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Fuerteventura: l'isola delle libellule


Inserito il: 29/10/2007 da Claudio Montalti
Email: claudiomontalti@gmail.com
Sito web: http://www.claudiomontalti.net
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In questo alternarsi di delusioni ci sono stati fortunatamente alcuni raggi di sole, reali e metaforici. Fuerte è ciò che rimane emerso di un grande cratere vulcanico sprofondato in mare in epoca geologica. L'isola si compone di due corpi distinti: la penisola di Jandìa a sud e Maxorata a nord, unite da uno stretto istmo che porta il nome di El Jable. E Jandìa tiene fede alla sua fama nonostante la densa nuvolosità.

Scorci affascinanti si affacciano sulle Playa Sotavento, che molti chiamano erroneamente Playa Jandìa dal nome della penisola, un'area di Parco Naturale assiduamente protetta e difesa dal turismo. Ci fermiamo qua e là, e talvolta azzardiamo una discesa fino a riva sugli sterrati, per desistere quasi subito in quanto la "Corsa" presa a nolo non è notoriamente una capretta. Le montagne sono qui ricoperte da uno strato di sabbia candida e in certe aree si sono accumulate dune che fanno ricordare Genipabu, nello stato brasiliano del Rio Grande do Norte. Ma qui non ci sono buggy in giro. Il parco e le dune sono sì accessibili, ma soltanto a piedi, almeno per ora.

Scorci bruciati, da fine del mondo, preannunciano l'ingresso a Maxorata. Le montagne presentano quasi tutte una forma conica mozzata, aspri pendii che il sole e le nuvole - qui costantemente presenti a causa della vicinanza del mare e il forte contrasto termico - tinteggiano di gialli, viola e rosa. La strada che conduce a Puerto de la Pena e poi a Pàjara attraversa alcune delle valli più belle di Fuerte.

Di tanto in tanto si vedono i Mahoreros, contadini vestiti di nero, la testa coperta da uno scialle per proteggersi dal sole e dal vento. Sono i veri discendenti del ceppo indigeno originale e non quelli di recente acquisto. Vivono di coltivazioni (soprattutto pomodori) e pastorizia. Con il latte dei caprini producono ottimi formaggi artigianali dal sapore tutto particolare, provare per credere.

E' un raro susseguirsi di semplici villaggi, o singole fattorie, arroccati su pendici coniche. Case e uomini che possono appartenere ad ogni secolo. Ieri c'erano, oggi ci sono ancora e tra cen'anni ci saranno ancora. Niente sembra turbare i discendenti dei lontani berberi che rimangono fermamente attaccati alle loro tradizioni. I mulini a vento individuano i, pochi, pozzi di acqua, a volte ad alcune centinaia di metri di profondità. Lungo la strada, c'è tutto il tempo di ammirare la chiesa bianca di Pàjara. Seminascosto dalle buganvillee, il portale mostra strani motivi aztechi incisi su legno: serpenti, teste coronate di piume, puma. Passando per Betancuria, giungiamo in quota. Da uno spettacolare - se ci fosse bel tempo - mirador proviamo a immaginare come sarebbe la corona di montagne dai purtroppo spenti colori rosso arancio o viola riflessi dai differenti materiali eruttati, una cartolina di incomparabile bellezza, prima di scendere verso la città di Antigua che si trova al centro della sottostante vallata.     continua "Fuerteventura: l'isola delle libellule"

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