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Primo: non prendere il cammello


Inserito il: 27/10/2007 da Claudio Montalti
Email: claudiomontalti@gmail.com
Sito web: http://www.claudiomontalti.net
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La salita, dicevo... Ho iniziato presto a riporre nello zaino gli indumenti in eccesso, uno dopo l'altro, con continui svesti e rivesti quando sono arrivato al leggero k-wey impermeabile che indossavo sulla felpa. A vedere come i passeggeri che ondeggiavano sui cammelli si stringevano nei loro voluminosi infagottamenti, direi che faceva proprio freddo. Forse è stata la stagione (invernale), ma in ogni caso è meglio camminare ogni tanto per non giungere in cima ghiacchiati.

Dall'oscurità emergono le mura del St. Catherine Monastery... una chiesa greco ortodossa sul Monte Sinai. Avrei immaginato una Moschea o, al limite, una sinagoga, e francamente la scoperta mi lascia interdetto. Contribuisce non poco il pesante silenzio in cui le mura sono avvolte. Infatti, al loro riparo il rumore incessante del vento cessa del tutto lasciando posto ai ruomori di passi di umani e animali sulla roccia, a qualche risata lontana e a meno piacevoli rumori di masticazione gomme e di naturali eiezioni naturali di animali. Il monastero è, naturalmente, chiuso, e ce lo lasciamo presto alle spalle . Alle tre del mattino, dopo due ore di ascesa, terminiamo il primo tratto con una fermata al secondo punto di ristoro (il primo era stato al campo beduini, prima di iniziare la salita). Attenderemo fino alle 5 prima di attaccare l'ultimo tratto, quindi velocemente rimetto tutti gli strati tolti e sorseggio lentamente il tè per mantenere il calore corporeo. I cammellari non godono di altrettanta fortuna e sono a un buon punto di congelamento. Qualcuno è addirittura salito con le reef shoes, bontà sua... li vedrò sborsare felici 10 libbre egiziane per affittare pesanti coperte grigie da avvolgere alle estremità ormai livide. Il clima, poco piacevole, viene frantumanto dall'entrata improvvisa di un grande gruppo di pellegrini cristiani francesi. Il loro entusiasmo è contagioso, e non è da meno il notevole e benefico calore che essi aggiungeranno all'ambiente.

Si riparte e il freddo aggredisce subito la pelle. La seconda parte della salita sale lungo gradini e gradoni di pietra, un migliaio in tutto. Siamo tutti a piedi, ora. Ogni cinque minuti facciamo una sosta e puntualmente ci allontaniamo tutto dal ciglio senza protezioni. E' facile capire come la salita sia a rischio di incidenti. Il vento è, infatti molto forte. Concentrato unicamente a dove metto i piedi, le soste sonole uniche occasioni in cui posso guardare tranquillamente il cielo. Non mi sarei mai stancato di farlo perché la sensazione di galleggiare nel cosmo, tra le stelle, è piuttosto netta.

La guida aiuta il passaggio nei punti più complicati illuminando con la sua torcia i punti migliori dove appoggiare i piedi, così si sale più lentamente. Prima di uno strappo, una stella cadente attraversa il cielo. Mi si rompe il fiato dalla meraviglia prima che la guida - ma non poteva tacere? Cosa sperava di otterere? - si metta a saccentare sul fatto che sulla montagna di Mosè e dei 10 comandamenti le stelle cadenti si vedano numerose in ogni notte dell'anno. Decido di isolarmi acusticamente. Voglio riuscire a portarmi a casa qualcosa di esclusivamente mio, e ci riuscirò.

Il cielo a oriente comincia a schiarire. Abituato alle albe nostrane, erroneamente credo che ci vorrà ancora un po' prima che albeggi, ma qui di nostrano vi è poco se non nulla. Questione di un minuto, o forse due ma comunque un tempo molto breve, e le dita di luce si allungano verso di noi con la velocità di meteore. Giungiamo in cima al Sinai più o meno contemporaneamente al sole che fa' capolino sopra le nuvole che velano l'orizzonte. Una corona di fuoco, prima rosa, poi rossa e infine gialla, scolpisce gli strati di vapore acqueo prima di disperderli come fumo nel vento. Nell'aria tersa si accende una luce inimmaginabile e cristallina.

Ci fermiamo. Da lassù fisso il territorio di quattro nazioni senza i confini che compaiono su ogni mappa. Si tratta di un nudo e scarno pezzo di terra, ancora oggi uguale a come la vide Mosé, o quasi. Ora capisco meglio il senso di tutto: ho voluto portare il mio personale pellegrinaggio e la mia comprensione contro le guerre di religione (di religione?!?) e le cattiverie che ancora oggi, nel 2001, infiammano i popoli a poche decine di chilometri. E' giusto ricordarcelo, di tanto in tanto.

Un tè ha seguito le congratulazioni della guida beduina. Qualche persona anziana le meritate di sicuro, non tanto per la salita in sé quanto per volontà di sentirsi ancora curiosi, e giovani e vivi, a dispetto dell'età, più giovani e vivi di coloro che in quel momento, a decine di migliaia, stavano ancora dormendo profondamente nei loro comodi letti nei resort. Spero di essere come loro, mi dico con una certa ammirazione, di ricevere gli stessi ocmplimenti in numerose lingue ancora all'età di 60-70-80 anni.

Infine, con esagerata untuosità, la guida richiama l'attenzione su una pietra, posta sul punto più alto della montagna. Sulla pietra vi è semplicemente scopito un grande numero, 11. Tutti sappiamo con immediatezza cosa significa, e naturalmente ricordiamo il motivo per cui siamo lì, e ci aspettiamo qualche trovata, ma le braccia mi cadono letteralmente non appena la guida riapre bocca.

“Thou shalt tip thy guide GENEROUSLY (gratifica generosamente la tua guida)".

Le risare fragorose mi feriscono. Non c'è più religione. Pur non credente, lo fisso come un papa farebbe con chi osa bestemmiare in sua presenza e giro immediatamente le spalle e mi rifiuto di obbedire, di lasciare anche mille misere lire. Automaticamente, pronuncio da me alcune parole di ringraziamento a chi si trova più in alto di tutti.

Per il ritorno, decido per una strada diversa, una discesa lungo circa 3000 gradoni sul versante opposto del Sinai che hanno pesato non poco sui piedi già un po' provati, ma ne è valsa la pena. Il percorso, che non è eccessivo definire incantato, attraversa tunnel e archi naturali, ed è relativamente poco affollato.

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