighe di grano ancora chiuse. Uno ha da poco bucato la crosta della sabbia. Appaiono così teneri sullo sfondo di questo paesaggio arido... ma insieme danno idea di una indomabile vitalità. Torniamo al campo che è quasi buio. Dietro le rocce alle nostre spalle si sta già diffondendo la luce bianca e fredda della luna, sopra di noi uno stellato che gli occhi non si stancherebbero mai di guardare. Ho scelto per accamparci un avvallamento stretto fra una duna e le rocce che pare una culla, ma il vento che si insinua e la duna - che raffredda velocemente - producono ben presto una sensazione di freddo. Durerà per tutta la notte, acuita dal biancore lunare che ha invaso tutto il deserto.

Al mattino, iniziamo procedendo a piedi finché non ci raggiungono i Toyota, poi ci immettiamo sulla strada per Illizi per abbandonarla all'altezza dell'oued Essendilen, vasto all'inizio, col fondo cosparso di cespugli, acacie e tamerici, e delimitato ai fianchi da torrioni rocciosi del tutto simili a quelli di Timras, ma dalle tinte più morbide. Oltrepassiamo alcune tende di nomadi twaregh e un branco di cammelli che non si lasciano avvicinare. Il fondo dell'oued si restringe a poco a poco e la vegetazione s'infoltisce finchè alte pareti di roccia non chiudono la spianata e compaiono le palme e gli oleandri. Siamo vicini alla guelta, famosa per la sua bellezza e perché è il teatro dell'episodio finale del romanzo "Incontro a Essendilen" di R. Frison Roche, un alpinista francese che, stregato dal deserto, ha lasciato le Alpi per le montagne dell'Hoggar e dell'Assekrem. Per raggiungere la guelta incastonata fra rocce strapiombanti percorriamo uno stretto canyon aprendoci quasi la strada fra la fitta vegetazione. Da quasi due anni non piove a Djanet, ma qui deve essere piovuto di recente: in qualche anfratto il terreno è melmoso e quando arriviamo alla guelta vedo sulle rocce che circondano il minuscolo laghetto ciuffi verdissimi di una pianta che assomiglia al capelvenere. In gennaio non c'erano. Si riflettono dentro l'acqua immobile e paiono animarla e rimango stupita dell'aspetto ridente e vivo che questi ciuffi regalano alla piccola conca, solo due mesi prima "fredda" nonostante la presenza dell'acqua e della vegetazione. Anche i miei compagni di viaggio rimangono affascinati. Eugenio indugia a lungo vicino al laghetto, per schizzare il paesaggio sul blocco da disegno che porta sempre con sé.

Nel primo pomeriggio ripartiamo per Djanet. Dobbiamo rivedere e integrare l'equipaggiamento in vista dell'obiettivo vero del nostro viaggio: sette giorni di trekking sul Tassili. Il cielo si vela di nubi mentre corriamo veloci sul pianoro sabbioso che orla l'erg Admer, ma si rischiara al tramonto e quando arriviamo all'akba Tafilalet l'ultimo sole arrossa i torrioni di roccia che l'erosione millenaria ha separato dai primi contrafforti del Tassili, dietro cui le nubi si sfilacciano lentamente. Lo spettacolo ha qualcosa di sovrumano. Nessuno resiste alla tentazione di scattare fotografie per portarsi via una scheggia di questa bellezza, per salvarla nella memoria e sottrarla per sempre al fluire del tempo. La sera al campo è movimentata dall'incontro con gli asinieri e con Ouaoua, la guida che ci condurrà attraverso le meraviglie del Tassili, tra le altre migliaia di pitture rupestri risalenti fino a 8000 anni prima di Cristo, che riserva ad ogni passo la sorpresa di un paesaggio tutto di roccia, ma perennemente mutevole. Ci seguiranno a distanza i graziosi asinelli bianchi e grigi, con bagagli e le provviste, guidati da Moni e da Mohammed. Già in dicembre Moni è stato con me sul Tassili e l'incontro è caloroso e cordiale. E' alto e magro, di pelle molto scura, lineamenti duri e un'aria riservata, lo sguardo penetrante e un aspetto nell'insieme nobile nella sua gandura azzurra, stretta in vita da una fascia scura, ma io ho visto quegli stessi occhi illuminarsi e il viso aprirsi in un sorriso affascinante una sera, a Tamrit, mentre davanti al fuoco raccontava un episodio della sua giovinezza, di quando, parlandole, era riuscito a conquistare l'amore di una ragazza, fino ad allora sorda a tutte le sue attenzioni. La serata è particolarmente allegra. Siamo tutti eccitati all'idea dell'avventura che ci attende, io in particolare, che da tempo desidero percorrere l'intero circuito attraverso i maggiori siti dell'arte rupestre sahariana, anche se mi dispiace separarmi da Elkher e Ahmed. In ogni caso, che li ritroverò a Akba Aroum, dove verranno a prenderci fra una settimana.

