Sana’a e la città vecchia.


Inserito il: 05/05/2004 da Adriano Socchi
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Nei due giorni e mezzo in cui ci fermiamo a Sana’a, non facciamo altro che addentrarci in questo labirinto di viuzze dove è facile disorientarsi ma impossibile perdersi. Abbiamo imparato che qualsiasi direzione si prenda, andando sempre dritto, prima o poi, si esce dalle mura che circondano la città vecchia. C’immergiamo in questi vicoli senza alcuna meta, solo per osservare la vita di questo luogo e la sua gente. L’aria è gravida di odori a seconda del suq in cui ci si trova, delle pelli, dell’argento, della verdura, dei cereali, della ceramica, dei vestiti, delle spezie, del qat... Quest’ultimo è quello che c’incuriosisce maggiormente. Ramoscelli di foglie di qat sono sparsi ovunque. Le richiestissime foglie di quest’albero sono ricche di efedrina, che è uno stimolante, ragione per cui il qat è la droga nazionale che gli yemeniti sono soliti masticare per ore e ore. Se Sana’a è piena zeppa di negozietti, Old Sana’a n’è ricolma: due metri per tre, al massimo, e tutti rialzati leggermente dal suolo, con i negozianti circondati dalla mercanzia, seduti sopra alla mercanzia, più intenti, sembrerebbe, a masticare qat che non a vendere. Prima di riuscire dalle mura chiediamo ad un giovane, che nel frattempo aveva incominciato a seguirci per offrirsi come guida, che cosa fossero quelle specie di sassi giallo biancastri, che vedevamo vendere un po’ ovunque. Non si trattava di pietre, ma di una resina aromatica, e precisamente la famosa mirra.

Nel tardo pomeriggio, al declinare della luce gli edifici di Old Sana’a assumono via via il colore del bronzo mentri i candidi decori sembrano brillare di luce propria. Nell'insieme, la città vecchia assume una patina molto simile a quella in cui era avvolta all’alba, quando l’avevamo vista per la prima volta dalla camera del nostro albergo, ma tuttavia diversa. Dopo una deliziosa cena al restaurant Palestine si conclude, ma soltanto apparentemente, il nostro incontro con Sana’a. A notte fonda, alle 04.00 del mattino, un frastuono ci sveglia e ricorda di essere in questa incredibile città. A fare baccano sono i muezzin che cantano l’azzan (la chiamata alla preghiera) dall’alto dei minareti, attraverso gli altoparlanti. I muezzin li avevamo sentiti in altri paesi arabi, in Turchia, Marocco, Tunisia, Egitto, Giordania, Qatar ma nessuno era stato così assordanti come a Sana’a.

Siamo ritornati a Sana’a alla fine del viaggio, in pieno ramadan, il mese in cui i mussulmani digiunano dall’alba al tramonto, di venerdì, giorno festivo in cui anche i negozi sono chiusi, anche quelli di Old Sana’a. Vaghiamo tranquillamente e possiamo meglio apprezzare gli edifici della città vecchia, scoprire suggestivi angoli nascosti come i giardini e gli orti. Giriamo tutta la mattina ed intuiamo che si potrebbe girare all’infinito per la vecchia Sana’a senza quasi mai percorrere la stessa via. Siamo rapiti, ammaliati da questa sorta di enclave medievale, quando un anziano rompe l’incantesimo e ci riporta alla realtà riprendendoci perché stiamo mangiando delle polpette di patate, cosa tra l’altro qui consentita ai non fedeli mentre in Arabia Saudita saremmo stati immediatamente arrestati. "Già, il ramadan…!" esclama Mavi. Cerchiamo di giustificarci con l’anziano che ignora le nostre scuse e continua per la sua strada imprecando in arabo. Cerchiamo di prestare più attenzione per non offendere la popolazione di cui siamo ospiti. A parte il disguido con il vecchio l’incontro con le persone è stato molto positivo. Gli yemeniti sono tutti gentili, ed anche se parlano pochissimo l’inglese, si sforzano di comprendere e di comunicare, sono aperti e ospitali.

Stanchi di girovagare facciamo tappa al Golden Daar Tourist Hotel. Dall’alto dei suoi sette piani assistiamo al tramonto dopo averlo atteso per più di un’ora seduti sui divani del mafrai a consumare da bere. Quando giunge sera, i muezzin dagli altoparlanti delle moschee annunciano la fine del digiuno salutato, come ogni sera, con l’inizio della festa (dell’Eid al-Fitr), e la città improvvisamente si riempie di vita. Un andirivieni di gente si precipita a mangiare nei chioschi e nei ristoranti ogni sorta di pietanza. Per strada vengono allestiti veri e propri banchetti di fortuna che sono presi d’assalto dalla gente che si rimpinza di ogni cosa. Cerchiamo di approfittare di questo trambusto per riuscire ad entrare almeno in una moschea. Proviamo a farlo in quella di Maydan at-Tahrir, come tutte riservata soltanto ai mussulmani, ma dobbiamo accontentarci di guardarla da fuori perché un uomo, credo il custode, c’impedisce l’ingresso. Ritiriamo i bagagli lasciati in custodia alla reception dell’hotel e preso un taxi ci avviamo all’aeroporto… il viaggio è finito. A casa, con un po’ di presunzione e sarcasmo rispondiamo metaforicamente a familiari ed amici raccontando di stati sì rapiti, ma non da qualche tribù di guerriglieri, bensì dall’incanto di questo straordinario paese.

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