La luna imbianca le rocce e la sabbia quando mi corico sotto un'acacia, più con la voglia di respirare l'atmosfera trasognata del luogo che col desiderio di dormire. Ci pensa Elkher a tenermi sveglia: contro le buone regole del Corano si è scolato mezza bottiglia di vino e ha più voglia che mai di scherzare, nonostante il male alla gola, per il quale ho già provveduto a rifornirlo di medicinali appropriati. Sono costretta a zittirlo più volte, ben sapendo che, permaloso com'è, domattina se ne lamenterà.

Quando la sveglia suona all'alba, è già da un po' che sento gli asinieri in fermento. Hanno già radunato gli asini , che la notte vengono impastoiati e lasciati liberi di cercarsi il cibo. Aziz ha provveduto alla colazione e alle 7 siamo in grado di metterci in cammino. Ci attende una salita di 500-600 metri ed è bene farla quando non è ancora troppo caldo.In testa, Ouaoua sale con la leggerezza di una gazzella. E' di corporatura minuta, veste pantaloni larghi di colore nero con sopra una corta gandura di dubbio colore bianco, e sopra ancora un cappottino di un verde militare stinto. Ha occhi piccoli e tondi, luminosi e sorridenti. A metà della prima akba ci raggiunge Aziz, che è rimasto per aiutare a fare il carico e porta la valigetta della farmacia e il sacco col pane. Gli asini vanno più adagio di noi, perciò ci portiamo delle provviste per quando arriveremo a Tamrit, verso mezzogiorno. Insieme con Aziz chiudo la colonna che sale, in modo che Ouaoua, vedendoci, sappia che il gruppo è al completo.

In cima alla prima akba, davanti a noi si apre il pianoro di Tefetest, disseminato di magre acacie. Lo attraversiamo e affrontiamo la seconda akba per un ripido sentiero fra le rocce, sbucando infine su una piattaforma rocciosa che domina a destra una spaccatura profonda che comunica con un vallone laterale e ospita una guelta dal colore verde cupo. Scendiamo nel canyon di fronte attraverso una sassaia poco agevole a metà della quale, sulla destra, si apre in un incavo della roccia il letto asciutto di un'altra minuscola guelta, circondata da oleandri rigogliosi. Fra i sassi spunta ogni tanto il miracolo di un cespuglio verde con fiorellini lilla, gialli, blu. Alla fine del canyon prendiamo a destra il sentiero sassoso dell'akba Tekbelonfas, che ci riporterà in quota. E' il sentiero percorso dagli asini ed è pieno di sassi mobili, che rendono penosa la salita. Ho sempre fatto una via più ripida e più breve, ma più agevole. Forse Ouaoua ha imboccato questa perché sale più gradatamente.

In cima alla terza akba si apre il pianoro sassoso che ancora ci separa dalla meta. Qui la vista spazia a 360° e in fondo si intravvedono le rocce un po' tozze di Tamrit, somiglianti ai castelli che fanno i bambini sulla spiaggia, facendo gocciolare dalla mano la sabbia bagnata. E' una fortuna che il sole si sia un po' offuscato, perchè sono ormai le 11 e il caldo si fa sentire. A lato del sentiero scopriamo la traccia lasciata da un uromastice, che si è rintanato sotto una pietra. Qua e là qualche cespuglio di "teak" in fiore e di "tronak" ( è Aziz che me ne dice il nome). Raggiungiamo Tamrit alle 12. Ci fermiamo sotto un grande cipresso isolato che desta lo stupore dei miei compagni. Sapevano dei cipressi millenari di Tamrit, ma la comparsa improvvisa di una pianta dall'enorme chioma nel paesaggio arido e pietroso suscita grande sorpresa. Ouaoua si allontana senza dire nulla. Più tardi capirò che è andato a pregare. Mentre gli altri riposano, vado con Aziz a cercare un luogo dove porre il campo e a salutare i twareg che custodiscono il campo tendato di Sonatrac, che sorge li vicino. Ci accoglie l'immancabile Osman, col quale ricomincia l'altrettanto immancabile contrattazione sul numero dei cammelli che voglio per sposarlo, e come al solito non troviamo un accordo. Beviamo un po' di acqua dalla cisterna del campo e veniamo invitati a pranzo. Lascio Aziz con loro, perchè non ha portato nulla da mangiare per sè, e ritorno dal gruppo, per riposare un poco sotto il grande cipresso. Alle 15 ci rimettiamo in cammino per visitare Tamrit superiore e Timenzousine, lasciando Aziz con i nostri zaini. Gli asini non sono ancora arrivati.     continua "Algeria. Trekking sul Tassili"

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